La decisione arriva poche ore dopo che il NABU (l’Ufficio Nazionale Anti-Corruzione) e la SAPO (la Procura Specializzata Anti-Corruzione) hanno effettuato perquisizioni nella casa e nell’ufficio di Yermak, in quella che può essere descritta come la più grande inchiesta per corruzione durante i suoi sei anni di mandato. Zelenskyy ha parlato apertamente di un “reset dell’Ufficio del Presidente”, spiegando che la scelta è stata presa per evitare “voci e speculazioni” e per concentrare tutte le energie del Paese sulla difesa contro l’aggressione russa [fonte: The Kyiv Independent]. Allo stesso tempo, il decreto con cui il Presidente accetta le dimissioni di Yermak è stato pubblicato sul sito ufficiale della Presidenza.
Chi è Andriy Yermak e perché conta così tanto
Andriy Yermak, ex avvocato e produttore cinematografico, incontra Zelensky nel 2011 e lo accompagna lungo la sua campagna presidenziale del 2019. Dopo la vittoria, entra nello staff come consigliere per la politica estera e nel febbraio 2020 viene nominato capo dell’Ufficio del Presidente. Da allora, Yermak ha concentrato un livello di potere senza precedenti: ha guadagnato influenza sulla Verkhovna Rada (il parlamento unicamerale ucraino), sul governo, sui servizi di sicurezza e persino sulle nomine nei principali enti statali. Proprio questa centralità ha reso la sua figura estremamente controversa: criticato dall’opposizione, guardato con sospetto da gran parte dell’opinione pubblica ucraina e, negli ultimi mesi, sempre più malvisto anche da alcuni partner occidentali, che lo percepivano come eccessivamente potente e opaco. Per avere un’idea più approfondita del personaggio, si consiglia di leggere l’articolo del Kyiv Independent, risalente all’inizio di questo mese, e l’articolo del Financial Times, risalente a luglio, qui riportati.
L’investigazione “Midas” e lo scandalo di Energoatom da 100 milioni di dollari
La causa delle dimissioni è l’inchiesta su Energoatom, l’azienda monopolista statale del nucleare ucraino, che fornisce oltre metà dell’elettricità del Paese. La NABU e la SAPO hanno avviato l’investigazione “Midas” su un presunto schema di tangenti e riciclaggio da circa 100 milioni di dollari legato ai contratti di Energoatom: secondo l’accusa, una rete di funzionari e intermediari avrebbe applicato sovrapprezzi del 10-15% su appalti strategici, dirottando i fondi verso una struttura criminale vicina ai vertici politici [fonte: The Washington Post e The Guardian].
La figura chiave di questo schema sarebbe l’uomo d’affari Timur Mindich, co-fondatore di Kvartal 95, la società di produzione cinematografica fondata dal Presidente ucraino nel lontano 2003, che avrebbe sfruttato la propria influenza per pilotare i contratti nel settore energetico e, in parte, anche in quello della difesa. Mindich ha lasciato l’Ucraina prima che le accuse venissero rese pubbliche ed è ora ricercato [fonte: The Guardian].
Finora la NABU ha formalizzato accuse contro otto sospettati, tra cui l’ex vice-primo ministro Oleksiy Chernyshov e altri funzionari di alto livello [fonte: Suspilne Novyny]. Come ricostruito in precedenza in un altro articolo pubblicato quest’estate sul nostro sito, proprio Chernyshov era già al centro di un caso esemplare sul rapporto tra potere politico, appalti e le istituzioni anticorruzione.
Le perquisizioni della NABU e della SAPO su Yermak
La mattina del 28 novembre, la NABU e la SAPO hanno confermato di stare conducendo perquisizioni presso “le proprietà del capo dell’Ufficio del Presidente Andriy Yermak”, nell’ambito del caso di Energoatom. Diversi media ucraini hanno riferito che i raid hanno interessato sia il suo appartamento a Kyiv sia il suo ufficio alla Bankova, la sede della Presidenza [fonte: Suspilne Novyny].
Yermak ha ammesso pubblicamente l’operazione, pubblicando un messaggio su Telegram in cui afferma di voler cooperare pienamente con le autorità: niente ostacoli agli investigatori, accesso totale all’abitazione, avvocati presenti e “pieno sostegno alle forze dell’ordine”. È importante sottolineare che, come anche riportato dalla direttrice esecutiva del Centro d’Azione Anti-Corruzione Daria Kaleniuk, al momento delle dimissioni, le autorità anticorruzione non avevano ancora notificato a Yermak un sospetto formale (l’equivalente del nostro ‘avviso di garanzia’) [fonte: The Kyiv Independent].
