Non una questione di opinioni, ma di metodo. Gli errori di Alessandro Barbero

Alessandro Barbero, di Alessio Jacona, Festival della Comunicazione, CC BY-SA 2.0, Wikimedia Commons

OpinioniItalia

di Matteo Poloni,

Il dibattito sul referendum costituzionale a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane è esclusivamente focalizzato sulla veridicità o meno delle affermazioni fatte.

Tuttavia, ancor prima del contenuto, esiste una questione fondamentale che se non debitamente affrontata, si traduce in danni sistemici: il metodo argomentativo.

Senza un metodo argomentativo non esiste confronto razionale, ma solo persuasione casuale. Anche conclusioni corrette, se ottenute tramite scorciatoie retoriche, non rafforzano il dibattito democratico: lo indeboliscono.

Non siamo più di fronte ad un’argomentazione, bensì al prevalere dell’idea che convincere, con qualunque mezzo, sia più importante del dimostrare.

Che l’autorità, l’emozione, l’inganno siano valide alternative all’analisi.

Che la conclusione corretta sorga per mera probabilità in un gioco d’azzardo.

Ed è in tale quadro che va interpretato il video di Alessandro Barbero sul referendum.

Non mi interessa infatti qui riprendere le sue singole affermazioni di merito, già in molti hanno dimostrato che non ha compreso cosa sia la separazione delle carriere.

E men che meno mi interessa qui confutare le tesi del No.

No, il punto critico che voglio affrontare è il come tali affermazioni siano state costruite e presentate come solida argomentazione, un muro di bugie fondato su 5 gravi errori di metodo.

1) Abuso del principio di autorità

Barbero è consapevole di non essere un giurista, ma altrettanto sa di essere riconosciuto come un’autorità, fattore che nel dibattito mediatico spesso sfocia nella convinzione, da parte del pubblico, di una competenza trasversale.

Non casualmente Barbero ricorre a frasi come “ci ho messo un po’ a fare questo video” e “ho studiato la questione”, espressioni non volte a dimostrare competenza tecnica, bensì artifizi retorici volti a legittimare il discorso ancor prima che l’ascoltatore lo valuti. 

Ed è qui che sorgono 2 importanti distorsioni:

  • argumentum ad verecundiam: accettare un’argomentazione non perché fondata, ma perché espressa da una figura autorevole;
  • halo effect: la tendenza a presumere che una persona competente/brillante in un dato ambito lo sia anche in altri.

Il risultato congiunto porta ad avere non più un dibattito incentrato sul tema, ma bensì sulla persona che lo afferma.

Barbero, storico, viene ascoltato come se fosse un esperto di diritto costituzionale,  l’autorevolezza che diventa l’argomento stesso: se lo dice Barbero, è giusto.

E questo dovrebbe - almeno sulla carta - far sorgere in lui un senso di responsabilità quale soggetto che non agisce più come mero soggetto privato, ma come figura simbolica occupante uno spazio pubblico. 

Non è questione di censura o delegittimazione, ma la naturale conseguenza del legame tra libertà e responsabilità che qui è volta a preservare il dibattito: l’autorevolezza non deve sostituire l’argomento.

2) Non sequitur

Il secondo errore attraversa l’intero impianto del discorso: partire da premesse vere o plausibili per arrivare a conclusioni prive di collegamento logico.

Per esempio, Barbero afferma che il referendum non riguarda la separazione delle carriere, ritenendo che la rarità dei passaggi tra le funzioni (da magistrato a PM o viceversa) non renda necessaria la riforma. 

Ma da quando la rarità di un fenomeno ne esclude aprioristicamente la sua disciplina normativa? Un dato trasformato in giudizio normativo senza alcun passaggio argomentativo a sua dimostrazione. 

Oppure, quando riconosce la questione della magistratura politicizzata e della natura di organo di garanzia del CSM, come può finire col concludere che la riforma si traduca in un certo controllo politico della magistratura?
Non vi è dimostrazione alcuna del nesso causale, bensì un mero suggerimento che non trova neppur fondamento nel testo della stessa riforma e che però prepara il terreno alla fallacia successiva.

3) La “minaccia fascista”

Qui il discorso abbandona definitivamente il piano analitico per sprofondare nella moralità emotiva.

Barbero ha di fatto presentato una semplice sequenza:

toccare il 
CSM = perdere l’indipendenza della magistratura = ritorno allo Stato autoritario

 

ergo si ritornerebbe al periodo oscuro pre-Costituzione.

Ma questo non è un ragionamento giuridico bensì una slippery slope morale, il rappresentare un atto quale piccolo passo d’inizio di un inevitabile deriva estrema, fondando il tutto nell’argumentum ad metum, l’appello alla paura.

Un gioco per rendere moralmente impresentabile un atto all’insegna del “quando non convinci, spaventa”. Ma attenzione.

Questo non vuol dire che una riforma non debba essere valutata per i suoi effetti istituzionali di lungo periodo, casomai è che non puoi sostenere un tale esito senza dimostrarne il percorso causale.

4) Category mistake istituzionale

Il quarto errore è il caos di categoria: confondere ruoli, livelli e competenze delle istituzioni.

Barbero attribuisce al Governo poteri decisionali che, nel testo della riforma, appartengono al Parlamento che eserciterebbe altresì, dopo aver compilato la lista mediante elezioni, tramite estrazione a sorte.

Concettualmente è lo stesso errore di chi afferma che “il Governo è eletto dai cittadini”, un’alterazione della corretta rappresentativa del funzionamento reale delle istituzioni che genera una percezione distorta del potere.

Disinformazione funzionale travestita da critica politica.

5) Il mito dei Padri fondatori

L’ultimo errore è un vizio tipico del sistema Italia: la sacralizzazione della Costituzione.

Frasi come “è stata scritta dopo il fascismo” o “i Padri costituenti sapevano cosa facevano” non sono argomenti, ma sterili provocazioni.

I Padri costituenti sono oggettivizzati, fatti sorgere ad autorità finale e incontestabile.

Ma la Costituzione non è un testo sacro: è una norma. E in quanto tale è riformabile.

I Padri costituenti non erano profeti, ma politici che operarono scelte e compromessi dentro un contesto storico preciso.

Rispettare la Costituzione significa comprenderne i meccanismi, non congelarla in un mito intoccabile. E nei suoi meccanismi vi è l’art. 138.

Altrimenti, se fosse davvero intoccabile, per quale motivo inserire una tale previsione? Una pia illusione messa lì per vendere il sogno di qualcosa di irrealistico?

Non direi visti i precedenti storici.

Conclusione: prima di parlare, riflettete su come parlate

Barbero può votare no.

Come ogni cittadino ha pieno diritto a prendere ed esprimere pubblicamente una sua posizione politica. Questa libertà è parte dell’essenza della democrazia liberale nella quale siamo e per la quale hanno combattuto i nostri antenati.

Ma non può farlo attraverso argomentazioni fallate.

Formalmente sbagliato, sostanzialmente inammissibile: convincere passa per il merito.

Non con l’autorità, la paura o i miti. Ma rispettando il metodo.

Tag: referendumBarberoopinioni

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