Negli Stati Uniti il conflitto sta già colpendo il clima economico interno. La fiducia dei consumatori è peggiorata, appesantita dal rialzo della benzina e da una percezione economica già debole da tempo. Per un’economia trainata dai consumi è un segnale importante, perché prezzi energetici più alti rischiano di comprimere la spesa discrezionale e di rallentare la domanda. La Fed si trova così stretta tra inflazione ancora sopra target, mercato del lavoro meno solido di quanto sembri e una crescente divisione interna tra chi vorrebbe tagliare e chi teme che i prezzi possano riaccelerare. Sullo sfondo resta anche il dossier commerciale: a maggio il vertice Usa-Cina sarà un passaggio chiave per capire se si aprirà una fase più negoziale o un nuovo irrigidimento. Intanto l’immobiliare continua a soffrire, tra mutui elevati e pressioni politiche sul settore delle case in affitto.
In Europa il nuovo shock energetico riporta inevitabilmente alla memoria il 2022. Il rialzo del gas, gli stoccaggi più bassi e il rischio di prezzi più alti nei prossimi trimestri riaprono il dibattito sulla sicurezza energetica e rendono di nuovo attuale anche il tema del nucleare. Sul piano macro, il quadro si deteriora: l’Ocse taglia la crescita dell’Eurozona, teme una deriva stagflazionistica e la BCE resta in allerta, pur evitando per ora reazioni immediate. Accanto al tema energia, Bruxelles accelera anche sulla diversificazione commerciale, con aperture verso Stati Uniti, Australia e Mercosur, nel tentativo di ridurre la dipendenza dai partner tradizionali e rafforzare la resilienza economica.
Tra i singoli Paesi europei spicca la Spagna, che prova a contenere lo shock con uno scudo da €5 mld tra tagli fiscali e sostegni a famiglie e imprese, mentre l’inflazione accelera al 3,3% e offre uno dei primi segnali concreti del passaggio del caro energia ai prezzi europei. In Germania peggiora la fiducia delle imprese, con l’indice Ifo in calo e una ripresa che torna a indebolirsi proprio mentre Berlino deve fare i conti anche con una crescente ansia strategica e militare. Nel Regno Unito il quadro è forse ancora più delicato: l’inflazione resta elevata, i Gilt salgono con forza, la fiducia dei consumatori scende e dentro la Bank of England cresce il confronto tra chi vorrebbe reagire subito e chi teme di aggravare una crescita già debole.
Nel resto del mondo lo shock si allarga. L’IEA parla apertamente di minaccia seria per l’economia globale, mentre i PMI mostrano un rallentamento diffuso tra Stati Uniti, Europa e Asia. L’Asia-Pacifico appare più resiliente grazie a tecnologia, semiconduttori e data center, ma resta esposta a petrolio più caro, logistica più fragile e possibili pressioni valutarie. Anche l’Asia centrale inizia a sentire gli effetti del conflitto, soprattutto su agricoltura, export e prezzi alimentari. Il messaggio finale della settimana è quindi netto: la guerra non è più solo un evento geopolitico, ma uno shock economico che attraversa inflazione, commercio, consumi, finanza pubblica e politica monetaria.
