Questo nuovo contesto ha riportato in auge una visione dell’ordine mondiale che ricorda logiche ottocentesche: quella di un mondo diviso in sfere di influenza. Gli Stati Uniti mirano a consolidare il proprio peso nelle Americhe e a mantenere un’influenza significativa in Europa; la Cina rivendica invece il controllo su Taiwan e rafforza la propria posizione nell’Asia orientale; mentre la Russia tenta di preservare la propria sfera d’influenza nei Paesi dell’ex Unione Sovietica, spingendosi fino all’aggressione dell’Ucraina.
A questo quadro si aggiunge il ruolo di Israele in Medio Oriente: dopo l’attacco all’Iran, il suo allineamento strategico-militare con gli Stati Uniti appare evidente.
La domanda che inevitabilmente dobbiamo porci è una sola: in questo nuovo ordine mondiale, l’Europa cosa sta facendo?
L’internazionale nera e la “nuova guerra santa”
Esiste oggi una nuova sfaccettatura del movimento MAGA (Make America Great Again), una dimensione che supera i confini degli Stati Uniti e coinvolge sempre più Paesi. Il paradosso è evidente: un movimento nato per difendere esclusivamente gli interessi nazionali americani si è trasformato, nel tempo, in un fenomeno politico internazionale.
La domanda, allora, è inevitabile: perché un movimento profondamente nazionalista è diventato globale? La risposta si trova osservando il comportamento dello stesso presidente degli Stati Uniti. Alla promessa elettorale di isolazionismo è seguita una realtà ben diversa: gli Stati Uniti continuano a essere coinvolti, direttamente o indirettamente, in questioni che riguardano praticamente ogni area del pianeta.
È in questo contesto che alcuni analisti parlano di “internazionale nera”: una rete informale di governi, partiti e movimenti che si riconoscono negli ideali e nella retorica politica di Donald Trump, sostenendone apertamente la leadership simbolica. Tra questi vengono spesso citati Paesi come Italia e Ungheria, insieme ad altri attori politici che condividono un’agenda nazionalista, anti-immigrazione e profondamente scettica nei confronti delle istituzioni multilaterali.
Ora proviamo a unire i puntini. Il movimento MAGA non nasce nel vuoto, bensì affonda le proprie radici in tradizioni politiche e culturali del Novecento che hanno fatto del nazionalismo, della centralità dello Stato e della diffidenza verso le istituzioni internazionali i propri pilastri ideologici. In questo senso, il legame tra MAGA e la così definita “internazionale nera” diventa più chiaro. I movimenti che si riconoscono in questa rete condividono infatti una serie di ideali: forte nazionalismo, retorica anti-immigrazione e anti-vaccinazione, diffidenza verso le istituzioni multilaterali e un costante richiamo “nostalgico” a un passato percepito come più stabile e ordinato.
L’idea di “nuova guerra santa” si riferisce invece alla dimensione culturale e identitaria che caratterizza parte di questa narrativa politica: la difesa della civiltà occidentale, cristiana e bianca, percepita come minacciata dall’immigrazione di massa e dall’instabilità proveniente dal Medio Oriente. In questo discorso politico gli immigrati diventano il primo bersaglio polemico, mentre i movimenti islamisti radicali vengono presentati come una minaccia esistenziale, soprattutto nel contesto del conflitto che coinvolge Israele.
Il risultato è una retorica che, almeno sul piano simbolico, assume i tratti di una crociata culturale e politica, dove identità, religione e sicurezza nazionale vengono intrecciate e usate in una narrazione di scontro tra civiltà.
L’asse del male: i dittatori da non disturbare
Osservando gli ultimi anni, emergono nuovi equilibri geopolitici e nuove alleanze che fanno riflettere e, in alcuni casi, preoccupano. Sempre più spesso si assiste alla convergenza di interessi tra paesi come Russia, Iran e Cina, oppure tra l’Iran e gruppi armati regionali come gli Houthi o Hezbollah, senza dimenticare il sostegno a vari attori non statali in Medio Oriente.
Alcuni commentatori e giornalisti hanno definito queste convergenze “l’asse del male”, riprendendo una formula già utilizzata in passato per indicare un blocco di regimi accomunati da una caratteristica fondamentale: l’assenza di istituzioni democratiche e una una forte concentrazione del potere politico nelle mani di élite religiose radicali e di ristretti clan di potere, come quello che ha ruotato per decenni attorno alla figura di Ali Khamenei. Non si tratta necessariamente di un’alleanza formale, quanto di una comunità di interessi strategici con al centro l’annientamento dell’Occidente.
In questo contesto emerge anche una lezione che le guerre degli ultimi decenni hanno reso evidente. Gli interventi in Iraq e Afghanistan hanno mostrato con chiarezza i limiti di un’idea che per anni ha guidato parte della politica estera occidentale: la convinzione che la democrazia potesse essere esportata (con la forza). I risultati di quelle operazioni hanno lasciato una conclusione difficile da ignorare: costruire istituzioni democratiche richiede processi lunghi, radicati nella società e nelle strutture politiche interne di un Paese.
