In filosofia c’è progresso? Una prospettiva ottimista

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Durante le conversazioni o nella fruizione di prodotti culturali di grande seguito, mi capita di notare che molte persone hanno delle idee su come si svolge l’attività filosofica basate essenzialmente su informazioni incomplete o una comprensione fuorviante di ciò che comporta fare filosofia. Purtroppo, a mio avviso, questo è particolarmente vero nel nostro Paese, dove un certo insegnamento scolastico della filosofia e una certa impostazione delle nostre università hanno favorito la diffusione di questi miti.[1] 

Non intendo dire che altrove le cose siano molto diverse, ma penso che lo stato della filosofia in Italia, anche in accademia, risenta molto di questo problema. Ciò che qui mi propongo di fare è prendere in considerazione l’idea secondo cui in filosofia non si sia fatto alcun progresso e, verso la fine, l’idea connessa che in filosofia non ci sia alcuna forma di consenso su nessuna tesi filosofica. 

Cercherò di sostenere che, contrariamente a quella che mi sembra l’idea diffusa, in filosofia si sono fatti progressi e alcune tesi filosofiche sono oggi cardini piuttosto solidi che è estremamente raro che i filosofi mettano in discussione. Spero inoltre di riuscire a far vedere che la filosofia progredisce in modo simile al modo in cui progrediscono le scienze.

Due nozioni di progresso

Prima di affrontare il tema di questo articolo, devo necessariamente fare delle specificazioni su che cosa intendo per “filosofia”. 
Anzitutto, assumo che la filosofia sia una disciplina che ha per lo meno una pretesa di conoscenza, ossia che almeno uno dei suoi scopi sia quello di comprendere come stanno le cose. Devo specificare questo perché ci sono stati, e ci sono tuttora, modi di vedere la filosofia che non hanno a che fare con la nostra comprensione del mondo, per lo meno non nel senso in cui essi forniscono conoscenza. Ad esempio, chi considera la filosofia (esclusivamente) come una guida pratica alla vita personale o come un deposito di idee dal cui studio si può trarre piacere intellettuale non sta intendendo la filosofia nel modo in cui ne parlerò qui. La filosofia, per come la intenderò in questo articolo, ha lo scopo di scoprire delle verità, cioè di capire se certe tesi sono vere o false attraverso qualche metodo di giustificazione. 

La seconda assunzione che devo fare è che non considererò filosofia qualsiasi disciplina che abbia questo scopo. 
È vero che fino a qualche secolo fa i corrispettivi del termine italiano “filosofia” erano utilizzati per indicare anche, ad esempio, le scienze naturali, le scienze sociali e la matematica. Tuttavia, ciò a cui farò riferimento con questo termine in questo articolo non comprende né queste discipline né discipline come la storia (compresa la storia della filosofia) o la critica letteraria, che pure hanno, in qualche senso, lo scopo di fornire conoscenza su porzioni di mondo. Purtroppo è difficile riassumere in poche righe cosa si intenda oggi per “filosofia”, per cui qui mi limiterò a intendere con questo termine tutto ciò che ha lo scopo suddetto ma non rientra nelle altre categorie menzionate. Un altro modo di dire la stessa cosa sarebbe fare un elenco delle sotto-discipline che fanno parte della filosofia, come: metafisica, epistemologia, etica, filosofia del linguaggio, estetica, filosofia della mente, e così via. Naturalmente, come per ogni ambito, i confini tra le discipline filosofiche e quelle non filosofiche non sono netti, ma spero che quanto detto sia sufficiente a delimitare abbastanza il campo. Infine, devo specificare che la tradizione filosofica che prenderò in considerazione è quella che nasce in Grecia grossomodo nel V secolo a.C. e si sviluppa principalmente in Occidente. Non considererò quindi tradizioni come quella cinese o indiana, per il semplice motivo che non le conosco abbastanza. Quando parlerò della filosofia contemporanea farò inoltre riferimento esclusivamente alla tradizione cosiddetta analitica, principalmente perché è quella oggi più diffusa accademicamente a livello internazionale.

