Negli Usa il dato centrale è l’inflazione di marzo, salita al 3,3% dal 2,4% di febbraio, trainata dall’energia, con benzina e fuel oil in forte aumento. I salari reali si indeboliscono e la fiducia dei consumatori crolla ai minimi storici, mentre la Fed resta prudente ma comincia a discutere apertamente anche l’ipotesi di una stretta se i rincari dovessero radicarsi. Il mercato del lavoro regge ancora, ma il calo della partecipazione segnala fragilità più strutturali.
In Europa il rincaro dell’energia continua a pesare su carburanti, industria e prospettive di crescita. La benzina nell’UE sale a 1,871 euro al litro, il diesel a 2,076 euro, mentre si rafforza anche il rischio di tensioni sul jet fuel se Hormuz non tornerà pienamente operativo. In Germania l’inflazione accelera al 2,8% e la ripresa resta debole, mentre la BCE mantiene una linea cauta ma vigile.
Nel resto del mondo il quadro è altrettanto complesso. In Giappone crescono le pressioni su yen e prezzi, con la BoJ che resta in allerta. In Corea del Sud l’export tiene grazie ai semiconduttori, ma aumentano i timori di stagflazione. India, Canada e Messico mantengono un approccio prudente sui tassi, cercando di bilanciare inflazione e crescita più debole. In Cina finiscono oltre tre anni di deflazione industriale, ma il ritorno dei prezzi alla produzione riflette soprattutto il rincaro energetico, non una vera ripresa della domanda.
Il messaggio finale della settimana è chiaro: la tregua tra USA e Iran non basta a chiudere la guerra economica. FMI e OCSE avvertono che anche con una de-escalation duratura la crescita globale sarà più debole, soprattutto se i danni agli impianti energetici manterranno petrolio e gas elevati più a lungo. L’economia mondiale non entra in crisi aperta, ma si muove in una fase più fragile, più costosa e più geopolitica.
INDICATORI MACROECONOMICI
Inflazione:
Italia: +1,5%, dal precedente +1% ⬆
Eurozona: +2,5% dal precedente +1,9%. ⬆
Inghilterra: +3% dal precedente +3%
Stati Uniti: +3,3% dal precedente +2,4% ⬆
Disoccupazione:
Italia: +5,1% dal precedente +5,5% ⬇
Eurozona: +6,2% dal precedente +6,1%⬆
Inghilterra: +5,2% dal precedente +5,2%
Stati Uniti: +4,4% dal precedente +4,3% ⬆
Tassi d'interesse:
Eurozona: 2,15%
Stati Uniti: 3,75-3,5%
Inghilterra: 3,75%
PIL: Q4 2025:
Italia: 0,1%
Eurozona: +0,3%
Inghilterra: +0,1%
Stati Uniti: +1,4%
MERCATI FINANZIARI
EUR/USD: 1,17282, +1,86% questa settimana, –0,11% da inizio anno
DXY: 98,65, –1,57% questa settimana, +0,37% da inizio anno
S&P500: 6.816,83, +3,56% questa settimana, –0,89% da inizio anno
NASDAQ: 22.902,88, +4,68% questa settimana, –2,46% da inizio anno
FTSE MIB: 47.327,99, +3,73% questa settimana, +5,17% da inizio anno
STOXX 600: 614,84, +3,19% questa settimana, +3,83% da inizio anno
DAX: 23.803,95, +1,52% questa settimana, –2,80% da inizio anno
CAC 40: 8.259,60, +4,40% questa settimana, +1,35% da inizio anno
IBEX 35: 18.180,90, +6,57% questa settimana, +5,04% da inizio anno
US10Y: 4,32%, +0,8 bps questa settimana, +13 bps da inizio anno
US02Y: 3,79%, +6 bps questa settimana, +30,7 bps da inizio anno
US10Y – US02Y: 0,53%, –2 bps questa settimana, –11,3 bps da inizio anno
IT10Y: 3,84%, +4 bps questa settimana, +29,2 bps da inizio anno
Spread BTP–Bund: 78,790 bps, –8,23 bps questa settimana, +18,28 bps da inizio anno
VIX: 19,46, –18,48% questa settimana, +31,04% da inizio anno
BTC/USD: $73.150,00, +6,02% questa settimana, –16,40% da inizio anno
FOCUS DELLA SETTIMANA
STATI UNITI
Iran, negoziati e shock energetico pesano anche sugli Stati Uniti
Nel confronto tra Iran e Stati Uniti uno dei nodi centrali resta lo sblocco dei capitali iraniani congelati all’estero, stimati in oltre 100 miliardi di dollari. Per Teheran quei fondi sono essenziali per arginare inflazione, svalutazione del rial e scarsità di valuta pregiata, mentre per Washington rappresentano una leva negoziale decisiva. Intanto gli effetti economici della guerra si propagano anche negli Usa, colpendo in particolare il settore delle costruzioni: il rincaro di carburanti, alluminio, PVC e materiali importati sta aumentando i costi di uffici, appartamenti e centri commerciali. Se lo shock dovesse durare, il rischio è un rinvio o una cancellazione di nuovi progetti in un comparto già frenato da tassi alti, manodopera scarsa e supply chain sotto pressione.
