La Settimana Economica | n. 11/2026

La seconda settimana di marzo si chiude con una svolta ormai chiara: la guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele non è più solo una crisi regionale, ma uno shock economico globale. 

La seconda settimana di marzo si chiude con una svolta ormai chiara: la guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele non è più solo una crisi regionale, ma uno shock economico globale. 

Negli Stati Uniti il quadro si fa più complesso. L’inflazione ufficiale appare ancora relativamente moderata, con il CPI al 2,4% e il core al 2,5%, ma si tratta di dati che riflettono un’economia precedente all’impatto pieno del conflitto. Il problema principale arriva dall’energia: il petrolio americano è salito verso 82 dollari al barile contro i 65 di febbraio, mentre la benzina è passata da 2,983,63 dollari al gallone. Secondo diverse stime, il rincaro potrebbe aggiungere tra 0,5 e 0,6 punti all’inflazione già nel prossimo report. Per la Fed il nodo resta il PCE, ancora sopra target, con il dato generale al 2,8% e il core al 3,1%. Tutto questo avviene mentre la crescita rallenta: nel quarto trimestre il Pil è stato rivisto allo 0,7% annualizzato, con consumi e investimenti più deboli. A peggiorare il quadro si aggiungono nuove tensioni commerciali, con Trump che rilancia indagini e possibili dazi contro decine di Paesi, e un mercato immobiliare stretto tra minori incentivi all’offerta e ritorno dei mutui variabili. Anche la fiducia dei consumatori si indebolisce, segnalando che il conflitto inizia a trasmettersi all’economia interna.

In Europa le preoccupazioni sono persino maggiori. Il nuovo shock energetico riporta alla memoria il 2022, ma questa volta la BCE non appare orientata a reagire subito con nuovi rialzi. L’inflazione dell’Eurozona parte da un livello più contenuto, 1,9%, mentre il vero rischio sembra essere la frenata della domanda interna, con consumi e investimenti già fragili. Resta però aperto il fronte dei prezzi: benzina e diesel restano vicini ai 2 euro al litro e un aumento del petrolio del 10% potrebbe aggiungere 0,3 punti all’inflazione. Intanto la manifattura europea continua a perdere slancio: la produzione industriale dell’Eurozona è scesa dell’1,5% a gennaio, molto peggio delle attese. In Germania il deterioramento è ancora più evidente: ordini manifatturieri a -11,1%, produzione a -0,5%, esportazioni a -2,3%, con un tonfo del 13,2% verso la Cina. I principali istituti hanno già tagliato le stime di crescita 2026 allo 0,8%, con rischio di scendere allo 0,6% se energia e gas resteranno elevati più a lungo. Anche il Regno Unito mostra una crescita ferma, con il rischio che il rincaro energetico riapra uno scenario di quasi recessione e stagflazione.

Nel resto del mondo il quadro è misto. La Cina continua a sorprendere sul lato esterno, con esportazioni in aumento del 21,8% annuo tra gennaio e febbraio e un surplus commerciale vicino a 214 miliardi di dollari, confermando la forza del suo modello export led ma anche il rischio di nuove tensioni con Stati Uniti ed Europa. Il Canada, invece, offre uno dei segnali più netti di rallentamento: nuove case in calo tra 2026 e 2028, deficit commerciale a 3,65 miliardi di dollari canadesi, vendite manifatturiere in discesa del 3%83.900 posti di lavoro persi a febbraio, con disoccupazione salita al 6,7%. In Turchia, infine, la banca centrale ha lasciato i tassi al 37%, ma ha avvertito che nuovi rialzi restano possibili se l’energia dovesse spingere ancora l’inflazione.

Inflazione
Italia: +1%, dal precedente +1,2% ⬇
Eurozona: +1,7% dal precedente +2,2%. ⬇
Inghilterra: +3,0% dal precedente +3,4% ⬇
Stati Uniti: +2,4% dal precedente +2,4%

Disoccupazione
Italia: +5,7% dal precedente +5,8% ⬇
Eurozona: +6,3% dal precedente +6,4%⬇
Inghilterra: +5,1% dal precedente +5% ⬆
Stati Uniti: +4,3% dal precedente +4,4% ⬇

    
Tassi d'interesse: 
Eurozona: 2,15%
Stati Uniti: 3,75-3,5%
Inghilterra: 3,75%

PIL: Q4 2025: 
Italia: 0,1%
Eurozona: +0,3%
Inghilterra: +0,1%
Stati Uniti: +1,4% 
 