A questo punto possiamo iniziare a trattare il tema dell’articolo: il progresso in filosofia, così come l’ho delimitata nel paragrafo precedente. Per farlo è però indispensabile chiederci prima di tutto cosa intendiamo per “progresso” in una disciplina di questo tipo. Un buon punto di partenza può essere considerare in cosa consista il progresso in discipline che hanno scopi simili e in cui sembra chiaro che un progresso ci sia stato. Fortunatamente le scienze sembrano costituire proprio un esempio del genere, anzi, forse l’esempio più indiscutibile di progresso epistemico (ovvero riguardante la conoscenza). Tuttavia, non è ovvio comprendere in che cosa consista questo progresso. Un’immagine che si può avere, e che alcuni sembrano avere per almeno alcune scienze, è quella secondo cui queste discipline hanno, dalla loro nascita, accumulato verità l’una sull’altra e hanno quindi ampliato sempre di più il numero di cose che sappiamo. Questo tipo di progresso, detto cumulativo, sarebbe in effetti chiaramente una forma di progresso epistemico, ma se si fa attenzione alla storia delle scienze, si comprende come si tratti di un’immagine troppo ingenua e idealizzata di come sono andate davvero le cose.

Di solito, mi pare, questa rappresentazione del progresso delle scienze è intesa a descrivere soprattutto il progresso della fisica. Un esempio chiaro di ciò sarebbe il passaggio dalla fisica newtoniana a quella einsteiniana, dovuto al fatto che ci sono condizioni in cui la prima non fornisce previsioni adeguate (ad esempio nel caso di corpi che si muovono a velocità vicine a quelle della luce), dove invece la seconda riesce a farlo. Allo stesso tempo, si direbbe, questo passaggio non ha comportato l’abbandono della teoria newtoniana, dato che, entro certe condizioni, essa fornisce previsioni adeguate. Questo sembrerebbe dunque un caso di progresso cumulativo, ma si notino due cose. Anzitutto, molti altri casi di progresso scientifico sono consistiti nel vero e proprio abbandono delle teorie precedenti. Nessuno scienziato oggi ritiene in qualche modo adeguate le teorie del calorico o del flogisto né, per fare un esempio al di fuori della fisica, la teoria fissista delle specie. Calorico e flogisto semplicemente non esistono ed è semplicemente falso che le specie non si evolvono. E questo ci porta a una seconda osservazione. Cos’è che la teoria einsteiniana ha conservato della teoria newtoniana? Sicuramente parte del formalismo matematico, dato che si può passare da quello della prima a quello della seconda imponendo certe condizioni; ma questa potrebbe solo essere una caratteristica delle formule, non riguardante la realtà fisica. Ciò che soprattutto si conserva è una certa capacità predittiva della teoria newtoniana. Il problema è che anche una teoria falsa può benissimo avere una certa capacità predittiva. 

Il motivo per cui i fisici postularono entità come il calorico e il flogisto era che, assumendone l’esistenza, si riusciva a dar conto di certi fenomeni termodinamici e chimici, ossia si riuscivano a fare certe previsioni. È stato quando ci si è resi conto che le teorie che li assumevano fornivano alcune previsioni errate che queste presunte entità sono state abbandonate e le teorie in questione dichiarate false. D’altronde, accettando la teoria einsteiniana, non abbiamo forse abbandonato oggetti come spazio e tempo separati e assoluti, eventi oggettivamente simultanei o l’etere luminifero? In termini filosofici, possiamo dire che le ontologie delle due teorie, ovvero le categorie di oggetti che le due teorie accettano, sono diverse. Ma se l’ontologia corretta è quella einsteiniana, allora la teoria newtoniana è falsa tanto quanto lo sono le teorie del flogisto e del calorico. Semplicemente, come anche queste ultime, essa possiede una certa capacità predittiva; ma il progresso che qui ci interessa nella fisica, e nelle scienze più in generale, è un progresso epistemico, che riguarda la scoperta di verità (tra cui verità su che tipi di cose esistono), non semplicemente l’utilità nel fare previsioni. Dunque il passaggio dalla fisica newtoniana a quella einsteiniana non è un caso di progresso epistemico cumulativo. Ho utilizzato degli esempi tratti dalla storia della fisica sia perché mi sembrano essere casi chiari di progresso scientifico sia perché credo che se la nozione cumulativa di progresso epistemico non funziona nella fisica, allora essa ha ancora meno speranze di funzionare in scienze “meno dure”.