Per questo motivo alcuni analisti parlano oggi, provocatoriamente, di “dittatori da non disturbare”. Non come giustificazione dei regimi autoritari, ma come riconoscimento di un dato di fatto geopolitico: rovesciare un regime dall’esterno non garantisce la nascita di una democrazia stabile e può, al contrario, produrre instabilità regionale, conflitti prolungati e vuoti di potere.
Il dilemma per le democrazie occidentali diventa quindi sempre più complesso: come contenere regimi autoritari ostili senza ripetere gli errori degli interventi militari del passato? È una domanda che rimane aperta e che probabilmente definirà gran parte della politica internazionale nei prossimi anni.
L’incapacità dell’Europa
In tutto questo scenario emerge con chiarezza un dato: un’Europa divisa. Divisa al suo interno, divisa nelle priorità strategiche e divisa nella capacità di esprimere una politica estera realmente comune.
Questa frammentazione impedisce all’Unione Europea di sviluppare una linea diplomatica solida e coerente, capace di difendere realmente i princìpi che dice di rappresentare: i diritti umani, la democrazia e il rispetto del diritto internazionale. Lo vediamo chiaramente su diversi fronti.
Vediamo un’impotenza nel conflitto israelo-palestinese, dove l’Europa appare incapace di parlare con una sola voce, oscillando tra sostegno a Israele o alla Palestina, il quale sembra più un tifo da stadio piuttosto che il suggerimento di politiche mirate al miglioramento del conflitto e delle condizioni umane dei civili.
Vediamo un’impotenza nel conflitto russo-ucraino dove, nonostante il sostegno economico e militare a Kyiv, si vedono divisioni interne (le più recenti tra Zelensky contro Orban e Salvini), che nascono da posizioni filorusse all’interno dell’Unione Europea, le quali minano la coerenza di solidarietà al popolo ucraino e al suo diritto all’autodeterminazione.
E ora vediamo anche un’impotenza nella crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran, dove l’Europa si trova in una situazione di silenzio, obbligata solo a reagire quando lo stimolo proviene dagli Stati Uniti.
Il risultato è un continente che, pur essendo una delle più grandi potenze economiche del mondo, fatica a tradurre il proprio peso in influenza geopolitica.
La domanda allora diventa inevitabile: come possiamo contare qualcosa in questo nuovo ordine mondiale?
Nelle scorse settimane abbiamo però visto anche alcuni segnali interessanti. Da una parte il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, che ha deciso di opporsi apertamente alla linea di Donald Trump sulla crisi iraniana, rifiutando di permettere l’uso delle basi spagnole per operazioni militari e denunciando possibili violazioni del diritto internazionale. Si tratta di una delle prime vere forme di disobbedienza politica europea nei confronti della linea statunitense degli ultimi anni. Una posizione che ha irritato profondamente Washington, ma che ha mostrato anche una cosa importante ai nuovi “sudditi” degli Stati Uniti: dire no è possibile.
Da un’altra parte troviamo il presidente francese Emmanuel Macron, che ha rilanciato l’idea di rafforzare la deterrenza nucleare europea e costruire una maggiore autonomia strategica del continente. Il messaggio è chiaro: senza credibilità militare e politica l’Europa non potrà mai avere voce nelle grandi crisi internazionali, da Gaza alla Cisgiordania, dall’Iran all’Ucraina, fino ad altri scenari instabili come il Venezuela.
Conclusioni
In ogni caso una cosa è chiara: l’Europa non deve restare immobile.
Negli ultimi cinquant’anni il continente si è cullato sotto l’ombrello della protezione americana, dando quasi per scontato che gli Stati Uniti avrebbero sempre garantito sicurezza e stabilità. Oggi quella protezione non è più così certa. Forse esiste ancora, ma solo a condizione di accettare una subordinazione politica sempre più evidente.
E sappiamo bene come funziona il potere: quando si stringe lo scettro del re, è il re che dà gli ordini. L’Europa non può accettare una simile subordinazione, soprattutto quando chi impugna quello scettro non rappresenta i valori di libertà e democrazia, sui quali invece il continente si è costruito nell’ultimo secolo. Se l’Europa vuole contare qualcosa nel nuovo ordine mondiale deve ritrovare una linea politica chiara, fondata su valori liberali e democratici coerenti: la difesa dei diritti umani, il rispetto del diritto internazionale e l’autonomia nelle scelte strategiche.
Perché il vero problema non è solo la debolezza. Il vero problema è l’incoerenza.
Ed è proprio qui che la politica europea deve cambiare rotta. Oggi più che mai, la linea che dovrebbe guidare i leader europei è una sola: la coerenza.
