Under Certain Light and Atmospheric Conditions
di Ben Frost
Uscita: 16/05/2025 |
Genere: Ambient / Noise
Ben Frost continua a sfidare le convenzioni con Under Certain Light and Atmospheric Conditions, un'opera che si discosta dal tradizionale album dal vivo. Piuttosto che offrire una semplice registrazione di concerti, Frost costruisce un paesaggio sonoro di 38 minuti, assemblato da due anni di esibizioni live, improvvisazioni durante i soundcheck e registrazioni ambientali.
Questo album non è una celebrazione del passato, ma una rielaborazione radicale del concetto stesso di performance dal vivo. Tracce come Permcat, Київ incorporano suoni di sirene d'allarme e tempeste, aggiungendo una dimensione emotiva e politica alla musica. Altre composizioni, quali Trancelines, si elevano a partire da sintetizzatori appuntiti e riff di chitarra avvolgenti, generando un'esperienza sonora intensa e coinvolgente.
Frost descrive l'album come uno "spazio onirico di jet lag, integratori di melatonina, folle urlanti e tecnologia fallimentare", riflettendo l'instabilità e la frammentazione del mondo moderno. Riassumendo, Under Certain Light and Atmospheric Conditions è un'esplorazione audace delle possibilità del suono, che sfida l'ascoltatore a confrontarsi con l'imprevedibilità e la complessità dell'esperienza umana.
Instruments
di Water Damage
Uscita: 16/05/2025 |
Genere: Experimental / Minimalism / Post-Rock
Questa band incredibile, questo ensemble sensazionale, i Water Damage non compone canzoni, bensì architetta eventi sismici. Instruments è il loro lavoro più radicale, più spoglio e allo stesso tempo più fisico. Una sfida frontale al concetto stesso di forma musicale, in cui la ripetizione non è mai statica, ma vive e pulsa come un organismo nervoso. Ogni brano è una lunga emorragia temporale in cui si entra, si galleggia, si perde la nozione di tempo.
Il disco è suddiviso in quattro monoliti sonori ciascuno della durata di circa 20 minuti. Nessun crescendo prevedibile, nessuna risoluzione emotiva. Solo groove ossessivi, drone che sembrano non finire mai, chitarre che non assolvono e percussioni circolari che scavano, lentamente, nel cranio dell’ascoltatore. È come se i The Necks suonassero nel mezzo di una centrale elettrica in dismissione.
Il suono è sporco, massimalista, abrasivo. Eppure in questa durezza si apre uno spazio contemplativo, dove la materia diventa spirituale proprio per eccesso di materia. Il sassofono di Patrick Shiroishi emerge come un lamento rituale, mentre le incursioni chitarristiche di David Grubbs sembrano citare un blues preistorico, disidratato dal tempo.
La forza di Instruments sta nella sua capacità di rendere il rumore elegia. E qua non c’è scampo. Il volume deve essere alto, non chiede piacere, si ricerca l’attraversamento.
Non si fosse capito, che band incredibile.
Crooked Wing
di These New Puritans
Uscita: 23/05/2025 |
Genere: Art-Rock / Neo-Classical / Avant-Pop
Un vangelo laico. Dopo il meraviglioso Inside the Rose (per me i due capolavori rimangono comunque Hidden e Field of Reeds), i fratelli Barnett spogliano la loro estetica da ogni eccesso, muovendosi tra cerimonia e confessione, tra canto liturgico e art-pop decostruito. Non si vuole raccontare ma invocare.
L’apertura affidata al giovane corista Alex Miller non è solo un’introduzione, è un battesimo. Le campane, gli organi a canne, i glockenspiel non sono usati per ornare, ma per evocare uno spazio sacro e frantumato. Ogni suono sembra riverberare in una navata vuota, ogni frase è un’eco nel tempo. In Bells, Jack Barnett canta come se stesse cercando qualcosa che ha perso tra le rovine dell’infanzia e la mitologia. In A Season in Hell, i riferimenti a Rimbaud si fondono con immagini post-industriali e memorie astratte.
E poi c’è la produzione: chirurgica, cesellata fino all’osso. Le collaborazioni con Caroline Polachek e con un ensemble di musicisti barocchi non appesantiscono, ma accentuano la tensione tra il sacro e il glitch. Ogni suono è scelto con cura maniacale, ogni vuoto ha un peso. C’è un minimalismo doloroso, come se ogni nota fosse l’unica possibile.
Una meditazione sull’assenza, sulla spiritualità laica, sulla bellezza imperfetta delle cose spezzate. Come un’ala storta, appunto. Ma con cui si può ancora volare. Se si accetta di volare più bassi. Più vicini alla terra. E forse, per questo, più veri.