Naturalmente una trattazione dettagliata dell’idea di progresso che ho appena discusso richiederebbe molto più spazio di quello che posso utilizzare qui,[2] ma spero di aver dato almeno qualche ragione per pensare che si tratti di un’immagine molto più discutibile di quanto si possa credere. Vorrei ora dire qualcosa su un’altra immagine di progresso epistemico che mi sembra più adeguata a descrivere il progresso delle scienze, per poi dare qualche ragione per pensare che essa si applichi anche alla filosofia. Per comprenderla, partiamo sempre dagli esempi che ho citato poco fa. I fisici hanno abbandonato le teorie del calorico e del flogisto, riconoscendole false, perché, utilizzando nuovi strumenti concettuali e tecnologici, sono stati in grado di formulare teorie che non assumevano tali entità e che davano conto di evidenze che le teorie precedenti non erano in grado di spiegare. La stessa cosa, come ho provato a mostrare, è avvenuta nel passaggio dalla teoria newtoniana a quella einsteiniana. Ciò che voglio suggerire è che il motivo per cui questi casi costituiscono un progresso epistemico non è aver accumulato verità su verità; piuttosto, tale progresso è consistito nel riconoscere quali teorie erano false e nel produrre nuove teorie che, attraverso nuovi concetti, si adeguassero meglio all’evidenza disponibile.

Qualcuno che abbia qualche familiarità con la filosofia della scienza potrebbe pensare che questa idea sia vicina al falsificazionismo di Karl Popper, ma in realtà penso che il modello popperiano abbia seri problemi. Ad esempio, pone troppa enfasi sull’idea che anche una sola evidenza contraria a una teoria la falsifichi, cosa molto implausibile sia nella pratica scientifica sia da un punto di vista epistemologico. L’idea di progresso che ho in mente è invece più vicina all’immagine della storia della scienza che forniva Thomas Kuhn, fatta di fasi di “scienza normale”, in cui gli scienziati abbracciano un certo paradigma e ogni scarto tra teorie ed evidenze viene risolto a favore delle teorie con qualche aggiustamento, e fasi di rivoluzione, in cui le evidenze che non sono spiegate dal paradigma sono tali che risulta necessario un nuovo paradigma in grado di spiegarle.[3] Questo è quello che è successo nel caso del passaggio da Newton ad Einstein (o anche da Aristotele e Tolomeo a Copernico, Keplero e Newton). È vero che Kuhn è stato spesso interpretato (non senza qualche ragione) come qualcuno che non credeva affatto nel progresso epistemico delle scienze, ma io penso che il suo modello sia sostanzialmente compatibile con l’idea che questo tipo di progresso avvenga, sia entro un paradigma che tra paradigmi diversi. Semplicemente, in molti casi, esso non è fatto di verità che si accumulano, bensì di falsificazioni, aggiustamenti e nuovi concetti.

Esempi di progresso in filosofia

Se quello che ho appena delineato è un buon modello di progresso epistemico, allora penso che ci siano ottime ragioni per pensare che la filosofia, soprattutto nell’ultimo secolo, abbia fatto molti progressi in questo senso. Dico “soprattutto nell’ultimo secolo” perché penso che in precedenza non ci fosse una comunità organizzata in modo tale da permettere una valutazione accurata dei risultati ottenuti, come d’altronde valeva anche per molti altri ambiti di ricerca. Dare un’idea di questo progresso in poche righe non è facile, per cui mi limiterò a fare alcuni esempi di grande importanza.