Le ville di lusso promesse con le tangenti
Secondo quanto riportato dal quotidiano Ukrainska Pravda, gli audio diffusi dalla NABU mostrano che parte dei flussi illeciti generati dallo schema corruttivo legato a Energoatom era destinata alla costruzione di quattro ville del complesso “Dynasty” a Kozyn, vicino la capitale Kyiv, collegando direttamente l’operazione immobiliare all’apparato politico che ne avrebbe beneficiato. Le tessere del puzzle che portano a sospettare di Yermak sono diverse. La prima riguarda le mosse degli ultimi mesi dell’Ufficio del Presidente: le pressioni per frenare la NABU e la SAPO, l’uso dei servizi per intimidire gli investigatori e soprattutto il possibile tentativo di mettere al riparo Yermak nominandolo capo della delegazione nei negoziati con gli Stati Uniti. Comportamenti che suggeriscono, ma non confermano, il timore di un’esposizione diretta e la volontà politica di proteggerlo da un’eventuale investigazione in materia anticorruzione.
La seconda tessera riguarda proprio il progetto immobiliare: la NABU ha dichiarato il 12 novembre che le ville di lusso nei dintorni della capitale sono state costruite con denaro proveniente dalle tangenti, e il Kyiv Independent, citando una fonte delle forze dell’ordine, ha riferito che una di esse sarebbe stata destinata a Yermak. È importante sottolineare che, allo stato attuale, Yermak non è né sotto accusa né formalmente incriminato, bensì si è solo dimesso dal suo incarico: rimane quindi presunto innocente fino a una eventuale decisione giudiziaria. Tuttavia, il segnale politico è chiaro: il capo dell’Ufficio del Presidente è ormai al centro, e non più ai margini, del più grande caso di corruzione dell’Ucraina in tempo di guerra.
La reazione dell’Europa e il cambio di linea di Zelenskyy
Nel suo discorso serale di venerdì, Zelenskyy ha confermato che Yermak ha presentato le dimissioni e che lui le ha accettate. Ha ringraziato l’ex capo di gabinetto “per aver sempre rappresentato la posizione ucraina nei negoziati in modo patriottico” e ha promesso un “reset” dell’intero Ufficio del Presidente. Il presidente ha annunciato che consulterà i possibili candidati per la successione e non ha escluso di cercare il nuovo capo dell’Ufficio anche al di fuori della squadra attuale, suggerendo la volontà di introdurre una figura imparziale e fuori dai radar.
In parallelo, il portavoce della Commissione europea Guillaume Mercier ha fatto sapere che Bruxelles segue “da vicino” gli sviluppi e ha ribadito che la lotta alla corruzione e l’indipendenza delle istituzioni restano condizioni centrali per il percorso di adesione dell’Ucraina all’Unione Europea [fonte: The Kyiv Independent]. È un cambio di linea rispetto a poche settimane fa, quando Zelenskyy aveva difeso Yermak e ne aveva rafforzato il ruolo nominandolo capo della delegazione ucraina nei colloqui con gli Stati Uniti su un controverso piano di pace. Allora molti osservatori avevano letto la mossa come un tentativo di blindarlo politicamente rispetto all’inchiesta [fonte: Zaxid.net].
La (pessima) reputazione di Yermak nel Paese e le continue battaglie vinte dal popolo ucraino
La reputazione di Yermak nel Paese era già profondamente deteriorata prima dei raid. Un sondaggio del Centro Sociopolis, condotto nella seconda metà di novembre 2025, mostra che il 65,2% degli ucraini dichiara di non fidarsi di lui (45,1% “per nulla”, 20,1% “piuttosto no”), mentre soltanto il 17,9% esprime fiducia; il resto è indeciso. Alla domanda se appoggerebbero la sua rimozione dalla carica di capo dell’Ufficio del Presidente, il 70% degli intervistati risponde di sì, contro il 22,4% contrario.
Questi dati confermano una percezione consolidata: Yermak è visto da una larga parte della società come simbolo di eccessiva concentrazione di potere e opacità decisionale, in tensione con lo spirito delle riforme post-Maidan e con il ruolo di controllo che i cittadini si aspettano dalle istituzioni anticorruzione. Lo stesso Mykyta Poturaiev, parlamentare del partito di governo Sluha Narodu (Servitore del Popolo), ha affermato al Kyiv Independent che il problema principale risiede nel modello di governance attuale costruito nel tempo da Yermak, e che persino “un santo” potrebbe essere messo in quel ruolo e “in due mesi o mezzo anno, questa persona santa potrebbe trasformarsi in un diavolo”, ricordando che “Lucifero era all’inizio un angelo”.
La linea del Paese è chiara: la democrazia ucraina non può permettersi una ‘soluzione cosmetica’ in cui il simbolo del problema, Andriy Yermak, si fa da parte, ma i nodi strutturali, ovvero le reti di influenza, la pressione sulle procure e i tentativi di indebolire la NABU e la SAPO, restano intatti. È lo stesso schema contro cui la società civile era scesa in piazza quest’estate, quando la discussa legge n.12414 aveva provato a riportare la NABU e la SAPO sotto il controllo del Procuratore generale, salvo poi una rapida retromarcia del governo di fronte alle proteste e alle pressioni europee. La domanda ora è se il vuoto lasciato da Yermak verrà riempito da un sistema più istituzionalizzato e trasparente, con contropoteri più forti e agenzie anticorruzione stavolta davvero intoccabili, o da un nuovo Yermak con un nome diverso.
“Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”