Inflazione, la guerra riporta al centro il rischio stagflazione
Negli Stati Uniti torna a rafforzarsi il timore di una nuova fase di stagflazione. La guerra con l’Iran ha riacceso la pressione su petrolio e materie prime, riportando l’inflazione al 3,3% annuo a marzo contro il 2,4% di febbraio. Il rialzo è guidato soprattutto dall’energia, con benzina a +18,9% e fuel oil a +44,2%, ma iniziano a emergere effetti anche su trasporti, abbigliamento e altri comparti più sensibili ai costi.
La Fed si trova così davanti a un dilemma sempre più classico: inflazione sopra target da un lato, rischi per crescita e occupazione dall’altro. Beth Hammack apre almeno in teoria alla possibilità di un rialzo dei tassi, se i prezzi dovessero restare ostinatamente lontani dal 2%. Anche Jamie Dimon mette in guardia: nuovi shock energetici potrebbero destabilizzare mercati, tassi e credito, con vulnerabilità particolari nel private credit.
Nel frattempo l’impatto si vede già nei redditi reali. A marzo i salari settimanali corretti per l’inflazione scendono dello 0,9% su base mensile, il peggior dato da giugno 2022, mentre su base annua crescono appena dello 0,2%. La benzina oltre i 4 dollari al gallone colpisce soprattutto i lavoratori più esposti e riduce ulteriormente il potere d’acquisto delle famiglie.
Lavoro, regge nel breve ma si indebolisce nel lungo periodo
Il mercato del lavoro americano continua a mostrare una certa tenuta, ma sotto la superficie emergono fragilità più profonde. La prima è il calo del tasso di partecipazione, sceso a 61,9%, minimo dal 1977 al netto della pandemia. Il dato riflette soprattutto invecchiamento demografico, più pensionamenti tra gli over 55 e stretta sull’immigrazione, che riduce l’ingresso di lavoratori giovani. La partecipazione nella fascia 25-54 anni resta invece vicina ai massimi storici, segno che il problema è soprattutto strutturale.
In questo quadro pesa anche l’effetto dell’intelligenza artificiale. Molti lavoratori senior scelgono l’uscita anticipata invece di affrontare un nuovo ciclo di trasformazione tecnologica, mentre chi perde il posto in occupazioni esposte all’automazione rischia ricollocazioni più lente, salari più bassi e un vero downgrading professionale. I giovani restano più adattabili, ma non immuni.
Anche leggere i numeri è diventato più difficile. Nel 2026 le stime di Wall Street hanno mancato il dato mensile sull’occupazione di 112.000 posti in media nei primi tre mesi dell’anno. Tra immigrazione più bassa, clima, scioperi e rumore statistico, il mercato del lavoro Usa appare oggi meno debole di quanto sembri a tratti, ma anche molto più instabile e complesso da interpretare.
Natalità ai minimi storici e genitorialità sempre più tardiva
Nel 2025 la natalità americana tocca nuovi minimi storici. Il tasso generale di fecondità scende a 53,1 nascite ogni 1.000 donne tra 15 e 44 anni, mentre il tasso di fertilità totale cala a 1,57 figli per donna, ben sotto la soglia di sostituzione di 2,1. Per il sesto anno consecutivo le nascite restano ferme attorno a 3,6 milioni. Il cambiamento più evidente riguarda l’età: per la prima volta il tasso di natalità delle donne tra 35 e 39 anni supera quello delle donne tra 20 e 24 anni. Pesano incertezza economica, stabilità relazionale più debole e rinvio della genitorialità.