Da sempre i filosofi si interrogano su che cosa sia la verità, cioè su che cosa voglia dire che le affermazioni vere sono vere. Un enorme progresso nella risposta a questa domanda è costituito dal contributo dato dal logico polacco Alfred Tarski negli anni ’30 e ’40, in articoli come “The concept of truth in formalized languages”.[4] Al suo interno viene presentata, in modo molto più preciso di quanto sia mai stato fatto fino a quel momento, una concezione della verità che può essere intesa, a detta dello stesso Tarski, come un raffinamento della tradizionale teoria della corrispondenza. Anche se non si tratta esattamente di una concezione nuova, essa costituisce la base per praticamente qualunque filosofo che oggi voglia seriamente occuparsi del tema. Infatti, anche chi pensa che l’analisi tarskiana abbia dei limiti e sia in ogni caso insufficiente a chiudere la questione di cosa sia la verità, sa bene che senza il suo contributo saremmo molto più indietro nella soluzione di questo problema.[5]

Un secondo esempio è costituito dall’articolo “Is justified true belief knowledge?”, pubblicato nel 1963 da Edmund Gettier.[6] La storia di questo articolo è peculiare, dato che il suo autore era praticamente uno sconosciuto prima della sua pubblicazione (anche se già un accademico) e a partire da quel momento divenne l’epistemologo più noto della seconda metà del ‘900, per quel singolo articolo di sole tre pagine. Cosa c’è scritto in questo articolo? Al suo interno Gettier confuta un’influente concezione denominata “analisi tripartita della conoscenza”, che in sostanza sostiene che un soggetto sa qualcosa se e solo se crede quella cosa, quella cosa è vera e ha giustificazioni per crederci. Ciò che Gettier mostra è che esistono esempi (potenzialmente innumerevoli) nei quali queste tre condizioni sono rispettate anche se il soggetto in questione non ha conoscenza. Praticamente qualunque epistemologo dell’epoca, avendo compreso l’importanza del risultato di Gettier, si affrettò a correggere la teoria aggiungendo altre condizioni o modificandola radicalmente. In ogni caso, praticamente tutti erano (e sono) d’accordo che Gettier abbia mostrato l’inadeguatezza dell’analisi tripartita.[7]

Un terzo esempio può essere tratto dalla filosofia del linguaggio. Nel corso degli anni ’20 e ’30, un gruppo di filosofi era attivo presso quello che è noto come Circolo di Vienna. Questi filosofi sono oggi conosciuti come neopositivisti o neoempiristi e una delle tesi centrali che li accomunavano, pur con differenze di enfasi e formulazione, era quello che va sotto il nome di “principio di verificazione”. Si tratta di una tesi semantica, secondo cui hanno significato solo quegli enunciati il cui valore di verità (la loro verità o falsità) o dipende unicamente dal significato dei termini che li compongono (come in “Gli scapoli non sono sposati” o “I quadrati hanno tre lati”, detti enunciati analitici) oppure è verificabile empiricamente, ossia attraverso qualche esperienza. Questo principio è stato soggetto a numerose critiche, che lo hanno portato ad essere del tutto screditato dai filosofi. Una di esse è che sembrano esserci chiari esempi di enunciati significanti il cui valore di verità non può essere stabilito in nessuno dei due modi previsti dal principio in questione. Si pensi all’enunciato “siamo tutti vittime di uno scenario scettico simile a Matrix” o all’enunciato “la tortura è immorale”. Possiamo pensare che questi due enunciati siano falsi, oppure che non potremo mai sapere se siano veri o falsi, o ancora che siano veri o falsi solo in modo relativo, ma certamente non che siano privi di significato. Eppure, nessuna quantità di esperienze sembra sufficiente a farci decidere per la loro verità o falsità, né queste ultime dipendono unicamente dal significato dei termini che li compongono.[8] Di conseguenza, adottando il principio di verificazione, dovremmo dire che essi non hanno alcun significato, il che è assurdo. Un secondo problema è che lo stesso enunciato che esprime il principio di verificazione, ovvero “hanno significato solo quegli enunciati il cui valore di verità o dipende unicamente dal significato dei termini che li compongono oppure è verificabile empiricamente”, non è né analitico né empiricamente verificabile. Esso, dunque, cade vittima di se stesso, dato che se ha significato allora è falso e se è vero allora non ha significato (cosa assurda, dato che solo un enunciato dotato di significato può essere vero).[9]

