Barbero e la sua crociata del "taglia e cuci"

OpinioniItalia

di Tetyana Bezruchenko,

Da Mariupol alla riforma della giustizia: come il "metodo Barbero" trasforma la storia in militanza.

Da cittadina italiana andrò a votare al referendum.

E lo faccio con un senso profondo di responsabilità: non sono un’esperta di diritto costituzionale, ma se la mia voce può influire sul futuro del Paese, sento il dovere di informarmi, ascoltare opinioni diverse, comprendere i fatti e ragionare.

Per questo mi colpisce la discussione nata intorno al fact-checking del video di Alessandro Barbero, storico medievalista.

Il suo prestigio – quello di un professionista che lavora sui fatti, sulle fonti, sulla precisione e sulla logica – gli ha dato un’autorità immensa. So bene quanto sia amato e seguito da persone colte e intelligentissime. E molti si aspettano da lui ciò che si chiede a un grande studioso: imparzialità, metodo, distanza critica.

Il problema è che negli ultimi anni, con l’esplosione dei social, Barbero – come diversi altri intellettuali diventati improvvisamente star – ha iniziato a usare la sua popolarità per proporre narrazioni politiche, presentandole come “ragionamento logico”. La sua credibilità iniziale amplifica automaticamente le sue opinioni.

Qui nasce il nodo: un fact-checker può stabilire se una narrazione è vera o falsa?

Può verificare i fatti, i numeri. Questo è il suo mestiere. 

Ma quando un contenuto non è un fatto, bensì una previsione, un’interpretazione emotiva o una cornice narrativa, allora non esiste etichetta “vero/falso” che tenga. 

Ed è proprio questo spazio intermedio il terreno preferito dalla disinformazione contemporanea. 

Si chiama cherry picking: prendere solo la parte di verità utile alla propria tesi, ignorare il resto e costruire una narrazione che sembra logica solo perché parte da un frammento reale. La manipolazione, infatti, non nasce necessariamente dal falso, ma da una selezione parziale dei fatti che, privati del loro contesto, finiscono per sostenere tesi preconcette.

Non serve inventare una bugia: basta selezionare, tagliare e incorniciare.

Per spiegare cosa intendo, uso un esempio lontano dalla politica italiana. Se qualcuno chiedesse cosa facevano Kadyrovtsy – i miliziani ceceni fedeli al regime di Grozny e inviati dalla Federazione Russa – a Mariupol nella primavera del 2022, qualcuno potrebbe rispondere:

“Distribuivano il pane ai civili.”

E un fact-checker direbbe: sì, è vero.

Ma mancherebbe tutto il resto:

che quella città l’hanno distrutta loro; che hanno lasciato i civili senza acqua, cibo, elettricità, riscaldamento per settimane; che hanno filmato la fila delle persone affamate che erano costrette a ringraziare “Kadyrov e la sua famiglia per la generosità”, sotto i kalashnikov dei “liberatori”.

La distribuzione del pane da kadyrovtsy è un fatto reale, vero.

Ma isolato dal contesto, trasforma un criminale in un benefattore. E questo è il punto essenziale:

la verità parziale senza contesto diventa manipolazione.

Peggio ancora se a trasmetterla è un personaggio pubblico insignito della fiducia di centinaia di migliaia di persone.

Ed è lo stesso meccanismo che ritrovo nelle parole di Barbero sulla riforma della giustizia. Non inventa nulla: prende uno o due elementi veri, ne omette altri decisivi, aggiunge parole emotive (“distruzione”, “autoritarismo”, “fascismo”) e costruisce una conclusione che non descrive più la realtà, ma una versione capovolta, che poi può difendere come semplice “opinione”.

Io non entro nel merito tecnico: non è il mio mestiere. Quella parte la lascio a chi ha competenza.

Ed è proprio un giurista di altissimo livello, il professor Nicolò Zanon – ordinario di Diritto costituzionale e già giudice della Corte costituzionale – ad aver smontato uno per uno gli argomenti di Barbero sul piano giuridico.

Zanon, con una gentilezza che non attenua la precisione, fa un lavoro fondamentale: 

prende le frasi di Barbero e le ricompone, mostrando quali parti medievalista ha estrapolato e quali ha omesso. 

Non polemizza: completa il quadro.

Rimette al loro posto gli elementi tagliati via, chiarisce il contesto, ricostruisce la logica costituzionale. 

E così diventa evidente che ciò che Barbero presenta come analisi è una mezza verità priva di contesto, gonfiata con parole emotive. 

Quando si entra nel merito delle frasi più discusse di Barbero, il meccanismo diventa chiarissimo: è il cherry picking, cioè una fallacia logica (nota anche come fallacia dell’evidenza incompleta). È la pratica di ignorare tutte le prove che smentiscono la propria tesi e di mettere in luce solo quelle che la confermano, dando l’illusione di un ragionamento solido quando in realtà è costruito su un frammento selezionato di realtà. 