Fiducia dei consumatori ai minimi storici
Ad aprile la fiducia dei consumatori americani crolla a 47,6, il livello più basso mai registrato nella lunga storia dell’indagine dell’Università del Michigan, sotto il precedente minimo del 2022. Il dato riflette il timore che la guerra con l’Iran colpisca economia, prezzi e potere d’acquisto. A peggiorare il quadro non è solo l’umore delle famiglie, ma anche il rialzo delle aspettative di inflazione, sia nel breve sia nel lungo termine. Per la Fed è un segnale delicato: se i cittadini iniziano a dubitare della capacità della banca centrale di controllare i prezzi, il problema diventa non solo economico ma anche di credibilità.
Casa di proprietà, salgono anche i costi nascosti
Negli Stati Uniti le spese di HOA e condomini stanno diventando un peso crescente per i bilanci familiari e aggravano una crisi di accessibilità già segnata da prezzi elevati e mutui costosi. Nel 2025 la quota mediana mensile per un condominio raggiunge 420 dollari, +29% rispetto al 2019, mentre per le case unifamiliari sale a 63 dollari, +26%. A spingere i rincari sono soprattutto assicurazioni, manodopera, materiali e nuovi obblighi di sicurezza. Per molti proprietari queste spese superano ormai la rata del mutuo e rischiano di escludere altri potenziali acquirenti dal mercato immobiliare.
Ordini di beni durevoli in calo a febbraio
A febbraio gli ordini di beni durevoli negli Stati Uniti scendono dell’1,4% rispetto a gennaio, attestandosi a 315,5 miliardi di dollari, in calo più del mese precedente ma meno delle attese degli analisti, che prevedevano un -1,1%. A pesare è soprattutto il comparto dei trasporti, in flessione del 5,4%. Al netto di questa componente, però, gli ordini mostrano un segnale migliore e salgono dello 0,8%. Il dato suggerisce quindi un quadro misto: debolezza nei settori più volatili, ma una domanda di fondo ancora relativamente solida.
Ford sotto pressione: dazi e incendi colpiscono l’F-150
L’amministrazione Trump respinge finora le richieste di Ford e di altri costruttori per alleggerire i dazi sull’alluminio, nonostante gli incendi nello stabilimento Novelis di Oswego abbiano creato forti colli di bottiglia produttivi. Il gruppo usa ora metallo importato da Europa e Corea del Sud, colpito però da un dazio del 50%, costo che ricade sulle case auto. Ford stima un impatto già pari a 2 miliardi di dollari e altri 1 miliardo di maggiori spese quest’anno. La vicenda mostra come dazi e shock industriali stiano pesando insieme sulla manifattura americana.
EUROPA
Europa, lo shock energetico si allarga dai carburanti ai cieli
In Europa il rincaro dell’energia continua a propagarsi ben oltre il petrolio. A fine marzo il prezzo medio della benzina nell’UE sale a 1,871 euro al litro, mentre il diesel raggiunge 2,076 euro, con aumenti rispettivamente di circa 15% e 30% rispetto a fine febbraio. I rincari più forti si registrano nei Paesi Bassi, in Danimarca e in Germania, mentre Malta resta il mercato più conveniente. Il balzo del diesel segnala quanto lo shock stia colpendo in modo diretto trasporti e logistica.
Ma il problema si sta estendendo anche al traffico aereo. Gli aeroporti europei avvertono che, senza una piena riapertura di Hormuz entro tre settimane, potrebbe emergere una carenza sistemica di jet fuel. In alcuni Paesi le riserve basterebbero appena per 8-10 giorni, mentre il carburante aereo supera già i 1.573 dollari per tonnellata, oltre il doppio dei livelli pre-conflitto. Il rischio è un colpo non solo alle compagnie, ma anche al turismo, alla connettività e alla crescita europea.
Bruxelles boccia i pedaggi su Hormuz
La Commissione europea respinge con nettezza qualsiasi ipotesi di pedaggio per attraversare lo Stretto di Hormuz, sia nella versione proposta dall’Iran sia nell’idea evocata da Trump di una possibile “joint venture” con Teheran. Per Bruxelles il principio è chiaro: il diritto internazionale garantisce la libertà di navigazione, quindi nessun pagamento può essere imposto per il semplice transito. La Commissione però ammette che, nella pratica, la scelta finale spetta alle singole compagnie marittime, chiamate a decidere se pagare o restare bloccate. Il caso mostra quanto la crisi di Hormuz stia ormai trasformando commercio e diritto internazionale in un terreno di forte scontro geopolitico.