Infine, voglio presentare un esempio di progresso in uno degli ambiti in cui forse più spesso si crede che non possa esserci progresso, ovvero l’etica. L’esempio che ho in mente è una critica a una certa concezione dei giudizi morali, che deriva, in parte, dallo stesso principio di verificazione. Infatti, i neopositivisti si rendevano conto che destituire di significato ogni giudizio morale (come “la tortura è immorale”) era una mossa radicale, per quanto dal loro punto di vista inevitabile. Per questo cercarono in parte di rimediare sostenendo che anche se i giudizi morali, strettamente parlando, non hanno significato, possono tuttavia esprimere qualcosa, come nostri stati d’animo. L’idea in questione è legata soprattutto ad Alfred Ayer, un filosofo inglese che si prodigò nel promuovere le idee dei neopositivisti (che erano per lo più di area austro-tedesca) nel Regno Unito.[10] Secondo Ayer, un giudizio morale funziona un po’ come un’esclamazione, espressioni linguistiche che non utilizziamo per veicolare significati, ma piuttosto per manifestare stati d’animo, e in particolare emozioni. Secondo questa teoria, nota come emotivismo, i giudizi morali non hanno un valore di verità (non sono né veri né falsi) ma possono essere usati (anzi, questo è il loro unico ruolo linguistico) per esprimere emozioni. La teoria a volte è nota come “teoria Buu/Hurrà”, proprio perché l’idea è che dire “la tortura è immorale” sia qualcosa di simile a dire “Buu la tortura!”. Uno dei problemi principali di una teoria come questa è quello che è diventato noto come problema Frege-Geach o problema dell’incassamento (embedding problem). Senza entrare nei dettagli, il problema è che l’uso che facciamo di espressioni come “la tortura è immorale” non è solo assertorio (o, se ha ragione Ayer, pseudo-assertorio), ossia non usiamo questi enunciati solo per dire cosa riteniamo corretto; essi sono usati anche, ad esempio, all’interno di condizionali come “se la tortura è immorale, allora qualsiasi Stato in cui sia prevista è immorale”. Ma, dato che accettare un condizionale non impegna a considerare corretto il suo antecedente (né il suo conseguente), il giudizio “la tortura è immorale” non è qui usato per esprimere un qualche nostro stato emotivo (negativo, supponiamo) verso la tortura. Inoltre, e questo è il vero e proprio problema evidenziato da Peter Geach, con i giudizi morali possiamo formare argomenti come: se la tortura è immorale, allora qualsiasi Stato in cui sia prevista è immorale; la tortura è immorale; dunque, qualsiasi Stato in cui sia prevista la tortura è immorale. Questo argomento sembra a tutti gli effetti valido, cioè la sua conclusione sembra seguire logicamente dalle premesse. Ma come può un argomento essere valido se contiene (almeno) una premessa che non può avere un valore di verità (ossia “la tortura è immorale”), dato che un argomento è valido se e solo se ogni qualvolta le sue premesse sono vere, è vera anche la sua conclusione?[11] L’emotivismo pare dunque in contrasto con semplici operazioni logiche che siamo in grado di eseguire utilizzando i giudizi morali. Questi e altri problemi della teoria emotivista hanno portato molti filosofi a ritenerla insalvabile, mentre quelli che hanno cercato di salvarne il nucleo hanno dovuto fornire necessari aggiustamenti per evitare di finire preda dell’argomento.[12]

