A differenza di Annibale, pur essendosi rivelato un generale straordinario, non introdusse rivoluzioni nella macchina bellica romana, ma si limitò a sfruttarne al meglio le risorse disponibili. A differenza di Napoleone, non lasciò in eredità riforme sociali capaci di trasformare un continente. Non fu un grande filosofo, e il giudizio sulle sue capacità letterarie resta sospeso, poiché non sopravvissero testi come l’Anticato, che avrebbero potuto rivelare la vera portata della sua eloquenza. Eppure, tra tutti questi nomi, uno solo è diventato titolo di regalità e potere: Cesare.
Gioventù
Convenientemente per chiunque fosse interessato a calcolarne l’età, Giulio Cesare nacque nel 100 a.C. La sua famiglia, l’antica gens Iulia, apparteneva al patriziato romano: i suoi esponenti avevano ricoperto tra le venti e le venticinque volte il consolato, la massima magistratura della Repubblica. Il suo stesso padre, Gaio Giulio Cesare, arrivò a ricoprire la carica di Pretore, mentre suo zio, Sesto Giulio Cesare, fu Console nel 91 a.C. Come molte altre famiglie di antica nobiltà, la gens Iulia rivendicava una mitica discendenza; nel caso specifico da Iulo, figlio dell’eroe troiano Enea, e attraverso di lui dalla dea Venere.
La romantica immagine del giovane Cesare come self-made man, figlio di una nobile famiglia ormai decaduta e costretto a farsi strada tra abusi e stenti, è largamente esagerata. Tuttavia, la sua prima maturità politica fu tutt’altro che agevole. A causa delle scelte politiche paterne, Cesare sposò Cornelia, figlia di Cornelio Cinna, fedelissimo del leader dei populares, Gaio Mario. In seguito alla sconfitta di questi e il consolidamento del potere di Lucio Cornelio Silla, leader degli optimates, il giovane Cesare si trovò in una posizione alquanto precaria. Silla pretese che egli divorziasse dalla moglie Cornelia, ma Cesare, in una prima dimostrazione di coraggio, rifiutò, scegliendo invece di perdere le sue proprietà e fuggire per salvarsi la vita fra i colli della Sabina. Solo l’intercessione delle sacerdotesse Vestali e di influenti parenti e amici di Silla convinsero il dittatore a risparmiare Cesare, ma celebre rimase il suo vaticinio “nam Caesari multos Marios inesse” (In Cesare vi sono molti Mari)[1], un avvertimento per tutti gli optimates che ne avevano preso le parti.
L’inizio della carriera politica e il triumvirato
Poiché la vita a Roma rimaneva pericolosa, nel 81 a.C. Cesare lasciò l’Italia e si unì al seguito di Marco Minucio Termo, governatore della provincia d’Asia. Qui, durante l’assedio di Mitilene, conquistò la corona civica, la prestigiosa onorificenza militare assegnata a chi avesse salvato la vita di un cittadino romano: un riconoscimento così alto da imporre a chiunque, anche ai senatori, di alzarsi in sua presenza. A questo periodo risalgono anche i celebri aneddoti della sua cattura da parte dei pirati cilici e del controverso rapporto con Nicomede, re di Bitinia, episodio ricordato ancora quasi quarant’anni dopo, durante il trionfo gallico, quando i suoi stessi soldati si dice cantassero:
“Gallia Caesar subegit, Nicomeses Caesarem
Ecce Caesar nunc triumphat qui subegit Gallias,
Nicomedes non triumphat qui subegit Caesarem.”
(Cesare sottomise la Gallia, Nicomede Cesare:
Ora Cesare trionfa, perché piegò la Gallia,
non trionfa Nicomede, che piegò Cesare)[2]
Solo con la morte di Silla nel 78 a.C., Cesare tornò a Roma, dove praticò la carriera forense, difendendo e accusando persone di spicco. In particolare, fece scalpore il suo processo per peculato contro Gneo Cornelio Dolabella, fedelissimo di Silla, nel quale si fece notare per le sue incredibili abilità oratore, pur senza vincere la causa.
Nel 69 a.C. divenne Questure (primo gradino del cursus honorum) e nello stesso anno perse Cornelia, la moglie che non aveva ripudiato nemmeno a rischio della vita. Nel 63 a.C., pur non avendo ancora ricoperto alcuna delle magistrature principali, come la pretura, Cesare si candidò alla carica vitalizia di pontifex maximus (Sommo Sacerdote di Roma). Ancora una volta si dimostrò un politico capace, vincendo l’elezione; anche grazie agli ingenti prestiti che usò per corrompere ed elargire doni al popolo, come era consuetudine per qualsiasi tipo di elezione nella Roma di quegli anni.