INDICATORI MACROECONOMICI
Inflazione:
Italia: +1,5%, dal precedente +1% ⬆
Eurozona: +1,9% dal precedente +1,7%. ⬆
Inghilterra: +3% dal precedente +3%
Stati Uniti: +2,4% dal precedente +2,4%
Disoccupazione:
Italia: +5,1% dal precedente +5,5% ⬇
Eurozona: +6,1% dal precedente +6,3%⬇
Inghilterra: +5,2% dal precedente +5,2%
Stati Uniti: +4,4% dal precedente +4,3% ⬆
Tassi d'interesse:
Eurozona: 2,15%
Stati Uniti: 3,75-3,5%
Inghilterra: 3,75%
PIL: Q4 2025:
Italia: 0,1%
Eurozona: +0,3%
Inghilterra: +0,1%
Stati Uniti: +1,4%
MERCATI FINANZIARI
EUR/USD: 1,15103, –0,52% questa settimana, –1,97% da inizio anno
DXY: 99,69, +0,69% questa settimana, +1,43% da inizio anno
S&P 500: 6.368,86, –2,12% questa settimana, –7,40% da inizio anno
NASDAQ: 20.948,37, –3,23% questa settimana, –10,79% da inizio anno
FTSE MIB: 43.701,84, +2,01% questa settimana, –2,89% da inizio anno
STOXX 600: 595,85, –0,47% questa settimana, +0,62% da inizio anno
DAX: 23.447,29, –0,61% questa settimana, –4,26% da inizio anno
CAC 40: 7.911,53, –1,03% questa settimana, –2,92% da inizio anno
IBEX 35: 17.059,30, –0,09% questa settimana, –1,44% da inizio anno
US10Y: 4,43%, +4,40 bps questa settimana, +24 bps da inizio anno
US02Y: 3,73%, +17 bps questa settimana, +24,7 bps da inizio anno
US10Y – US02Y: 0,55%, –4 bps questa settimana, –9,3 bps da inizio anno
IT10Y: 3,80%, +16,5 bps questa settimana, +25,2 bps da inizio anno
Spread BTP–Bund: 91,34 bps, +10,380 bps questa settimana, +30,8 bps da inizio anno
BTC/USD: $66.435,00, –2,10% questa settimana, –24,07% da inizio anno
VIX: 31,04, +15,95% questa settimana, +109,02% da inizio anno
FOCUS DELLA SETTIMANA
STATI UNITI
Fed tra successione, credibilità e nuovi rischi inflazionistici
La Federal Reserve si trova in una fase particolarmente delicata, stretta tra incertezza politica, shock energetici e un dibattito sempre più acceso sulla direzione dei tassi. La possibile successione di Kevin Warsh alla guida della banca centrale si complica proprio mentre il contesto macroeconomico peggiora: la guerra in Iran ha riacceso le pressioni su energia e inflazione, i mercati prezzano con meno convinzione tagli dei tassi e torna persino a riaffacciarsi il rischio di un rialzo. In questo quadro, anche il percorso politico appare incerto, tra le pressioni di Trump, le difficoltà della conferma al Senato e l’ipotesi che Powell possa restare oltre la scadenza del mandato.
Sul fronte interno alla Fed, emergono posizioni diverse ma accomunate da grande cautela. Stephen Miran continua a sostenere la necessità di quattro tagli nel corso dell’anno, ritenendo che la priorità resti il mercato del lavoro e che uno shock petrolifero non debba essere contrastato automaticamente, salvo effetti più persistenti sulle aspettative o sui salari. Una linea più prudente arriva invece da Thomas Barkin, secondo cui la guerra con l’Iran rende il quadro troppo incerto per cambiare subito rotta. Il rialzo dell’energia può sostenere in parte gli Stati Uniti come esportatore netto, ma rischia soprattutto di frenare i consumi e rallentare i progressi sull’inflazione.
Anche Anna Paulson insiste sul tema della credibilità monetaria. Se la crescita dovesse essere davvero trainata dai guadagni di produttività dell’AI, la Fed potrebbe evitare una stretta aggiuntiva. In caso contrario, l’inflazione resterebbe una minaccia concreta. Paulson colloca il tasso neutrale intorno al 3,1%, ma sottolinea che il livello potrà cambiare con l’evoluzione dei dati.
Intanto la banca centrale continua a fare i conti con gli effetti della stretta passata. Nel 2025 la Fed ha registrato una perdita operativa di $18,7 mld, il terzo anno consecutivo in rosso, anche se inferiore agli anni precedenti. Dopo metà aprile, inoltre, gli acquisti di Treasury dovrebbero rallentare, in una scelta tecnica che però segnala come il tema del bilancio resti centrale. Ne emerge una Fed più esposta, più contestata e costretta a difendere la propria credibilità in uno scenario molto più instabile.
Usa-Cina, il commercio si ridisegna mentre sale la tensione prima del vertice
A un anno dalla nuova guerra commerciale, gli scambi tra Stati Uniti e Cina sono crollati ai minimi da decenni, ma il deficit americano non si è chiuso. La quota cinese delle importazioni Usa è scesa a $9 ogni $100, contro oltre $20 nel 2018, mentre il deficit con Pechino si è ridotto del 32% a $202 mld. Tuttavia il saldo complessivo Usa è salito a $1,24 trilioni, perché i flussi si sono spostati verso Messico, Vietnam e Taiwan. Intanto Pechino apre nuove indagini contro Washington, segnale che entrambe le potenze vogliono arrivare al vertice di maggio con maggiore forza negoziale.