Il consenso in filosofia

Alla luce degli esempi appena presentati, spero non sembri più così strano, per chi prima di questa lettura lo pensava, parlare di progresso in filosofia. Possiamo quindi ora fare un passo in più e cercare di capire se in filosofia c’è, o almeno può esserci, consenso su alcune tesi filosofiche. La prima cosa da dire è che c’è sicuramente consenso sulla rilevanza di alcuni argomenti e controesempi, come quelli visti nella sezione precedente. Oggi i filosofi sono consapevoli dei problemi che affliggono certe teorie. Chiunque si occupi, ad esempio, di epistemologia sa che i controesempi “alla Gettier” devono essere tenuti in considerazione da qualsiasi analisi della nozione di conoscenza. C’è quindi consenso su almeno alcuni fatti di cui una teoria filosofica deve dare conto.[13]

Un secondo aspetto da considerare riguarda l’esistenza o meno di paradigmi in filosofia. Se il modello kuhniano è grosso modo corretto, la presenza di princìpi, metodologie e “immagini del mondo” condivisi nelle comunità di ricerca è indice di una forma di consenso. Penso che questo in effetti sia vero della filosofia contemporanea. Partendo dall’immagine del mondo, al giorno d’oggi quasi tutti i filosofi pensano che viviamo in un mondo popolato da oggetti fisici, come animali, piante, innumerevoli pianeti, altre galassie, atomi, molecole, e via dicendo.[14] Molti pensano che il nostro mondo sia fatto solo di oggetti fisici, o comunque solo di oggetti la cui esistenza dipende in qualche modo dall’esistenza di oggetti fisici.[15] In generale, in filosofia oggi tende a essere dominante una posizione che di solito è definita naturalismo. Esistono versioni più o meno forti di questa posizione. Una versione molto forte direbbe che solo le scienze possono fornirci conoscenza e che il ruolo della filosofia è di contribuire alla conoscenza adottando il più possibile i metodi delle scienze. Versioni più deboli si limitano a dire che le teorie filosofiche non devono entrare in conflitto con le teorie scientifiche e che le teorie scientifiche devono essere tenute in debito conto dai filosofi. Le versioni deboli sono oggi quelle più diffuse e sono ampiamente accettate.[16]

Per quanto riguarda le metodologie, oggi è anzitutto fortemente incentivata la chiarezza nella presentazione degli argomenti, con premesse e conclusioni esplicite. In alcuni ambiti, come la metafisica della modalità e la mereologia, il rigore metodologico è rispettato attraverso l’uso di veri e propri linguaggi formali con logiche annesse.[17] Tra le strategie argomentative comunemente accettate ci sono sia argomenti deduttivi, nella forma di premesse da cui seguono logicamente le teorie, sia argomenti abduttivi, in cui una teoria è giustificata presentando delle evidenze la cui migliore spiegazione è fornita proprio dalla teoria in questione. Concentrandomi un attimo sul tipo di evidenze di cui i filosofi fanno uso, ovviamente queste dipendono dal tipo di ricerca specifica. Una teoria in filosofia del linguaggio farà uso di evidenze che derivano dall’uso ordinario dei termini oppure dal loro comportamento in linguaggi formali; una teoria in filosofia della mente terrà conto di evidenze fenomenologiche, riguardanti il nostro accesso in prima persona ai nostri stati mentali, e di evidenze empiriche ottenute dagli studi scientifici; una teoria in metafisica farà spesso uso di esperimenti mentali, utilizzati per vedere come la teoria si comporta in condizioni diverse da quelle che di fatto si verificano. Quest’ultima metodologia è utile perché in metafisica si propongono spesso teorie riguardanti cosa è possibile e cosa è necessario, quindi non basta valutare cosa di fatto si verifica, bensì si deve anche tenere conto di cosa si sarebbe potuto verificare e di cosa è necessario che si verifichi. Naturalmente, come anche nelle scienze, le evidenze stesse sono discusse e interpretate, quindi è difficile che si trovino evidenze che non si possano screditare o a cui non si possano contrapporre evidenze contrarie.