Instant Holograms On Metal Film
di Stereolab
Uscita: 23/05/2025 |
Genere: Art-Pop / Kraut-Rock
Con Instant Holograms on Metal Film, Stereolab torna a scolpire la propria visione in una lega di passato utopico e presente increspato. Dopo quindici anni di silenzio discografico, l’ensemble guidato da Laetitia Sadier e Tim Gane riemerge senza cedimenti, anzi, con un album che amplifica le coordinate storiche del loro sound e le espande nel presente come proiezioni di un futuro sempre differito. Krautrock, lounge, pop intellettuale, marxismo mediatico e suoni Moog; tutto è lì, ma più liquido e riflessivo. Laetitia Sadier, sebbene orfana dell'armonia con la compianta Mary Hansen, conserva una profondità emotiva che permea l'intero album e guida con la sua voce inconfondibile un viaggio tra ritmi motorik, synth analogici e testi politicamente impegnati. Melodie Is a Wound e Flashes From Everywhere combinano melodia e critica sociale, affrontando temi come l'alienazione e la manipolazione sistemica. Laws of Projection suggerisce una riflessione filosofica su linguaggio, visione e ideologia.
La collaborazione con musicisti come Cooper Crain e Ben LaMar Gay arricchisce l'album con sfumature jazz e psichedeliche. Pur mantenendo elementi familiari, l'album introduce nuove texture e una maggiore profondità emotiva, segnando un ritorno solido e ispirato per la band.
La produzione è calda, avvolgente, ipnotica, ma mai autoreferenziale. “Melodie Is a Wound” apre l’album come una conferenza su frequenza modulata, con Sadier che recita il mondo mentre synth vintage costruiscono una ragnatela cosmica. Non a caso, il titolo stesso evoca immagini di pellicola, ologrammi, superfici che riflettono e deformano. Il ritorno è quindi sì musicale, ma anche concettuale, i Stereolab ci parlano ancora una volta di sogno e disillusione, di realtà storica e proiezione ideale. Non un revival, ma un nuovo frammento di utopia sonora, un passo avanti in una storia che non si è mai davvero fermata.
Hunting Season
di Home Is Where
Uscita: 23/05/2025 |
Genere: Indie-Rock / Folk-Punk / Art-Rock
Con Hunting Season, Home Is Where si affranca dal punk-folk lo-fi dei primi lavori e firma il suo disco più ambizioso e strutturato, senza rinunciare alla propria vena anarchica ed emotivamente incandescente. Se I Became Birds era una confessione esistenziale in forma di esplosione, Hunting Season è una mappa più ampia, un campo minato di emozioni, disillusione americana e bellezza ferita. L’album si presenta come un collage narrativo, a tratti caotico, ma sempre vivo e urgente.
Reptile House apre con un crescendo folk contaminato da esplosioni noise che ricordano i Neutral Milk Hotel più rabbiosi, mentre mechanical bull si muove tra spoken word e synth sghembi, con venature quasi Fugazi. La voce di Brandon MacDonald è un’arma poetica a doppio taglio, fragile e incandescente, dolce e corrosiva. Le sue liriche si muovono tra eco bibliche e immagini suburbane, rendendo l’ascolto una sorta di sermone post-apocalittico.
C’è qualcosa di profondamente statunitense in Hunting Season. Un’epica del margine, fatta di spazi abbandonati, promesse infrante e sogni di fuga. Ma ciò che stupisce è l’abilità della band di rendere tutto questo universale, grazie a un sound che mescola folk, emo, country, e punk con fluidità disarmante. È un disco pieno di vita, di dolore, di speranza confusa. Home Is Where ha messo insieme il caos, la tenerezza, la rabbia e l’amore, e li ha fatti suonare come una sola voce.
Duo norvegese formato da Henriette Motzfeldt e Catharina Stoltenberg, disegnano una topografia emotiva che assomiglia a una notte insonne in una metropoli che non conosce tregua. Il titolo non è un caso essendo che il disco suona come una radiografia della vita urbana contemporanea, compressa tra desideri distorti, ansie digitali e un senso permanente di alienazione dolceamara.
Rispetto al più cerebrale Believer, Big City Life è un passo avanti in termini di immediatezza e introspezione. Le atmosfere sono rarefatte, i beat minimalisti ma potenti. You Got Time and I Got Money è una dichiarazione di vulnerabilità emotiva incastonata in una base elettronica che sembra sgranarsi sotto il peso delle parole. Roll the Dice evoca la solitudine delle relazioni moderne con un cantato quasi sussurrato, sospeso tra intimità e distanza.
Le influenze ci sono tutte. Dal trip-hop alla Portishead, glitch-pop alla Arca, synth-pop distillato di lentezza scandinava. Ma le Smerz non si rifugiano nell’estetica; il loro suono è vivo, tattile, colmo di tensioni tra il corpo e la macchina, tra affetto e schermate.
Il risultato è un album che non urla, ma scava. Non afferma, ma insinua. Big City Life è un’esperienza fatta di mezzi toni, chiaroscuri, sospiri digitali. Una passeggiata notturna tra luci al neon e desideri non risolti, dove ogni battito sembra il riflesso di qualcosa che ci manca.
16/05/25 - 29/05/2025