Caro benzina, i consumi Usa rallentano e peggiora il clima di fiducia
Negli Stati Uniti il rialzo dei carburanti inizia a incidere sui comportamenti delle famiglie e sul morale dei consumatori. La benzina sfiora i $4 al gallone, spingendo molti nuclei a ridurre spostamenti, contenere i consumi domestici e rinviare spese discrezionali come viaggi e ristoranti. Il segnale pesa anche sul piano psicologico, perché il carburante resta il volto più visibile dell’inflazione. Non a caso a marzo l’indice di fiducia dell’Università del Michigan è sceso a 53,3 da 56,6, mentre aumentano le attese di inflazione di breve periodo, un elemento che la Fed osserva con particolare attenzione.
Minneapolis, i raid migratori lasciano ferite profonde nel tessuto commerciale
A East Lake Street, nel quartiere commerciale ispanico di Minneapolis, i negozi hanno riaperto dopo i raid dell’ICE, ma la clientela non è ancora tornata ai livelli precedenti. Molte attività denunciano incassi ancora molto inferiori, con famiglie in difficoltà e consumatori spaventati anche se in regola. La Fed, nel Beige Book di febbraio, segnala effetti economici diffusi: vendite più deboli, carenza di manodopera e costi più alti in più aree del Paese. Il governatore Tim Walz propone 10 milioni di dollari in prestiti parzialmente condonabili, mentre città e imprese stimano perdite per centinaia di milioni di dollari tra salari, ricavi mancati e straordinari delle forze dell’ordine.
Negli Usa esplode la ricchezza dei super ricchi “non miliardari”
Negli Stati Uniti cresce rapidamente la fascia dei patrimoni da decine e centinaia di milioni di dollari, spinta dal rally di Borsa, investimenti privati e valorizzazione delle piccole e medie imprese. Oggi ci sono circa 430.000 famiglie con un patrimonio di almeno 30 milioni di dollari e circa 74.000 oltre i 100 milioni. La ricchezza del top 0,1% è aumentata di oltre 13 volte in mezzo secolo, mentre il peso della ricchezza resta molto più limitato per la metà più povera della popolazione. Questo nuovo ceto ultra benestante sta cambiando i consumi, trainando domanda per lusso, immobili top, hotel di fascia alta e jet privati.
Case in affitto e mutui, il mercato immobiliare Usa resta sotto pressione
Negli Stati Uniti il mercato immobiliare si trova stretto tra rischio politico e caro credito. I grandi proprietari istituzionali di case unifamiliari in affitto trattano con uno sconto vicino al 30% rispetto al valore degli asset, penalizzati dai timori per una stretta sul modello build-to-rent e da nuove possibili limitazioni agli investitori. Allo stesso tempo, i mutui trentennali sono saliti al 6,38%, massimo da settembre, proprio mentre inizia la stagione primaverile delle compravendite. Le domande di mutuo per acquisto sono già scese del 5% nell’ultima settimana. Il risultato è un settore più fragile, con famiglie e investitori spinti alla cautela.
EUROPA
Europa riapre il dossier nucleare, tra sovranità energetica e costi elevati
La crisi in Medio Oriente e la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz hanno riacceso in Europa il dibattito sul nucleare come leva di indipendenza energetica e contenimento dei costi. La Commissione europea ha rilanciato una strategia che include nuovi reattori e SMR, i piccoli reattori modulari, considerati cruciali per sostenere industria, data center e domanda elettrica futura. Oggi l’UE importa ancora oltre il 50% della propria energia e continua a pagare bollette tra le più alte al mondo. Il nucleare non offre una soluzione immediata, ma Bruxelles lo vede sempre più come pilastro di medio lungo termine accanto alle rinnovabili.
L’UE accelera sui nuovi accordi commerciali tra tutele e diversificazione
L’Unione Europea sta spingendo su più fronti per rafforzare la propria rete commerciale e ridurre la dipendenza dai partner tradizionali in un contesto geopolitico più instabile. Il Parlamento europeo ha sbloccato il percorso dell’accordo UE Usa di Turnberry con 417 voti favorevoli, ma ha imposto forti clausole di salvaguardia. L’intesa prevede dazi Usa al 15% sui beni europei e azzeramento dei dazi UE sulla maggior parte dei prodotti industriali americani. Bruxelles vuole però proteggersi da eventuali nuove mosse protezionistiche di Washington con una sunset clause fino al marzo 2028 e una sunrise clause che lega i benefici al rispetto degli impegni americani.