Infine, per quanto riguarda i princìpi, ne esistono alcuni ampiamente accettati e utilizzati come appoggi teorici per sostenere le proprie teorie o contestare quelle contrarie. Alcuni esempi sono i seguenti: il principio di indiscernibilità degli identici (anche detto Legge di Leibniz), secondo cui, necessariamente, se un oggetto a e un oggetto b sono identici, ovvero sono lo stesso oggetto, allora a condivide tutte le proprietà con b; il fallibilismo, ovvero la tesi secondo cui è possibile essere giustificati a credere proposizioni false; il principio di trasparenza della verità, secondo cui “p” è un enunciato vero se e solo se si dà il caso che p; il principio del contesto, per il quale il significato di un termine dipende dal ruolo che esso può assumere entro un enunciato; il principio di non-contraddizione, per cui ogni enunciato della forma “p e non-p” è necessariamente falso.

Conclusioni

Come accennavo all’inizio, in Italia l’idea che la filosofia possa presentare una forma di progresso epistemico è poco diffusa (o almeno così sembra a me, e spero di sbagliarmi!). Penso che uno dei motivi sia l’insegnamento scolastico liceale (e spesso anche universitario) della filosofia, che non fa interagire quasi per nulla gli studenti con la filosofia contemporanea, in particolare con la filosofia di tradizione analitica, e fa credere loro che questa disciplina non consista altro che nel susseguirsi di tesi, una più strampalata dell’altra, senza che si giunga mai a risultati che possano far avanzare la ricerca. Così, crescendo, si finisce per avere un’idea della filosofia come di qualcosa che magari, nel migliore dei casi, è affascinante, ma non contribuisce affatto alla nostra conoscenza del mondo. Spero con questo articolo di avervi almeno messo il dubbio che le cose stiano davvero così.

[1] Per una critica del modo in cui la filosofia viene insegnata nel nostro Paese si vedano Mugnai, M. (2023), Come non insegnare la filosofia, Raffaello Cortina, Milano; Santambrogio, M. (2024), Filosofia e storia. Viste da un filosofo parziale e pieno di pregiudizi, La nave di Teseo, Milano.

[2] Per approfondimenti si può vedere Laudan, L. (1996), Beyond Positivism and Relativism. Theory, Method and Evidence, Westview Press, Boulder-Oxford.

[3] Per una presentazione delle teorie di Popper e Kuhn, e in generale un’introduzione accessibile alla filosofia della scienza, si veda Godfrey-Smith, P. (2022), Teoria e realtà. Introduzione alla filosofia della scienza, Raffaello Cortina, Milano.

[4] L’articolo è stato pubblicato, insieme ad altri, in Tarski, A. (1956), Logic, Semantics, Metamathematics. Papers from 1923 to 1938, Clarendon Press, Oxford, pp. 152-278.

[5] Per una presentazione in italiano della teoria tarskiana si può vedere il capitolo 4 di Casalegno, P. (2018), Filosofia del linguaggio. Un’introduzione, Carocci, Roma. Uno dei filoni di ricerca profondamente influenzati dal contributo di Tarski è stata l’indagine formale del cosiddetto paradosso del mentitore. Per chi volesse avere una prima introduzione al tema, consiglio la visione del video che ho registrato insieme ad Andrea Salvador e al ricercatore Carlo Nicolai per il canale YouTube di Liberi Oltre Agorà: <https://www.youtube.com/watch?v=6fEIX6Oidq0>

[6] La traduzione italiana di questo articolo si trova in Calabi, C. et al. (a cura di) (2015), Teorie della conoscenza. Il dibattito contemporaneo, Raffaello Cortina, Milano, pp. 37-40.