MERCATI FINANZIARI

EUR/USD: 1,14158, –1,72% questa settimana, –2,77% da inizio anno
DXY: 99,69, +0,69% questa settimana, +1,43% da inizio anno 

S&P 500: 6.632,20, –1,60% questa settimana, –3,58% da inizio anno
NASDAQ: 22.105,35, –1,26% questa settimana, –5,86% da inizio anno
FTSE MIB: 44.316,92, +0,37% questa settimana, –1,52% da inizio anno
STOXX 600: 595,85, –0,47% questa settimana, +0,62% da inizio anno 
DAX: 23.447,29, –0,61% questa settimana, –4,26% da inizio anno 
CAC 40: 7.911,53, –1,03% questa settimana, –2,92% da inizio anno 
IBEX 35: 17.059,30, –0,09% questa settimana, –1,44% da inizio anno 
US10Y: 4,28%, +14,5 bps questa settimana, 9 bps da inizio anno
US02Y: 3,73%, +17 bps questa settimana, +24,7 bps da inizio anno 
US10Y – US02Y: 0,55%, –4 bps questa settimana, –9,3 bps da inizio anno 
IT10Y: 3,80%, +16,5 bps questa settimana, +25,2 bps da inizio anno 
Spread BTP–Bund: 80,98 bps, +4,53 bps questa settimana, 20,5 bps da inizio anno

BTC/USD: $71.200,00, +7,93% questa settimana, –18,62% da inizio anno
VIX: 27,18, –7,80% questa settimana, +83,03% da inizio anno

FOCUS DELLA SETTIMANA 

Esclusiva

Guerra in Iran, il petrolio scuote economia globale, banche centrali e mercati

La guerra tra IranStati UnitiIsraele ha ormai superato la dimensione regionale e si sta trasformando in uno shock economico globale. Il cuore della crisi resta lo Stretto di Hormuz, passaggio decisivo per circa il 20% del petrolio mondiale e per una quota rilevante del gas naturale liquefatto. Gli attacchi iraniani contro navi, infrastrutture energetiche e obiettivi nel Golfo hanno reso instabili i flussi commerciali e alimentato una nuova corsa del greggio. Il Brent è tornato sopra i 100 dollari al barile dopo aver toccato anche quota 117, mentre i Pasdaran continuano a evocare uno scenario estremo da 200 dollari, minaccia che appare ancora lontana ma non più del tutto teorica.

Di fronte all’emergenza, la IEA ha approvato il più grande rilascio coordinato di riserve della sua storia, pari a 400 milioni di barili, oltre il doppio rispetto all’intervento seguito all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Stati Uniti, Germania, Austria, Giappone e altri Paesi hanno iniziato a mobilitare gli stock strategici nel tentativo di raffreddare i mercati. Per ora, però, l’effetto è stato limitato. Secondo diverse stime, il rilascio non compensa le perdite di offerta determinate dalle interruzioni nel Golfo, mentre export e prodotti raffinati viaggiano ormai ben sotto i livelli precedenti al conflitto.

Lo shock non riguarda soltanto l’energia. Il blocco delle rotte nel Golfo mette sotto pressione anche il mercato dei fertilizzanti, con fino al 30% dei flussi globali che transitano da quell’area. Questo significa rischio di nuovi rincari alimentari, soprattutto per i Paesi più poveri e importatori netti di energia e beni agricoli. In parallelo, l’aumento dei costi di trasporto sta colpendo catene di fornitura, spedizioni marittime, compagnie aeree e industrie ad alta intensità energetica.

Sul piano macroeconomico, si stanno delineando vincitori e perdenti. Gli Stati Uniti restano relativamente più protetti grazie allo shale oil e al loro ruolo di produttore energetico, ma non sono immuni: benzina e diesel sono già saliti sensibilmente e un petrolio stabilmente sopra i 100 dollari potrebbe spingere l’inflazione americana fino al 3,5% in estate. L’Europa, invece, appare tra le aree più esposte. Il rialzo del gas e del petrolio minaccia la fragile ripresa dell’Eurozona e colpisce in particolare l’Italia, più vulnerabile per la dipendenza dal GNL qatariota. Al contrario, RussiaCanadaBrasile potrebbero beneficiare di un contesto energetico più favorevole.