Parallelamente, l’UE ha raggiunto un accordo di libero scambio con l’Australia, eliminando oltre il 99% dei dazi sulle esportazioni europee e rafforzando l’accesso a materie prime critiche come litio, alluminio e manganese. Bruxelles stima che l’export verso Canberra possa crescere fino al 33% nel prossimo decennio. Sul piano politico, l’intesa amplia anche la cooperazione su sicurezza marittima, crisi internazionali, AI e Indo Pacifico.
Infine, la Commissione accelera anche sul Mercosur, con i primi tagli ai dazi previsti dal 1° maggio in via provvisoria. L’obiettivo è aprire nuove opportunità per export, crescita e approvvigionamenti strategici in un mercato da oltre 700 milioni di persone. Restano però forti resistenze politiche, soprattutto dal settore agricolo europeo. Il segnale complessivo è chiaro: l’Europa cerca nuovi sbocchi commerciali, ma vuole farlo con più cautele rispetto al passato.
Eurozona, peggiorano crescita e fiducia mentre sale il rischio stagflazione
Il quadro economico dell’Eurozona si sta deteriorando rapidamente sotto l’effetto del nuovo shock energetico. Ocse stima una crescita più debole e un’inflazione più alta: per il 2026 l’area euro è ora attesa crescere solo dello 0,8%, mentre i prezzi salirebbero del 2,6%. Secondo Dombrovskis, anche uno scenario solo moderatamente avverso potrebbe togliere fino a 0,4 punti al PIL e aggiungere 1 punto all’inflazione.
A peggiorare il quadro arriva anche il forte calo della fiducia dei consumatori. A marzo l’indice flash della Commissione europea è sceso a -16,3 da -12,3, minimo da ottobre 2023 e peggior dato dal marzo 2022. Il rincaro di petrolio e gas erode il reddito reale delle famiglie e mette a rischio la ripresa dei consumi. Per la BCE il problema è sempre più complesso: inflazione più alta nel breve termine, ma anche crescita più fragile e domanda interna in rallentamento.
BCE tra cautela e allerta: energia, inflazione e stabilità finanziaria sotto osservazione
La BCE affronta una nuova fase di forte incertezza, stretta tra shock energetico, rischi inflazionistici e timori per la stabilità finanziaria. Il messaggio che arriva da Christine Lagarde, Luis de Guindos e Isabel Schnabel è chiaro: Francoforte non intende reagire in modo impulsivo, ma resta pronta a intervenire se il conflitto in Medio Oriente dovesse trasformare il rialzo di petrolio e gas in un aumento più duraturo dei prezzi.
Lagarde ha spiegato che la banca centrale reagirebbe con decisione se l’inflazione dovesse allontanarsi in modo significativo e persistente dal target del 2%. Per ora però prevale la prudenza, perché la BCE vuole capire quanto sarà ampio e duraturo l’impatto della guerra sull’economia reale. Nello scenario più severo elaborato da Francoforte, il danno alle infrastrutture energetiche potrebbe spingere l’inflazione fino al 4,8% nel 2027. Il timore principale resta quello di una nuova rincorsa tra prezzi e salari, anche se l’Eurozona oggi appare in condizioni migliori rispetto al 2022, con meno tensioni sul mercato del lavoro e un’inflazione di partenza più vicina all’obiettivo.
Sul fronte energetico, il rialzo del gas riaccende paure che sembravano superate. Il TTF olandese è salito da €38 a €54/MWh nel giro di un mese, mentre gli stoccaggi europei sono scesi al 28,4%, con livelli particolarmente bassi in Germania, Francia e soprattutto nei Paesi Bassi. Per questo alcune case di investimento iniziano a ipotizzare un’inflazione dell’Eurozona al 2,7% già a marzo e un possibile rialzo del tasso BCE fino al 2,5%, mentre la crescita del 2026 potrebbe rallentare fino allo 0,7%.
In questo quadro, Schnabel invita a non affrettare una stretta: prima di agire serve verificare se il rincaro dell’energia si trasferirà davvero ai salari e agli altri prezzi. Anche de Guindos mantiene una linea di vigilanza. Le banche europee restano solide e l’impatto diretto del conflitto sul sistema finanziario è stato finora contenuto, ma la combinazione di mercati nervosi, rendimenti in rialzo e dipendenza europea da energia importata e servizi strategici esteri lascia l’Eurozona esposta. La BCE, dunque, non lancia ancora l’allarme massimo, ma si prepara a una fase in cui prudenza e credibilità conteranno più che mai.