[7] Per chi volesse sapere quali sono i controesempi di Gettier e il dibattito che essi hanno generato, io e Andrea Salvador discutiamo proprio di questo tema, sempre sul canale YouTube di Liberi Oltre Agorà, con il professor Tommaso Piazza: <https://www.youtube.com/watch?v=dGMFEYcJOf0>

[8] Nel caso dei giudizi morali, questo era quello che pensavano diversi neopositivisti. Va detto che almeno uno di essi, Moritz Schlick, pensava che i giudizi morali fossero giudizi empirici e dunque fossero verificabili empiricamente. Anche alcuni filosofi attuali sono di questo avviso.

[9] Un’altra importante critica al principio di verificazione è stata quella mossa da Quine in Quine, W. V. O. (1951), “Due dogmi dell’empirismo”, in Casalegno, P. et al. (a cura di) (2003), Filosofia del linguaggio, Raffaello Cortina, Milano, pp. 107-135.

[10] Si veda Ayer, A. J. (1936), Language, truth, and logic, Penguin Books, Londra.

[11] Chi ha familiarità con la logica proposizionale sa che la validità di un argomento della forma “se p, allora q; p; dunque, q” può essere provata mediante le tavole di verità, controllando che in tutte le righe in cui alle premesse è assegnato il valore “vero”, esso sia assegnato anche alla conclusione. Il problema è quindi che, se ha ragione Ayer, ad almeno una delle premesse dell’argomento che ho esposto non può essere assegnato il valore “vero” (né il valore “falso”), quindi non si può usare la procedura in questione per verificare la validità dell’argomento.

[12] Per una presentazione e discussione dell’emotivismo e dei suoi problemi, compreso il problema Frege-Geach, si veda Miller, A. (2013), Contemporary Metaethics: An Introduction, Polity, Cambridge-Malden, pp. 61-103.

[13] Recentemente è stato pubblicato un articolo in cui l’autore presenta una lista di 200 fatti su cui, a suo avviso, c’è ampio consenso tra gli epistemologi. Si veda Frances, B. (2026), “Philosophy as fact-based discipline: 200 philosophical facts”, in Philosophical Studies, 183, pp. 551-581.

[14] Va detto che il tipo di oggetti fisici ammessi può variare. Alcuni filosofi pensano che esistano solo oggetti macroscopici, come animali o sassi, mentre altri che esistano solo oggetti microscopici, come gli oggetti fondamentali della fisica. Si tratta comunque di posizioni poco diffuse, dato che la maggior parte dei filosofi accetta entrambi i tipi di oggetti. In ogni caso, per quasi tutti esiste almeno qualche tipo di oggetto fisico. Se siete curiosi di sapere come sono distribuiti oggi i filosofi su alcune delle principali questioni filosofiche, nel 2020 sono stati pubblicati i risultati di un sondaggio con lo scopo di misurare proprio questo: <https://survey2020.philpeople.org/survey/design/questions>

[15] O per lo meno questo vale per gli oggetti concreti, cioè quelli collocati nello spazio-tempo. Discorso diverso per oggetti astratti come numeri, proprietà e proposizioni, che molti filosofi accettano e non considerano oggetti fisici.

[16] Per una presentazione critica del naturalismo, si veda Laudisa, F. (2014), Naturalismo. Filosofia, scienza, mitologia, Laterza, Bari-Roma.

[17] La metafisica della modalità si occupa di comprendere i rapporti tra le proposizioni concernenti la possibilità e la necessità e ciò che le rende vere. La mereologia è la parte della metafisica che si occupa di comprendere la relazione tra parti e interi. Lo sviluppo nel ‘900 di semantiche e sistemi assiomatici formali per il trattamento della modalità e della relazione parte-intero ha contribuito enormemente ai progressi di queste porzioni della metafisica. Purtroppo non ho potuto parlarne qui perché si tratta di risultati troppo tecnici per un breve articolo. Per una introduzione non tecnica a questi temi è possibile leggere i capitoli V e VIII di Carrara, M. et al. (2021), Introduzione alla metafisica contemporanea, il Mulino, Bologna.

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