BCE, Wunsch apre a una stretta se la crisi energetica dura
Il governatore della banca centrale belga, Pierre Wunsch, avverte che la BCE potrebbe dover alzare i tassi più volte se la crisi energetica legata al Medio Oriente dovesse protrarsi. Un primo rialzo già ad aprile non è escluso, anche se molto dipenderà dalla durata dello shock e dal rischio di effetti di secondo livello su salari e prezzi. Con l’inflazione dell’Eurozona salita al 2,5% a marzo, Francoforte teme di ripetere l’errore del 2022, quando intervenne troppo tardi.
Eurozona, consumi deboli prima ancora dello shock energetico
A febbraio le vendite al dettaglio dell’Eurozona scendono dello 0,2% su base mensile, segnalando consumatori già fragili prima dell’accelerazione inflazionistica causata dalla guerra in Medio Oriente. A pesare è soprattutto il calo degli acquisti di alimentari, bevande e tabacco, mentre crescono le vendite di carburante in anticipo sul rincaro energetico di marzo. Il dato rafforza l’idea di una domanda interna debole proprio mentre l’inflazione torna al 2,5% e i mercati iniziano a prezzare nuovi rialzi della BCE. Nei prossimi mesi il rischio è una ulteriore erosione dei redditi reali e quindi dei consumi.
Pirelli, il governo stringe ancora sul socio cinese
Il governo ha rafforzato il golden power su Pirelli per limitare l’influenza di Sinochem, primo azionista con il 34% e controllato dallo Stato cinese. Al centro c’è la tecnologia cyber tyre, considerata strategica perché raccoglie dati su veicolo, infrastrutture e geolocalizzazione, e che rischierebbe di essere esclusa dal mercato americano in presenza di un socio cinese troppo influente. Per il rinnovo del consiglio, Sinochem potrà indicare solo 3 consiglieri su 15, mentre gli altri 12 saranno legati a Camfin di Marco Tronchetti Provera, oggi salita al 26%.
Germania, ordini industriali in lieve recupero prima del nuovo shock
A febbraio gli ordini manifatturieri tedeschi tornano a crescere dello 0,9% su base mensile dopo il crollo dell’11,1% di gennaio, con un recupero guidato soprattutto da auto, metalli e tessile. Il dato però fotografa un momento precedente al nuovo shock energetico legato alla guerra con l’Iran. Il rincaro di petrolio e gas, insieme al rischio di rialzi dei tassi BCE, minaccia infatti di frenare investimenti e domanda nei prossimi mesi. Per questo il rimbalzo di febbraio non basta a cambiare il quadro: l’industria tedesca resta fragile e lontana da una vera ripartenza.
RESTO DEL MONDO
Hormuz, tregua già incrinata e stretta ancora in piedi
Le violazioni della tregua, in particolare sul fronte israeliano, hanno subito riacceso l’incertezza in Medio Oriente e impedito una vera normalizzazione di Hormuz. Il traffico nello Stretto resta vicino alla paralisi, con passaggi molto inferiori alla media e centinaia di navi ancora ferme o deviate. Teheran continua così a usare Hormuz come leva strategica, tra restrizioni alla navigazione e minacce di pedaggi, mentre mercati ed energia restano esposti a nuovi shock.
Giappone, via al bilancio record tra spinta fiscale e timori sul debito
Il Giappone approva un bilancio record da 122,3 trilioni di yen, pari a circa 664 miliardi di euro, confermando la linea fiscale espansiva della premier Sanae Takaichi. Le risorse finanziano soprattutto spesa sociale, istruzione e difesa, con stanziamenti militari saliti a 8,8 trilioni di yen. Ma il maxi piano alimenta anche i timori dei mercati: con debito pubblico oltre il 250% del PIL, yen debole e inflazione sopra il target della BoJ, cresce il rischio che una politica troppo espansiva complichi ulteriormente la stabilità economica del Paese.
Cina, finisce la deflazione industriale ma il sollievo è relativo
A marzo i prezzi alla produzione in Cina tornano a salire dello 0,5% annuo, interrompendo oltre tre anni di deflazione industriale. Il rimbalzo è legato soprattutto al rincaro dell’energia provocato dalla guerra con l’Iran, mentre l’inflazione al consumo rallenta all’1,0% dall’1,3% di febbraio. Il dato segnala che la pressione sui costi sta tornando, ma non equivale a una vera ripresa: con domanda interna ancora debole, il rischio è che prezzi energetici più alti comprimano ulteriormente i margini delle imprese. In questo senso, è un’inflazione meno negativa della deflazione, ma non ancora una buona notizia per l’economia cinese.