Regno Unito tra inflazione, tassi e rischio stagflazione
Nel Regno Unito il quadro macro si fa più fragile. A febbraio l’inflazione è rimasta al 3,0%, con quella dei servizi scesa al 4,3%, ma il sollievo potrebbe durare poco: il nuovo shock energetico legato alla guerra in Medio Oriente rischia infatti di spingere i prezzi fino al 3,5%-3,7% nei prossimi mesi. Alla Bank of England il dibattito si intensifica. Huw Pill spinge per una risposta rapida, sostenendo che l’incertezza non può giustificare l’inazione di fronte a un’inflazione che resta ben sopra il target del 2%. Altri membri, come Sarah Breeden e Alan Taylor, preferiscono invece attendere, temendo che una stretta affrettata possa aggravare una crescita già debole.
Intanto i mercati scontano una BoE più aggressiva: il Gilt a 2 anni è salito al 4,60%, oltre 100 punti base sopra i livelli di inizio guerra, mentre il decennale si avvicina al 5,07%. Anche il sentiment delle famiglie peggiora. L’indice GfK è sceso a -21 a marzo, minimo da aprile scorso, tra timori per bollette più alte, rallentamento economico e maggiore prudenza nei consumi. L’Ocse vede ora inflazione al 4% nel 2026 e crescita ridotta allo 0,7%: uno scenario che riporta al centro il rischio di stagflazione.
Spagna, scudo anti energia da €5 mld mentre l’inflazione torna a salire
La Spagna prova a contenere il nuovo shock energetico con un maxi intervento da €5 mld e 80 misure pensate per proteggere circa 20 milioni di famiglie e 3 milioni di imprese. Il governo ha tagliato l’IVA sui carburanti dal 21% al 10%, ridotto le accise sugli idrocarburi e abbassato al 10% anche l’IVA su gas ed elettricità, oltre a congelare i prezzi di butano e propano e rafforzare le tutele per i nuclei più vulnerabili. La mossa arriva mentre l’inflazione armonizzata è salita al 3,3% a marzo dal 2,5% di febbraio, quasi ai massimi degli ultimi due anni. A spingere i prezzi sono soprattutto carburanti, gas ed elettricità. Anche la Banca di Spagna ha rivisto al rialzo le stime, vedendo ora l’inflazione media al 3,0% nel 2026, segnale che il caro energia sta già colpendo l’intera Eurozona.
Germania, ripresa più fragile mentre guerra e caro energia alzano i rischi
In Germania si indeboliscono sia il quadro economico sia quello strategico. L’indice Ifo è sceso a 86,4 a marzo da 88,4, minimo da un anno, segnalando che il nuovo shock energetico sta già frenando la fiducia delle imprese e rimettendo in discussione una ripresa ancora fragile. Il peggioramento coinvolge industria, servizi, commercio e costruzioni, con i settori energivori tra i più esposti. Sul fronte geopolitico, l’associazione delle forze armate tedesche avverte che la guerra con l’Iran rafforza la Russia, aumenta la vulnerabilità europea e rischia di sottrarre attenzione e risorse al sostegno dell’Ucraina.
RESTO DEL MONDO
Iran, le criptovalute aggirano le sanzioni e finanziano il conflitto
Le criptovalute stanno assumendo un ruolo centrale nella crisi iraniana. Secondo Chainalysis, tra il 28 febbraio e il 2 marzo oltre $10 mln sono usciti dagli exchange iraniani, con una parte trasferita su piattaforme estere. Gli esperti ritengono che i flussi servano sia a proteggere i risparmi dei civili colpiti da inflazione vicina al 50%, sia ad aggirare le sanzioni e finanziare i Pasdaran e gruppi alleati. Le autorità iraniane privilegiano le stablecoin, mentre i cittadini si rifugiano sempre più nel Bitcoin.