Barbero parte sempre da qualcosa di vero, ma poi lo piega, lo restringe, lo isola dal contesto – ed è proprio lì che nasce la manipolazione. Il professor Zanon lo ha mostrato punto per punto: basta rimettere insieme ciò che Barbero ha spezzato per vedere quanto la sua ricostruzione sia distorta. 

Leggiamo ancora alcune frasi più famose del discorso del professor Barbero. 

“La separazione di fatto c’è già.” 

È vero che molti magistrati non cambiano mai ruolo tra giudice e PM. Ma Barbero non dice la parte essenziale: la Costituzione permette quel passaggio, proprio perché giudici e PM fanno parte dello stesso ordine. Il fatto che “succeda poco” non significa che la separazione esista davvero: significa solo che pochi la esercitano. Togliere questi pezzi di argomentazione ha uno scopo preciso: far sembrare la riforma inutile o addirittura una presa in giro degli elettori, perché “tanto la separazione c’è già”. Qui non c’è nulla di inventato, c’è “solo” l’omissione strategica, grazie alla quale un “SI” può diventare un “NO”. 

“La riforma distrugge il CSM.”

È vero che la riforma modifica profondamente l’architettura del sistema, sdoppiando il CSM (Consiglio Superiore della Magistratura)

in due organi distinti. Tuttavia, Barbero omette il punto centrale: l’autogoverno non viene abolito. Entrambi i nuovi consigli mantengono una maggioranza di membri eletti dai magistrati stessi. Usare la parola “distruzione” serve a evocare un crollo democratico che, nei fatti, è una riorganizzazione funzionale che non consegna la magistratura alla politica.

È framing emotivo, la "confezione" di un elemento retorico per incoraggiare certe interpretazioni e scoraggiarne altre, e non l’analisi che ci si aspetterebbe da uno storico. 

Il paragone col fascismo e i “Giudici che prendono ordini dal governo.” Barbero, come storico, ricorda correttamente che nel fascismo il ministro controllava i magistrati. Quello che lascia fuori dalla sua “argomentazione” è che la riforma non restituisce al governo nessun potere disciplinare. 

Il professor Zanon chiarisce che la riforma sposta la competenza disciplinare dal CSM a un’apposita Alta Corte. Barbero, però, usa l'analogia col fascismo per suggerire che i giudici torneranno a prendere ordini dal governo. La realtà è diversa: questa nuova Corte è un organo indipendente. Il potere di sanzionare o trasferire i magistrati non torna affatto nelle mani del Ministro della Giustizia. Evocare il regime serve a generare un muro ideologico tra “noi” e “loro”, non a spiegare l'effettivo funzionamento della norma

Perché allora evocare il fascismo? Perché è una parola che agisce da sola, usata per dividere immediatamente tra giusto e sbagliato e creare una divisione netta e invalicabile. Barbero usa l’analogia con il fascismo per generare paura, non per chiarire l’argomento. L’analogia, che purtroppo, ultimamente viene spesso usata per delegittimare l'avversario in modo rapido, senza necessità di argomentare.

Non è necessario essere esperti di diritto per vedere il meccanismo: Barbero prende un cambiamento tecnico reale, come la nascita dell'Alta Corte o lo sdoppiamento del CSM, e, omettendone le garanzie di indipendenza, lo trasforma in un attacco autoritario. Questa è la tecnica inammissibile per uno storico: far passare un'agenda politica per un'analisi neutrale.

Egli non si limita a “mettere in guardia” il suo pubblico: lo arruola dentro una visione del mondo che coltiva da sempre. Una visione che contrappone in modo rigido il “popolo” al “potere”, il “governo” alla “democrazia”, l’“autoritarismo” alla “resistenza”; come se il professore dimenticasse di vivere nell'Europa fondata sullo Stato di diritto e sulle libertà democratiche, e non sotto l'oppressione del regime sovietico.

È in questo cortocircuito temporale che si scorge una certa nostalgia per 

le categorie politiche del Novecento, che ignora perfino la lezione di chi, come Enrico Berlinguer, ebbe il coraggio di staccarsi da vecchie illusioni grazie all'Europa e all'equilibrio della NATO. Quando Barbero parla, non è neutrale: porta con sé un immaginario politico che non ha mai davvero abbandonato e lo inserisce dentro un discorso che sembra tecnico, ma non lo è. 

Barbero promuove una posizione politica precisa travestendola da logica oggettiva, e molte persone colte, attente e in buona fede la assorbono come fosse un dato di realtà invece che una scelta di campo. La polemica attorno a Barbero ha spaccato la società italiana: le sue parole non vengono più prese come una tesi discutibile, ma come una posizione identitaria, soprattutto da chi lo segue come figura di riferimento culturale. Non è più un dibattito, ma tifoseria. 

Se, però, vogliamo una democrazia adulta, dobbiamo saper riconoscere questa dinamica e respingerla, indipendentemente da chi la mette in scena. Perché la democrazia esiste solo quando chi vota è consapevole della sua scelta: non possiamo permetterci il lusso della tifoseria.

Tag: Barberoopinionireferendum

Continua a leggere

Tutti gli articoli