Canada, il lavoro si stabilizza ma l’economia resta fragile
A marzo il mercato del lavoro canadese mostra qualche segnale di tenuta, con 14.100 nuovi posti e disoccupazione ferma al 6,7% dopo un inizio d’anno molto debole. Il dato suggerisce una stabilizzazione, ma non ancora una vera ripartenza. La crescita occupazionale resta modesta e riflette un contesto complicato, segnato da shock petrolifero, incertezza commerciale e rallentamento demografico dopo la stretta sull’immigrazione. Intanto i salari accelerano al 4,7% annuo, un elemento che la Bank of Canada continuerà a monitorare con attenzione. Il quadro di fondo resta quindi quello di un’economia che evita un peggioramento brusco, ma continua a muoversi con poca forza.
Taiwan corre con l’AI, ma resta esposta allo shock energetico
A marzo le esportazioni di Taiwan balzano del 61,8% annuo, molto oltre le attese, trainate soprattutto dalla domanda globale legata all’intelligenza artificiale. Fortissima la crescita dei prodotti elettronici e informatici, con gli Stati Uniti primo mercato di sbocco. Il boom conferma la centralità dell’isola nelle filiere tecnologiche globali, ma i rischi non mancano: un conflitto prolungato in Medio Oriente potrebbe colpire energia, inflazione e produzione di chip, settori vitali per l’economia taiwanese. Per ora la spinta dell’AI prevale, ma la vulnerabilità resta alta.
India, banca centrale ferma ma in massima allerta
La banca centrale indiana mantiene il tasso repo al 5,25% e conferma una linea attendista davanti all’incertezza legata alla guerra in Medio Oriente. Per la RBI l’inflazione di fondo resta contenuta, ma i rischi energetici e valutari impongono prudenza. Il governatore Sanjay Malhotra avverte che il conflitto può danneggiare crescita, fiducia e catene di fornitura. Per ora non si profila una stretta immediata, ma se inflazione e rupia dovessero peggiorare in modo persistente, l’ipotesi di un rialzo dei tassi tornerebbe sul tavolo.
Corea del Sud, tassi fermi ma cresce il rischio stagflazione
La Bank of Korea lascia il tasso base al 2,50% per la settima riunione consecutiva, scegliendo prudenza mentre l’economia affronta i contraccolpi della crisi in Medio Oriente. La Corea del Sud, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, vede aumentare i rischi di stagflazione: crescita più debole da un lato, inflazione in risalita dall’altro. A marzo i prezzi al consumo salgono al 2,2%, mentre OCSE e analisti iniziano a prevedere inflazione più alta e PIL più debole nel 2026. Per ora la banca centrale resta ferma, ma il mercato guarda già alla possibilità di una svolta più restrittiva nella seconda metà dell’anno.
Messico, banca centrale divisa ma ancora orientata al taglio
I verbali della Bank of Mexico mostrano una banca centrale più cauta dopo le tensioni in Medio Oriente, ma ancora orientata a possibili tagli dei tassi. A marzo l’istituto ha ridotto il tasso di riferimento al 6,75% con voto diviso 3 a 2, mentre l’inflazione è salita al 4,59%, ben sopra il target del 3%. La maggioranza ritiene che la politica monetaria resti adeguata e che la debolezza economica possa frenare i prezzi, ma alcuni membri vedono ora rischi più forti al rialzo da petrolio e shock esterni. Il messaggio è chiaro: nuovi tagli restano possibili, ma solo con grande prudenza.
Nuova Zelanda, banca centrale in attesa tra inflazione e crescita debole
La Reserve Bank of New Zealand mantiene i tassi al 2,25%, ma resta in allerta per gli effetti della guerra in Medio Oriente. L’istituto prevede un aumento dell’inflazione nel breve termine e una crescita più debole, in un contesto globale incerto. Il cessate il fuoco temporaneo e il calo del petrolio potrebbero sostenere fiducia e attività economica, ma i rischi restano elevati. La banca centrale sceglie quindi una linea prudente: osservare l’evoluzione dello scenario prima di intervenire, bilanciando inflazione e ripresa economica.
PROSPETTIVE
Il cessate il fuoco tra USA e Iran non basta a chiudere la guerra economica. La crisi di Hormuz conferma che il controllo di snodi strategici, energia, tecnologia e supply chain è ormai una leva di potere centrale, usata non solo da Teheran ma anche da Stati Uniti, Cina, UE e Giappone. In questo contesto, FMI e OCSE avvertono che la crescita globale rallenterà anche in caso di tregua duratura. Il rischio principale non è solo il blocco marittimo, ma il danno agli impianti energetici, che potrebbe mantenere petrolio e gas elevati più a lungo, colpendo soprattutto i Paesi importatori e alimentando nuove pressioni inflazionistiche.