Cina contrattacca sul commercio e apre due indagini contro gli Stati Uniti
La Cina ha avviato due indagini sulle pratiche commerciali degli Stati Uniti, accusando Washington di ostacolare l’accesso dei prodotti cinesi al mercato americano, limitare l’export di tecnologie avanzate e frenare la cooperazione nelle energie rinnovabili. La mossa arriva dopo le nuove indagini tariffarie aperte dall’amministrazione Trump e segnala un nuovo irrigidimento del confronto commerciale. Pechino sostiene che alcune misure Usa possano violare le regole della WTO, anche se i recenti colloqui in Francia sono stati definiti costruttivi. Il rischio è che la tregua commerciale resti fragile proprio mentre si avvicina la visita di Trump in Cina.
BoJ, il tasso neutrale sale e rafforza l’ipotesi di nuove strette
La Bank of Japan segnala che il tasso naturale d’interesse sta gradualmente salendo, un’indicazione importante perché suggerisce che esiste ancora spazio per ulteriori rialzi senza frenare eccessivamente l’economia. Secondo le nuove stime, il tasso neutrale nominale si collocherebbe tra 1,1% e 2,5%, ben sopra l’attuale tasso guida dello 0,75%, massimo da tre decenni. Il dato arriva mentre crescono le attese per una nuova stretta, forse già ad aprile, in un contesto in cui lo shock energetico dal Medio Oriente rischia di rafforzare le pressioni sui prezzi. A sostenere questa lettura ci sono anche un output gap positivo da 15 trimestri e un’inflazione di fondo al 2,2%, sopra target.
Bank of Canada tra cambi al vertice e cautela sui tassi
La Bank of Canada affronta una fase delicata, tra cambiamenti interni e nuove pressioni macroeconomiche. L’uscita del vice governatore Rhys Mendes e il pensionamento di Sharon Kozicki arrivano mentre i mercati iniziano a scontare fino a tre rialzi dei tassi entro fine 2026. Per ora però questa lettura appare forse eccessiva: a febbraio l’inflazione canadese era ancora all’1,8% e il mercato del lavoro resta debole. La banca centrale mantiene quindi una linea prudente. Il vero rischio, come ha spiegato Carolyn Rogers, è che il rialzo di petrolio e gas si allarghi agli altri prezzi. Se lo shock energetico diventasse più persistente, Ottawa sarebbe pronta a reagire.
Corea del Sud, il nuovo governatore potrebbe rendere la banca centrale più aggressiva
La possibile nomina di Shin Hyun-song alla guida della banca centrale sudcoreana spinge i mercati a interrogarsi su una linea più hawkish nei prossimi mesi. Il contesto è complesso: crescita interna debole, won sotto pressione e rischio che la guerra in Medio Oriente riaccenda l’inflazione attraverso energia e commodity. I mercati arrivano già a prezzare fino a 100 punti base di strette nel prossimo anno, ma diversi analisti giudicano queste attese eccessive. Shin sembra orientato a un approccio pragmatico: in caso di shock temporaneo preferirebbe guardare oltre, ma se le pressioni sui prezzi dovessero intensificarsi, una risposta più restrittiva diventerebbe plausibile.
Messico, taglio dei tassi ma la banca centrale diventa più divisa
La banca centrale del Messico ha ridotto il tasso di riferimento al 6,75% dal 7%, ma con una decisione molto più combattuta del previsto: il board ha votato 3 a 2, segnale di un contesto sempre più complesso. L’istituto ha ripreso così il ciclo di allentamento dopo la pausa di febbraio, pur sottolineando che i prossimi passi dipenderanno dall’evoluzione delle condizioni macro e finanziarie. Il punto chiave è che la guerra nel Golfo Persico rappresenta un rischio al ribasso per la crescita e aggiunge incertezza all’outlook dell’inflazione, che resta elevata al 4,63% a metà marzo. Per ora però la banca centrale non sembra troppo allarmata dallo shock energetico globale.
Australia, inflazione in lieve calo ma resta troppo alta per allentare la pressione
In Australia l’inflazione è scesa solo marginalmente al 3,7% a febbraio dal 3,8% di gennaio, restando comunque sopra il target del 2%-3% della RBA. Ancora più rilevante è la misura trimmed mean, ferma al 3,3%, segnale che le pressioni di fondo non si stanno davvero attenuando. Il problema è che la guerra in Iran sta già spingendo al rialzo i carburanti e rischia di riaccendere ulteriormente i prezzi nei prossimi mesi. Con il mercato del lavoro ancora solido e l’elettricità in aumento del 37% annuo, la banca centrale resta sotto pressione: il sentiero dei tassi appare ancora orientato verso una possibile nuova stretta.