Anche i mercati finanziari stanno reagendo rapidamente. I rendimenti dei titoli di Stato sono saliti, con il Bund decennale vicino ai massimi da oltre due anni e i mercati che iniziano a prezzare una postura più rigida delle banche centrali. In Asia cresce il rischio di una svolta hawkish, mentre in Europa e negli Stati Uniti si allontana l’ipotesi di tagli rapidi dei tassi. Il vero timore è la stagflazione: energia più cara, inflazione più alta e crescita più debole.

In sintesi, il conflitto iraniano non è più soltanto una crisi geopolitica. È diventato un test per la tenuta dell’economia mondiale. Se il blocco di Hormuz dovesse prolungarsi, l’impatto su inflazionecommerciotrasporticibopolitica monetaria rischierebbe di segnare i prossimi mesi molto più di quanto oggi i mercati siano ancora disposti ad ammettere.

STATI UNITI 

Inflazione, petrolio e PCE complicano il lavoro della Fed

Negli Stati Uniti l’inflazione ufficiale appare ancora relativamente contenuta, ma il quadro reale si sta facendo molto più complesso. A febbraio il CPI è rimasto al 2,4% annuo, stabile rispetto a gennaio, con una componente core al 2,5%. Si tratta però di un dato che fotografa un’economia precedente all’impatto pieno della guerra con l’Iran, e quindi sempre meno utile per capire la traiettoria dei prezzi nei prossimi mesi.

Il vero problema arriva infatti dall’energia. Il petrolio Usa è salito in media verso 82 dollari al barile, contro i 65 di febbraio, mentre la benzina è passata da 2,983,63 dollari al gallone. Secondo diverse stime, il rincaro energetico potrebbe aggiungere già nel prossimo report tra 0,50,6 punti percentuali all’inflazione. Questo rende più difficile interpretare il rallentamento apparente del CPI e riapre con forza il fronte prezzi su trasporti, carburanti e costi logistici.

Per la Fed, però, il dato decisivo resta il PCE, che continua a mostrare pressioni più ostinate. A gennaio il PCE è stato pari al 2,8%, mentre il core PCE ha raggiunto il 3,1%, ben sopra il target del 2%. Il divario tra CPIPCE complica ulteriormente le decisioni sui tassi: se il primo appare moderato, il secondo continua a segnalare un’inflazione più radicata.

Intanto l’economia perde slancio. Nel quarto trimestre il Pil è cresciuto solo dello 0,7%, con consumi e fiducia in rallentamento. Non c’è ancora una recessione, ma la banca centrale si trova davanti a un trade off sempre più scomodo tra inflazionecrescita.

Economia più debole del previsto, inflazione ancora sopra target

L’economia americana ha chiuso il quarto trimestre del 2025 con una crescita annualizzata di appena 0,7%, ben sotto l’1,4% stimato inizialmente. La revisione al ribasso riflette consumi e investimenti più deboli, un contributo negativo del commercio estero e una spesa pubblica frenata anche dallo shutdown autunnale. Il dato precede però lo shock della guerra con l’Iran, che rischia di peggiorare ulteriormente il quadro. A gennaio, intanto, i consumi sono saliti dello 0,4%mensile, segnale di una domanda ancora presente. Resta però il nodo dell’inflazione: il PCE, indicatore seguito dalla Fed, continua a restare sopra il target del 2%.

Trump riapre il fronte dei dazi e alza la tensione commerciale

L’amministrazione Trump ha rilanciato la strategia tariffaria aprendo nuove indagini sotto la Section 301 contro decine di Paesi, tra cui Cina, India, Messico, Giappone, Corea del Sud, VietnamUnione europea. L’obiettivo è sostituire i dazi temporanei del 10% dopo lo stop della Corte Suprema, ma il piano rischia di riaccendere le tensioni commerciali globali, soprattutto in Asia. Nel mirino ci sono sovraccapacità industriale e lavoro forzato, mentre Pechino denuncia unilateralismo. Sul fronte interno, i Democratici avvertono che le nuove tariffe potrebbero costare alle famiglie americane 2.512 dollari nel 2026, il 44% in più rispetto all’anno scorso.

Powell vince in tribunale, colpo all’offensiva politica contro la Fed

Un giudice federale ha annullato due subpoena del Dipartimento di Giustizia contro la Federal Reserve, infliggendo un duro colpo all’indagine penale sul presidente Jerome Powell. Secondo il giudice James Boasberg, mancavano prove concrete di reato e l’obiettivo principale sembrava essere quello di fare pressione su Powell perché si piegasse a Trumpo lasciasse l’incarico. La decisione rafforza il tema dell’indipendenza della banca centrale, già al centro dello scontro politico sui tassi. Il caso ha anche complicato il percorso di Kevin Warsh, candidato di Trump alla guida della Fed, ostacolandone per ora la conferma.