È dentro questa cornice che si apre una settimana decisiva per mercati e banche centrali. Gli investitori continueranno a guardare soprattutto al Medio Oriente. La tregua di due settimane tra USA e Iran ha ridotto temporaneamente la pressione su petrolio e rendimenti, ma resta fragile e il negoziato di Islamabad sarà decisivo per capire se il sollievo può durare oppure no. Sullo sfondo, il FMI aggiornerà le sue previsioni e offrirà una prima valutazione complessiva dei danni economici provocati dalla guerra.
Negli Stati Uniti l’attenzione sarà sui prezzi alla produzione di marzo, per capire se lo shock energetico stia iniziando a trasmettersi lungo la filiera dopo il balzo dell’inflazione al 3,3%. In agenda anche sondaggi manifatturieri, produzione industriale, richieste di sussidi e vendite di case, dati utili per valutare il margine di manovra della Fed.
In Europa i riflettori saranno su inflazione finale, produzione industriale e verbali della BCE, mentre nel Regno Unito conteranno soprattutto PIL, industria e commercio di febbraio. In Asia la settimana sarà particolarmente densa: in Giappone si seguirà Ueda per cogliere segnali sui tassi, in Cina arriverà un pacchetto cruciale di dati su PIL, consumi, industria, investimenti e immobili, mentre Singapore, India e Malaysia offriranno indicazioni importanti su inflazione e crescita.
Il punto centrale resta uno: capire se lo shock energetico sarà temporaneo oppure se inizierà a lasciare segni più profondi su inflazione, crescita e politica monetaria globale.
Stati Uniti:
Why More People Are Dropping Out of the Job Market - WSJ
AI-Displaced Workers Could Face Long Setbacks, Report Finds - WSJ
Jamie Dimon Warns of Higher Inflation, Interest Rates From Iran War
Durable-Goods Orders Declined in February - WSJ
Will the US Fed raise interest rates to fight Iran war inflation? | Euronews
Wall Street Is Whiffing on Its Economic Forecasts - WSJ
Ford Asks Trump Administration for Relief as Tariffs Pummel F-150 - WSJ
Why More People Are Dropping Out of the Job Market - WSJ
Fed’s Jefferson: Labor Market Could Be Stabilizing - WSJ
Inflation Soared to 3.3% in March, Driven by Higher Gasoline Costs - WSJ
Surging HOA Fees Are Pushing Homeowners to the Brink - WSJ
Why the U.S. Fertility Rate Has Hit a Record Low - WSJ
Could billions in frozen Iranian assets help the US unlock a deal? | Euronews
How the Iran War Is Affecting Your Wages - WSJ
Construction Business Taking a Hit From Iran Conflict - WSJ
Consumer Sentiment Hits Record Low, Michigan Survey Shows - WSJ
Europa:
ECB’s Wunsch Open to April Rate Rise, More May Follow if Crisis Lasts - WSJ
German Factory Orders Returned to Growth Ahead of Iran War - WSJ
Eurozone Retail Sales Fell Ahead of Iran War Energy-Price Surge - WSJ
EU rejects Trump's 'joint venture' with Iran to charge ships through Strait of Hormuz | Euronews
Airport council warns: Hormuz closure poses major fuel shortage risks | Euronews
Resto del Mondo:
Japan enacts largest state budget in history worth €664 billion | Euronews
New Zealand’s Central Bank Leaves Rates Unchanged - WSJ
Indian Central Bank Holds Rates as Mideast War Keeps Outlook in Flux - WSJ
Shipping companies 'see opportunities' but seek clarity on Strait of Hormuz reopening | Euronews
Middle East Energy Shock Snaps China’s Deflationary Streak - WSJ
Iran Shows You Don’t Have to Be a Superpower to Wage Economic Warfare - WSJ
Iran’s $7.8 Billion Crypto Economy Finds New Way to Grow After Cease-Fire - WSJ
Canada’s Unemployment Rate Steadies With Modest Recovery in Hiring - WSJ
Bank of Mexico Cautious After Interest-Rate Cut, Minutes Show - WSJ
Bank of Korea Keeps Rates Unchanged as Mideast Uncertainty Persists - WSJ
Petrol and diesel in Europe: Where are prices highest and lowest? | Euronews
Canada’s Unemployment Rate Steadies With Modest Recovery in Hiring - WSJ