Più che per azioni di rilievo da parte di Cesare, l’anno fu segnato dal fallito colpo di mano orchestrato da un uomo di cui Cesare aveva sostenuto la candidatura al consolato, Lucio Sergio Catilina. L’evento, reso immortale dall’incipit “quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?” con cui Marco Tullio Cicerone inizia la sua orazione più celebre,[3] ebbe importanti ripercussioni negli anni seguenti e getta una prima ombra su Cesare, il cui coinvolgimento nella vicenda fu guardato sempre con sospetto dai contemporanei.
Questo, però, non gli impedì di vincere le elezioni alla pretura l’anno successivo, che fu particolarmente controverso a causa dello scandalo della profanazione dei misteri della Bona Dea, per opera di Publio Clodio Pulcro. Pur non essendo coinvolto direttamente, Cesare fu costretto a ripudiare la nuova moglie, rimasta coinvolta nello scandalo e presunta amante di Clodio.
Grazie alla pretura, Cesare ottenne il governatorato della Hispania, dove accrebbe la sua fama di uomo d’arme, conducendo una serie di azioni militari contro i bellicosi popoli della penisola. Oltre a questo, l’accesso al governatorato rappresentava anche l’opportunità di rientrare dell’investimento che era stata l’elezione alla magistratura. In quanto governatore, grazie ad appalti sulle tasse, tangenti e la vendita del bottino delle sue campagne, Cesare poté rimpinguare le sue casse e ripagare i creditori.
Carico di gloria e ricchezze, Cesare tornò a Roma con l’intenzione di celebrare un trionfo e candidarsi al consolato; tuttavia, poiché le due cose erano incompatibili e per l’opposizione di Catone il Giovane (futuro Uticense) non gli fu concessa un’eccezione, fu così costretto a rinunciare al trionfo per poter presentare la propria candidatura.
Questo è il momento in cui venne a crearsi il famoso triumvirato, fra Cesare, spregiudicato astro nascente della politica romana, Gneo Pompeo Magno, il più grande generale vivente, e Marco Licinio Crasso, l’uomo più ricco di Roma.
Spesso si sottovaluta il peso politico di Cesare all’interno di questa alleanza, ed effettivamente le sue conquiste in Hispania non potevano essere paragonabili alle vittorie in Asia di Pompeo e il capitale di Crasso. Quello che Cesare poteva offrire, però, era un ruolo di mediatore. Egli poteva contare su rapporti di lunga data con Crasso, suo creditore storico, mentre con Pompeo strinse legami di sangue, divenendo suo suocero, grazie al matrimonio fra questi e sua figlia Giulia. Oltre a questo, Cesare poteva contare su una sempre più forte influenza all’interno del senato di Roma e solide prospettive per divenire console, che all’epoca rappresentava la massima autorità civile e militare della res publica.
Dopo aver vinto le elezioni, sempre tramite l’esborso di ingenti somme, Cesare fu eletto console nel 59 a.C., anno che venne ricordato come il consolato di Giulio e di Cesare, in quanto, al tentativo del collega Marco Bibulo di bloccare alcune sue iniziative, i sostenitori di Cesare lo aggredirono rovesciandogli addosso un secchio di escrementi. Da quel momento in poi, Bibulo rimase confinato nella sua villa, limitandosi a emanare decreti che vennero ignorati.
Libero dall’ingerenza del collega, Cesare approvò leggi storiche, tra cui la lex Iulia de repetundis, per lottare contro la corruzione di cui si era servito egli stesso. Altre iniziative furono la pubblicazione degli atti del Senato (Acta diurna), l’assegnazione di terre in Campania a 20.000 cittadini con almeno tre figli; inoltre, furono ridotti i debiti degli appaltatori statali.
Il Cesare che emerge da questi anni è un uomo estremamente ambizioso, lanciato verso il successo, ma anche spregiudicato e pronto a sfruttare le mancanze del sistema per arrivare ai suoi scopi. Gli aneddoti relativi ai suoi scontri con Catone, suo fervente oppositore e austero difensore dello status quo, sono numerosi e le voci relative a un suo coinvolgimento nella famosa congiura di Catilina, mostrano un lato più oscuro di un Cesare affamato di potere e disposto a tutto per ottenerlo.