Immobiliare, tra stretta sugli investitori e ritorno dei mutui variabili

Il mercato immobiliare americano si trova davanti a due spinte opposte. Da un lato, il Senato vuole limitare il modello build to rent, obbligando i grandi investitori a vendere entro 7 anni le nuove case costruite per l’affitto, con l’obiettivo di favorire l’accesso alla proprietà. Dall’altro, il costo elevato del credito sta riportando in auge i mutui a tasso variabile, scelti per ottenere rate iniziali più basse. Il rischio, però, è duplice: meno investimenti nell’offerta abitativa e maggiore esposizione delle famiglie a tassi futuri ancora alti, con possibili effetti negativi su affittiprezzi delle case.

Fiducia dei consumatori Usa in calo con l’inizio della guerra in Iran

La fiducia dei consumatori americani è scesa a inizio marzo, con l’indice dell’Università del Michigan calato a 55,5 da 56,6 di febbraio, segnando il livello più basso del 2026. Il peggioramento coincide con i primi giorni della guerra con l’Iran, che ha cancellato il lieve recupero iniziale del morale delle famiglie. Le aspettative d’inflazione di breve periodo sono rimaste stabili, ma i consumatori hanno iniziato a percepire rischi più forti sui prezzi dopo l’avvio del conflitto.

Summers perde anche il legame con il NBER

Lawrence Summers ha perso anche l’affiliazione con il National Bureau of Economic Research, principale istituzione americana per la ricerca economica. La decisione segue una revisione interna legata ai suoi rapporti con Jeffrey Epstein. Dopo le dimissioni da Harvard e il bando a vita dall’American Economic Association, arriva così un nuovo colpo reputazionale per l’ex segretario al Tesoro, autore di 143 working paper NBER e figura centrale dell’economia accademica Usa.

EUROPA 

Europa tra rischio inflazione e frenata della domanda

Il nuovo shock energetico riporta pressione sull’economia europea, ma non implica subito una stretta monetaria. A differenza del 2022, l’inflazione nell’Eurozona parte da livelli più contenuti, 1,9%, mentre i tassi restano già su livelli restrittivi o neutrali. Per molti economisti il nodo principale è la debolezza della domanda interna, con consumi e investimenti esposti all’incertezza geopolitica. Resta però aperto il fronte prezzi: benzina e diesel viaggiano ancora attorno a 2 euro al litro e, secondo Goldman Sachs, un rialzo del petrolio del 10% può aggiungere 0,3 punti all’inflazione. Negli scenari peggiori, i prezzi potrebbero superare il 3% nel 2026.

Sanzioni alla Russia, l’Europa respinge l’apertura di Trump

L’ipotesi di allentare le sanzioni sul petrolio russo per calmare i mercati energetici divide sempre più WashingtonBruxelles. Dopo le aperture di Trump, il commissario europeo Valdis Dombrovskis ha definito questa scelta “controproducente”, perché rafforzerebbe le entrate energetiche di Mosca e quindi la sua capacità di finanziare la guerra in Ucraina. Per l’UE, il rialzo di petrolio e gas causato dal conflitto in Medio Oriente rende ancora più necessario mantenere la pressione sul Cremlino. Il rischio, però, è che prezzi elevati e possibili esenzioni americane aumentino i ricavi russi, riducendo l’efficacia del price cap e indebolendo il fronte occidentale.

Eurozona, industria in calo e lo shock energetico aggrava il quadro

La produzione industriale dell’Eurozona è scesa dell’1,5% a gennaio, molto peggio delle attese, segnando il secondo calo consecutivo dopo il -0,6% di dicembre. Il dato conferma una ripresa manifatturiera ancora fragile, già messa sotto pressione da domanda debole e investimenti incerti. Ora il conflitto in Medio Oriente rischia di peggiorare ulteriormente il quadro, attraverso prezzi più alti di petrolio e gas, maggiori costi produttivi e nuove tensioni sulle catene di fornitura. Il settore industriale europeo resta quindi uno dei più esposti al nuovo shock energetico.

