La destra
In questo referendum si sono viste due campagne profondamente diverse. La sinistra ha scelto una linea chiara, compatta e riconoscibile sul No. La destra, invece, pur sostenendo formalmente il Sì, non è mai riuscita a costruire una vera mobilitazione politica e comunicativa attorno alla riforma. La sua è apparsa una campagna debole, confusa e spesso contraddittoria; esponenti della stessa maggioranza hanno lanciato messaggi diversi: sono stati usati paragoni poco pertinenti e, in più di un’occasione, la presenza televisiva del fronte favorevole è sembrata più difensiva che convincente.
Eppure, nonostante questa evidente fragilità comunicativa, il Sì ha comunque raccolto circa il 46% dei voti. Un dato che dice molto: una parte consistente dell’elettorato di centrodestra ha votato quasi per appartenenza, più che per la forza delle argomentazioni portate in campagna elettorale. Ed è proprio questo a rendere ancora più imbarazzante la prova politica della destra: nonostante una base potenzialmente ampia, non è riuscita a trasformare un referendum sostenuto dal governo in una battaglia davvero credibile e coerente.
La sinistra
Anche il fronte del No offre però uno spunto politico interessante. La sinistra ha difeso con forza una posizione contraria alla riforma, ma lo ha fatto non senza una certa ambiguità storica. Nel corso degli anni, infatti, aree della sinistra e del centrosinistra hanno più volte sostenuto interventi che puntavano, se non allo stesso identico approdo, almeno a un obiettivo vicino: rafforzare la distinzione tra giudice e pubblico ministero e accentuare la terzietà del giudice.
È il caso della Commissione bicamerale per le riforme costituzionali del 1997, di alcune posizioni emerse nel programma del centrosinistra e nel dibattito sulla riforma Castelli nel 2006, fino alla proposta Bernardini del 2008. Per questo la vittoria del No apre una domanda politica reale: la sinistra ha vinto davvero nel merito della questione, oppure ha vinto soprattutto una battaglia di opposizione al governo?
La sua campagna è stata senza dubbio più efficace, soprattutto sui social e nello spazio mediatico, anche grazie al sostegno di volti televisivi molto noti. Ma resta una domanda che non può essere ignorata: quanta parte di quel consenso è nata da una convinzione tecnica sulla riforma, e quanta invece è stata semplicemente l’ennesima occasione per votare contro Giorgia Meloni e contro l’attuale governo?
Le tifoserie
Il punto centrale emerso da questo referendum è, ancora una volta, la crescente polarizzazione dei gruppi sociali. Sempre più persone non votano più nel merito di un quesito, ma per partito preso, per appartenenza, quasi per fede. E sappiamo bene, anche dalla storia, quanto l’inseguimento cieco di una fede abbia spesso prodotto disastri che ancora oggi ricordiamo.
Ci stiamo dirigendo verso un’epoca sempre più polarizzata, popolata da persone che indossano una casacca e la difendono a prescindere. Lo vediamo nella politica interna, ma ancora di più nella politica estera. Negli ultimi anni abbiamo assistito a vere e proprie tifoserie attorno ai grandi conflitti internazionali: Russia-Ucraina, Israele-Palestina e oggi Stati Uniti-Iran. Anche di fronte a temi enormi, tragici e complessi, troppi hanno scelto di schierarsi senza coerenza ma solo seguendo i propri leader politici.
Ed è proprio questo il punto su cui dovremmo fermarci a riflettere.
Vogliamo davvero un mondo in cui un partito politico diventi la nostra nuova squadra del cuore? Vogliamo davvero una società in cui i partiti non fanno più il bene comune, ma soltanto quello dei propri tifosi più accaniti?
Perché quando la politica smette di convincere e inizia soltanto a compattare le proprie curve, il confronto muore. E quando muore il confronto, a perdere non è un partito o l’altro: perdiamo tutti.