La conquista della Gallia e lo scoppio della guerra civile.
Tutte le irregolarità e le forzature del sistema con le quali Cesare aveva costruito il suo successo non passarono inosservate. Per quanto egli fosse un uomo politico di spicco, erano molti i senatori che ne osteggiavano la politica, che fosse per invidia, ambizioni personali, o reale opposizione ideologica.
Per tale ragione, al fine di proteggersi da eventuali azioni legali una volta terminato il suo mandato, che gli conferiva l’immunità, Cesare si assicurò un comando straordinario di cinque anni (poi esteso a dieci anni) in Gallia Cisalpina, Gallia Transalpina e Illirico. Un’autorità di questo tipo non rappresentava un unicum, ma costituiva comunque l’ennesimo caso in cui la legge veniva sacrificata sull’altare dell’ambizione.
Le successive guerre galliche (58–51 a.C.) furono un periodo di intensi scontri, spesso al limite della legalità, in cui, al netto di alcuni rovesci, Cesare emerse come l’uomo più celebre di Roma.
In seguito alla resa di Vercingetorige nell’assedio di Alesia, Cesare aveva pacificato l’intero territorio dei Galli, che costituivano l’unico popolo che era stato in grado di saccheggiare Roma. Ma le ragioni per la sua fama non si fermavano a questo: egli era stato il primo fra i Romani a mettere piede in Britannia; sempre per primo aveva attraversato il Reno per saccheggiare il territorio dei Germani, altro popolo dall’incredibile fama di guerrieri. Tutte queste imprese, ricordate nei suoi Commentarii, gli permisero di essere immortalato come un eroe contemporaneo agli occhi dei cittadini romani.
Al contempo, la portata della carneficina fu terribile: fonti antiche sostengono che Cesare distrusse oltre un milione di vite e ne ridusse un altro milione in schiavitù. Azioni che gli valsero il biasimo dei suoi stessi contemporanei, anche se forse solo per opportunismo politico.
La guerra in Gallia aveva reso Cesare l’uomo più ricco di Roma, oltre che l’unico dotato di decine di migliaia di veterani temprati da dieci anni di guerra. Questo potere, però, era bilanciato dall’isolazionismo che gli anni lontano da Roma avevano provocato.
Dei suoi potenti alleati non era rimasto nulla. Nel 53 a.C., Crasso aveva trovato la morte contro l’Impero dei Parti, che all’epoca governava i territori del moderno Iraq e Iran. Pompeo, invece, dopo la morte di Giulia nel 50 a.C., aveva voltato le spalle al vecchio alleato, passando dalla parte di Catone il Giovane e gli altri senatori ostili a Cesare, gli optimates.
Senza più la maggioranza nel senato, Cesare non poteva sperare di candidarsi nuovamente al consolato in absentia, quindi senza mai perdere l’immunità che il titolo di governatore gli garantiva. Senza questa immunità non avrebbe potuto salvarsi dai processi che Catone e i suoi avversari gli avrebbero intentato per tutte le irregolarità che aveva commesso negli anni.
Con le spalle al muro, il 10 gennaio del 49 a.C., Cesare compì il fatidico attraversamento del Rubicone, il confine tra la sua provincia e l’Italia. Si trattò di un atto di aperta ribellione, ma Cesare lo presentò come una missione per liberare la res publica e difendere i diritti dei tribuni della plebe, che erano stati cacciati da Roma per aver cercato di tutelarlo.
Per quanto agli occhi di un moderno possa risultare una scusante di poco conto e pretestuosa, la cacciata dei tribuni non costituiva solo un’azione politica contro Cesare, ma un vero e proprio atto di empietà contro gli dèi. La legge prevedeva che anche solo toccare un tribuno della plebe poteva essere condannabile con la morte. Per cui, appellandosi alla difesa dei tribuni, Cesare riuscì a presentarsi come un difensore del popolo contro l’oppressione di una classe politica corrotta e gelosa dei propri privilegi.
La guerra civile
La calata in Italia fu rapida, così tanto che Pompeo e il senato dovettero scappare in Grecia, dove avrebbero potuto contare su alleati e risorse per armare un esercito. Approfittando della loro assenza, Cesare consolidò il potere a Roma, per poi marciare sulla Spagna, dove sconfisse alcune delle truppe migliori di Pompeo. Due anni dopo, in Grecia, in una giornata ribaltò una campagna che sembrava destinato a perdere, quando sbaragliò le truppe degli optimates nella battaglia di Farsalo.