Germania, la ripresa resta fragile tra industria debole ed energia cara

L’economia tedesca apre il 2026 con segnali di forte debolezza, nonostante il maxi piano pubblico da circa 1.000 miliardi di dollari per difesa e infrastrutture. A gennaio gli ordini manifatturieri sono crollati dell’11,1% su base mensile, mentre la produzione industriale è scesa dello 0,5%, segno che la ripresa del settore resta lontana. Anche il commercio estero conferma il rallentamento: le esportazioni sono calate del 2,3%, con vendite intra UE in flessione del 4,8% e un tonfo del 13,2% verso la Cina. In controtendenza gli Stati Uniti, primo mercato di sbocco, dove l’export tedesco è salito dell’11,7%. Sul quadro pesa anche il nuovo shock energetico: Ifo e Kiel Institute hanno tagliato la crescita 2026 allo 0,8% dall’1,0%, con rischio di discesa allo 0,6% se petrolio e gas resteranno elevati più a lungo.

Regno Unito fermo, lo shock energetico riapre il rischio recessione

L’economia britannica ha segnato crescita zero a gennaio, sotto le attese, confermando una dinamica già fragile prima dello shock energetico legato al Medio Oriente. Produzione in calo e servizi stagnanti mostrano un’attività debole, mentre il rialzo dei prezzi dell’energia rischia di comprimere ulteriormente consumiinvestimenti. Per la Bank of England si profila così un difficile scenario di stagflazione: inflazione più alta ma crescita più bassa. I mercati ora si aspettano tassi fermi al 3,75%, mentre in caso di conflitto prolungato la crescita britannica nel 2026 potrebbe ridursi fino ad appena 0,1%.

RESTO DEL MONDO

Export cinesi in forte crescita, surplus ancora più ampio

Le esportazioni cinesi hanno aperto il 2026 con un balzo del 21,8% annuo tra gennaio e febbraio, raggiungendo 657 miliardi di dollari, trainate da semiconduttori, auto e navi. Anche con le vendite verso gli Stati Uniti in calo dell’11%, il surplus commerciale si è ampliato fino a quasi 214 miliardi. Il dato conferma la forza del modello export led cinese e rischia di alimentare nuove tensioni con Washington ed Europa. Intanto Pechino continua a promettere più domanda interna, ma senza annunciare stimoli rilevanti ai consumi.

Canada, economia in frenata tra case, commercio, industria e lavoro

Il Canada affronta un avvio di 2026 molto debole, con segnali di rallentamento diffusi su più fronti. Sul mercato immobiliare, la CMHC prevede un calo delle nuove abitazioni tra 2026 e 2028, soprattutto nei condomini di Toronto e Vancouver, schiacciati da domanda debole, costi elevati e scorte invendute. Anche il commercio estero peggiora: a gennaio il deficit commerciale è salito a 3,65 miliardi di dollari canadesi, con esportazioni in calo del 4,7%. La manifattura conferma la fragilità del quadro, con vendite industriali in discesa del 3% mensile e un crollo del 38,9% nel comparto auto. Il segnale più pesante arriva però dal lavoro: a febbraio sono andati persi 83.900 posti, mentre la disoccupazione è salita al 6,7%. Un contesto che rafforza l’ipotesi di una Bank of Canada più prudente nei prossimi mesi.

Banca centrale turca ferma, ma il rischio rialzi resta sul tavolo

La banca centrale della Turchia ha lasciato invariato il tasso di riferimento al 37%, ma ha avvertito che potrebbe tornare ad alzarlo se il conflitto in Medio Oriente dovesse alimentare ulteriormente l’inflazione attraverso i prezzi dell’energia. A febbraio l’inflazione annua turca è salita al 31,5%, interrompendo parzialmente il raffreddamento dei mesi precedenti. Il messaggio è chiaro: i tagli dei tassi diventano meno probabili nel breve periodo. Intanto la lira resta vicina ai minimi record contro il dollaro, aumentando i rischi di inflazione importata.

PROSPETTIVE 

La prossima settimana sarà dominata dalle decisioni delle principali banche centrali, chiamate a reagire a uno shock energetico che sta complicando il quadro su inflazionecrescita. Al centro c’è la Federal Reserve, attesa invariata al 3,50%-3,75%, ma con mercati ormai orientati verso un solo taglio entro fine anno. Il rialzo di petroliogas spinge infatti la Fed a una linea più prudente, mentre gli investitori guarderanno soprattutto al nuovo dot plot.