Nuova Zelanda, la banca centrale apre alla stretta se il petrolio resta alto
La banca centrale della Nuova Zelanda segnala che potrebbe anche alzare i tassi se il rialzo del petrolio legato alla guerra in Iran dovesse durare abbastanza da trasformarsi in inflazione più persistente. Per ora l’istituto ritiene che uno shock temporaneo possa essere ignorato, perché reagire subito con una stretta rischierebbe solo di frenare la crescita senza incidere davvero sui prezzi nel breve periodo. Il punto chiave, secondo la governatrice Anna Breman, è evitare che un aumento inizialmente transitorio dell’inflazione si trasformi in una pressione più duratura.
PROSPETTIVE
La guerra in Medio Oriente sta diventando un rischio macroeconomico globale sempre più evidente. La IEA parla di minaccia “molto, molto seria” dopo i danni a oltre 40 asset energetici in nove Paesi, mentre petrolio, gas, fertilizzanti e petrolchimici restano sotto pressione. Il timore è che la crisi nello Stretto di Hormuz si trasformi in uno shock più lungo, capace di colpire non solo l’energia ma anche commercio, filiere e finanza pubblica.
I primi segnali arrivano già dall’economia reale. A marzo i PMI mostrano un rallentamento in Stati Uniti, Europa e parte dell’Asia, con nuovi ordini più deboli, costi in aumento e occupazione sotto pressione. L’Ocse avverte che, in caso di energia alta più a lungo, la crescita mondiale del 2026 potrebbe scendere dal 3,2% al 2,6%, mentre l’inflazione tornerebbe a salire in molte aree chiave. Anche la ADB lancia l’allarme sull’Asia in via di sviluppo, dove un conflitto prolungato potrebbe tagliare la crescita fino a 1,3 punti entro il 2027.
I mercati hanno già reagito: i rendimenti obbligazionari salgono in Europa e negli Usa, segnalando attese di inflazione più alta e banche centrali meno accomodanti. Intanto i governi cercano di contenere il colpo con sussidi, tagli fiscali e price cap, ma il costo per i bilanci pubblici cresce rapidamente in un mondo già gravato da debito elevato e tassi alti.
Anche settori meno centrali, come l’agricoltura dell’Asia centrale, iniziano a soffrire tra logistica più difficile, export in rallentamento e rincari energetici. Il messaggio è chiaro: lo shock non è più solo geopolitico, ma sempre più economico e globale.
La prossima settimana offrirà i primi segnali concreti su come la guerra in Medio Oriente e il balzo dei prezzi energetici stiano incidendo sulle principali economie. Negli Stati Uniti l’attenzione sarà concentrata soprattutto sul mercato del lavoro, con i dati su JOLTS, ADP, sussidi di disoccupazione e soprattutto i nonfarm payrolls di marzo. Saranno rilevanti anche fiducia dei consumatori, indici ISM, vendite al dettaglio e commercio estero, in un contesto in cui i mercati hanno ridotto le attese di tagli Fed e ora attribuiscono una probabilità del 42% a un rialzo dei tassi nel 2026.
Nell’Eurozona, i dati preliminari sull’inflazione di marzo da Germania, Francia, Italia e area euro saranno il test chiave per misurare il passaggio del caro petrolio e fertilizzanti ai prezzi al consumo. Gli analisti si aspettano un’accelerazione, mentre il calendario includerà anche fiducia di imprese e famiglie, PMI manifatturieri finali e dati sulla disoccupazione. Sullo sfondo resta la pressione sui titoli di Stato e sulle aspettative BCE.
Nel Regno Unito i dati saranno più scarsi, ma mutui, credito al consumo, PIL rivisto e mercato immobiliare saranno osservati con attenzione dopo il forte rialzo dei Gilt e il drastico cambio delle attese sulla Bank of England, che i mercati vedono ora più vicina a rialzi che a tagli.
In Asia, riflettori su Bank of Japan, inflazione di Tokyo, Tankan, verbali della RBA e PMI cinesi. In Cina, gli indici manifatturieri e dei servizi diranno se imprese e domanda interna stanno reggendo all’aumento dei costi energetici. In generale, però, per i mercati il vero driver resterà uno solo: l’evoluzione del conflitto con l’Iran.