Pompeo cercò di fuggire in Egitto, ma fu assassinato dal re bambino Tolemeo, speranzoso di ingraziarsi Cesare nella sua guerra civile contro la sorella Cleopatra. Il calcolo del sovrano fu però errato. Le fonti raccontano che Cesare si sciolse in lacrime nel vedere la testa mozzata del vecchio amico e rivale, morto per il tradimento di un bambino.
In Egitto, pur con alcune difficoltà, riuscì a imporre il dominio di Cleopatra, che divenne sua amante e dalla quale ebbe anche un figlio, Cesarione. Il resto delle guerre civili può essere riassunto con una serie di vittorie in tutto il Mediterraneo. In Asia, Cesare sconfisse in rapida successione Farnace II del Ponto, vittoria ricordata dalla lapidaria formula “veni, vidi, vici;” poi Catone a Tapso, in Africa, e infine il figlio di Pompeo a Munda, in Spagna, nel 46 a.C., una battaglia ricordata come la più dura che avesse mai combattuto.
Per quanto Cesare non abbia mai mostrato di possedere freni nel momento di ordinare la morte di migliaia di uomini, che fosse in una battaglia, o per i suoi saccheggi, nel corso della guerra civile, una caratteristica determinante della sua strategia fu il ricorso alla clementia.
A differenza di Silla, che aveva condotto proscrizioni di massa, portando alla morte ed esilio di migliaia di uomini e donne, Cesare perdonò tutti i suoi nemici, fra cui Cicerone, Marco Bruto e Gaio Cassio, e permise loro di tornare a ricoprire alte cariche. Altri, come Catone, preferirono darsi la morte, piuttosto che accettare di essere perdonati.
In qualità di dittatore, Cesare attuò riforme fondamentali: stabilizzò la moneta, alleggerì il peso del debito e sostituì il caotico calendario romano con il calendario giuliano. Trasformò il volto di Roma con il Foro Giulio, collocando i propri monumenti al centro della vita politica della città.
Nonostante le sue riforme, la nomina a dittatore a vita (dictator perpetuo) nel 44 a.C. fu vista da molti come un tentativo di instaurare un regime monarchico. Questo titolo fu una condanna a morte per la res publica, poiché segnalava che Cesare, contrariamente a quanto fatto da Silla, non avrebbe mai rinunciato al potere. In aggiunta, vi furono una serie di incidenti che aumentarono le tensioni.
Nel corso di una seduta del senato, insultò profondamente i senatori non alzandosi quando gli furono conferiti nuovi onori. Alla festa dei Lupercalia, Marco Antonio tentò di porre un diadema (la corona di un re) sulla sua testa, ma Cesare rifiutò, in un gesto che fu interpretato come una prova preparata per sondare l’umore del pubblico.
Infine, con quella poetica ironia che spesso ritroviamo fra le pagine della storia, il 15 marzo del 44 a.C., Cesare fu pugnalato a morte nella curia di Pompeo, momento cristallizzato nella storia dalle parole “tu quoque, Brute, fili mihi”[4], rivolte a Giunio Bruto, che già aveva perdonato dopo Farsalo. Agonizzante e senza possibilità di fuga, Cesare cadde ai piedi della stessa statua di Pompeo, suo grande rivale e amico, coprendosi il volto con la toga per cadere con dignità.
Con quest’azione brutale, i due capi della congiura, Bruto e Cassio, sperarono di riportare indietro le lancette della storia, eliminando non un uomo, ma l’ideale del tiranno, riportando così la libertà.
Il loro sogno e le loro illusioni non si avverarono mai. Al contrario, un giovane C. Ottavio, erede più prossimo di Cesare per linea matrilineare, adottato post-morte dallo stesso Cesare, si fece carico della sua eredità politica ed emerse come Augustus dalle ceneri della Repubblica.
Nel corso del suo lungo governo, Augusto si premurò di deificare Cesare, rendendolo il divus Iulius e sé stesso il divi filius. In questo modo Augusto plasmò l’immagine che noi oggi abbiamo di Cesare: quella di un sovrano illuminato, un generale senza pari, un dio, un Cesare.
[1] Svetonio, Cesare, 1.
[2] Svetonio, Cesare, 49.
[3] Cicero, Catilinarie.
[4] Svetonio, Cesare, 82; Cassio Dione, Historia Romana, 44, 19.