Anche la BCE dovrebbe lasciare i tassi fermi, ma il conflitto in Medio Oriente ha cambiato il contesto: i mercati ora prezzano un rialzo pieno entro luglio. Situazione simile nel Regno Unito, dove la Bank of England appare destinata a mantenere il tasso al 3,75%, con il rischio di stagflazione che rende molto più difficile tornare a parlare di tagli imminenti.

In Canada, la banca centrale dovrebbe restare al 2,25%, nonostante dati macro più deboli, mentre in Brasile è atteso un taglio, probabilmente più cauto del previsto. In Giappone, la BoJ dovrebbe restare ferma allo 0,75%, ma con crescente attenzione ai costi energetici e alla debolezza dello yen. In Australia, invece, aumenta la probabilità di un rialzo già questa settimana.

Nel complesso, il messaggio è chiaro: prima della guerra con l’Iran il mercato scommetteva su un ciclo di allentamento monetario più ampio. Oggi, con l’energia tornata al centro, molte banche centrali sono spinte verso una postura più restrittiva o comunque più attendista.

Esclusiva:

IEA approves largest-ever oil reserve release of 400m barrels amid Iran crisis

The Economic Winners and Losers of the Iran War - WSJ

How high could Europe's inflation go if the Iran war continues?

Iran war shocks continue to ripple through the global economy

Nations agree to release oil reserves as war in Iran hits global economy

Inflation Holds Steady, but Iran War Threatens to Boost Prices - WSJ

The Economic Winners and Losers of the Iran War - WSJ

Central Banks Could Tilt Hawkish as Middle East Conflict Fuels Inflation Risks - WSJ

Government Bonds Look Vulnerable as Lengthy Period of High Oil Prices Looms - WSJ

Iran strikes neutralise record IEA reserves release as oil tops $100

US expands Russian oil waiver to all buyers in bid to tame prices

US expands Russian oil waiver to all buyers in bid to tame prices

Could oil prices really reach $200 a barrel as claimed by Iran?

Oil Shock Hits An Economy Already Showing Cracks - WSJ

Stati Uniti:

Inflation Holds Steady, but Iran War Threatens to Boost Prices - WSJ

February inflation was unchanged but predates surge in energy prices - The Washington Post

National Bureau of Economic Research Cuts Ties With Larry Summers - WSJ

Is Inflation Cooling or Stubbornly High? Both Can Be True. - WSJ

Senate’s New Housing Bill Would Force Large Investors to Sell Homes - WSJ

Canada Home Construction Set for Multiyear Slump, Agency Says - WSJ

UN Security Council demands Iran halt 'egregious attacks' on Gulf states

Trump Targets Industrial Subsidies and Forced Labor in Tariff Probes

Economy Was Even Slower in Fourth Quarter, New Estimate Shows - WSJ

Underlying Inflation Was Stubborn in January by Fed’s Preferred Metric - WSJ

New U.S. Trade Probes Raise Concerns in Asia - WSJ

Canada Goods-Trade Deficit Widens to $2.68 Billion - WSJ

Consumer Sentiment Declined This Month, Per Michigan Survey - WSJ

Democrats say Trump tariffs could cost US households more than $2,500

Europa: 

For Europe’s Central Banks, the Energy Spike Isn’t a Straight Rerun of 2022 - WSJ

Germany’s Industrial Rebound Stumbles as Orders, Production Fall - WSJ

German Exports Fall, Extending Weak Start to 2026 - WSJ

'Self-defeating': EU and US clash over Russia sanctions relief as prices soar

Germany’s Economic Institutes Downgrade Growth Forecast on Iran War - WSJ

U.K. Economy Unexpectedly Stalled in January - WSJ

Eurozone Industrial Production Retreated in January, Ahead of Iran War Disruption - WSJ

Eurozone Bond Yields Rise to Multimonth Highs as Brent Surpasses $100 Again - WSJ

Resto del mondo: 

China’s Export Machine Keeps Pumping Ahead of Trump Visit - WSJ

Turkey’s Central Bank Holds Rates as Iran War Threatens Inflation Pickup - WSJ

Canada Factory Sales Fall 3% in January - WSJ

Canada Factory Sales Fall 3% in January - WSJ

Canada Employment Drops in February, Lifting Jobless Rate to 6.7% - WSJ

Tag: Settimana Economicaindicatori macroeconomicimercati finanziari

La Settimana Economica

La rubrica settimanale a cura di Viktor Todorov che analizza le principali notizie economiche e l’andamento dei mercati finanziari.

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