Il tasso di disoccupazione scende al 5,7%, raggiungendo il minimo storico dal 2004. A una prima lettura, il dato può apparire chiaramente positivo. Tuttavia, quando si analizzano le statistiche sul mercato del lavoro è fondamentale evitare interpretazioni affrettate e considerare il quadro nel suo complesso.
Il tasso di disoccupazione, infatti, può diminuire per due ragioni molto diverse tra loro. La prima è quella auspicabile: le persone che erano disoccupate, cioè senza lavoro ma attivamente alla ricerca, trovano un’occupazione.
La seconda, invece, è meno incoraggiante: una parte dei disoccupati smette di cercare lavoro ed esce dalla forza lavoro, aumentando il numero degli inattivi.
In questo secondo caso, il calo della disoccupazione non riflette un miglioramento reale delle opportunità occupazionali, ma piuttosto una riduzione della partecipazione al mercato del lavoro. Infatti, confrontando il mese di novembre con quello precedente, si osserva una riduzione sia del numero di disoccupati (–30 mila unità) sia del numero di occupati (–34 mila unità), a fronte di un aumento degli inattivi pari a 72 mila unità.
Il quadro che emerge conferma come il mercato del lavoro italiano continui a essere segnato da problemi strutturali. Come già discusso su Liberi e Oltre lo scorso ottobre, anche la Banca d’Italia ha sottolineato che la buona performance dell’occupazione nel periodo 2019-2024 è in larga parte riconducibile a fattori di natura temporanea. Tra questi figurano l’aumento delle assunzioni nel settore pubblico, gli incentivi nel comparto edilizio e l’aumento del costo del capitale, che ha prodotto un effetto di sostituzione temporaneamente favorevole al lavoro.
A questi elementi si aggiungono criticità di lungo periodo che continuano a frenare il mercato del lavoro italiano: una bassa produttività del lavoro, legata in larga misura alla struttura produttiva del Paese, dominata da piccole e microimprese, che fa sì che l’aumento degli occupati non si traduca in un incremento consistente del PIL, cresciuto nel 2025 solo dello 0,5%; una dinamica negativa dei salari reali; e persistenti divari di genere nei tassi di occupazione. In assenza di interventi su questi nodi strutturali, i miglioramenti osservati negli indicatori occupazionali rischiano di rivelarsi fragili e transitori, più legati a fattori contingenti che a un reale rafforzamento del mercato del lavoro.



