La prima settimana di marzo si chiude con il prolungarsi del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, che continua a destabilizzare i mercati globali e ad alimentare timori per inflazione e prezzi dell’energia.
Negli Stati Uniti cresce l’attenzione sull’impatto del petrolio più caro e sulla volatilità dei mercati finanziari, con Wall Street che attraversa una fase di forte stress. Il conflitto rischia infatti di trasmettersi rapidamente all’economia interna attraverso benzina più costosa e maggiori pressioni inflazionistiche, complicando il lavoro della Federal Reserve, il cui board appare sempre più diviso sulla direzione della politica monetaria.
A pesare sul quadro macroeconomico sono anche i dati sul lavoro: l’economia ha perso 92.000 posti a febbraio, segnale di un mercato del lavoro che sta perdendo slancio. A ciò si aggiunge l’incertezza legata al possibile maxi rimborso sui dazi dopo la sentenza della Corte Suprema, che potrebbe comportare oltre 130 miliardi di dollari di restituzioni agli importatori.
In Europa le preoccupazioni sono simili, ma con una sensibilità maggiore al tema energetico. Il rialzo di gas e petrolio riporta alla memoria la crisi del 2022, anche se oggi l’Unione Europea appare meglio preparata grazie a scorte più elevate e una maggiore diversificazione delle forniture.
L’economia dell’eurozona presenta segnali contrastanti: il mercato del lavoro resta molto solido, con la disoccupazione ai minimi storici, ma a raffreddare l’ottimismo contribuiscono inflazione in risalita e consumi ancora fragili. Sul fronte industriale emergono segnali incoraggianti, con la produzione francese in ripresa dall’inizio dell’anno. Nel Regno Unito, invece, il governo punta al consolidamento fiscale, ma l’aumento dei prezzi energetici rappresenta un nuovo rischio per crescita e inflazione.
In Asia il quadro resta eterogeneo ma complessivamente resiliente. L’attività manifatturiera si rafforza grazie al boom tecnologico legato all’intelligenza artificiale e alla forte domanda globale di semiconduttori. I PMI indicano espansione in Giappone, Taiwan e nel Sud-Est asiatico, con la produzione taiwanese ai ritmi più alti degli ultimi quattro anni e mezzo e il PMI giapponese ai massimi da 45 mesi.
Allo stesso tempo emergono nuove sfide: la Bank of Japan conferma un graduale rialzo dei tassi nonostante l’incertezza geopolitica, mentre la Cina segnala un rallentamento strutturale fissando per il 2026 un obiettivo di crescita tra 4,5% e 5%, il più basso degli ultimi decenni.
Inflazione:
Italia: +1%, dal precedente +1,2% ⬇
Eurozona: +1,7% dal precedente +2,2%. ⬇
Inghilterra: +3,0% dal precedente +3,4% ⬇
Stati Uniti: +2,4% dal precedente +2,7% ⬇
Disoccupazione:
Italia: +5,7% dal precedente +5,8% ⬇
Eurozona: +6,3% dal precedente +6,4%⬇
Inghilterra: +5,1% dal precedente +5% ⬆
Stati Uniti: +4,3% dal precedente +4,4% ⬇
Tassi d'interesse:
Eurozona: 2,15%
Stati Uniti: 3,75-3,5%
Inghilterra: 3,75%
PIL: Q4 2025:
Italia: 0,1%
Eurozona: +0,3%
Inghilterra: +0,1%
Stati Uniti: +1,4%
MERCATI FINANZIARI
EUR/USD: 1,16161, –1,67% questa settimana, –1,06% da inizio anno
DXY: 97,76, –0,68% questa settimana, –10,51% da inizio anno
S&P 500: 6.740,01, –2,02% questa settimana, –2,01% da inizio anno
NASDAQ: 22.387,67, –1,24% questa settimana, –4,66% da inizio anno
FTSE MIB: 44.152,26, –6,48% questa settimana, –1,88% da inizio anno
STOXX 600: 630,56, +5,63% questa settimana, +22,46% da inizio anno
DAX: 25.260,69, +2,94% questa settimana, +26,01% da inizio anno
CAC 40: 8.515,49, +3,91% questa settimana, +16,49% da inizio anno
IBEX 35: 18.164,10, +3,84% questa settimana, +41,72% da inizio anno
US10Y: 4,14%, +19,3 bps questa settimana, –5 bps da inizio anno
US02Y: 3,48%, +0 bps questa settimana, –70 bps da inizio anno
US10Y – US02Y: 0,66%, +19,3 bps questa settimana, +65 bps da inizio anno
IT10Y: 3,35%, –22 bps questa settimana, +5 bps da inizio anno
Spread BTP–Bund: 76,410 bps, +13,3 bps questa settimana, +15,9 bps da inizio anno
BTC/USD: 68.302,00, +3,85% questa settimana, –21,92% da inizio anno
VIX: 29,48, +48,51% questa settimana, +98,52% da inizio anno
FOCUS DELLA SETTIMANA
STATI UNITI
La guerra alimenta i rischi sull’aumento del petrolio e sull’economia
L’escalation tra USA, Israele e Iran sta spingendo al rialzo i prezzi energetici e aumentando i rischi per l’economia globale. Il Brent ha superato gli 80 dollari, arrivando fino a circa 87 dollari al barile, con un aumento superiore al 18% dall’inizio degli attacchi, il rialzo settimanale più forte dalla guerra Russia-Ucraina. Washington ha tentato di contenere la corsa dei prezzi allentando alcune sanzioni sul petrolio russo.
Per l’economia statunitense il conflitto arriva in un momento delicato. L’inflazione resta intorno al 3% e il mercato del lavoro mostra segnali di debolezza, con 92.000 posti di lavoro persi a febbraio. Se il conflitto resterà limitato, l’impatto economico potrebbe essere contenuto. Un’escalation prolungata, soprattutto con interruzioni nello Stretto di Hormuz, potrebbe però spingere il petrolio verso 100 dollari, alimentando l’inflazione, riducendo i consumi e aumentando la volatilità dei mercati finanziari.
Federal Reserve tra pressioni politiche e nuove sfide macroeconomiche
La Federal Reserve affronta una fase complessa, stretta tra pressioni politiche, tensioni geopolitiche e segnali contrastanti dall’economia statunitense. Il presidente Jerome Powell ha difeso pubblicamente l’indipendenza della banca centrale dalle pressioni dell’amministrazione Trump, denunciando il rischio che indagini politiche vengano utilizzate per influenzare le decisioni sui tassi. Con la fine del suo mandato prevista a maggio, cresce l’attenzione sul possibile successore Kevin Warsh e sulla capacità della Fed di mantenere autonomia nelle decisioni di politica monetaria.
Sul fronte economico, il quadro resta incerto. Il presidente della Minneapolis Fed Neel Kashkari ha sottolineato che è troppo presto per valutare l’impatto del conflitto in Medio Oriente sull’inflazione. Prima dello shock geopolitico prevedeva possibili tagli dei tassi nel 2026, ma l’aumento dei prezzi del petrolio potrebbe ritardare l’allentamento monetario.
Anche John Williams, presidente della Fed di New York, ritiene che i tassi attuali tra 3,5% e 3,75% siano appropriati, ma ulteriori riduzioni potrebbero arrivare se l’inflazione continuerà a rallentare. Tuttavia il recente calo di 92.000 posti di lavoro e il rialzo dei prezzi energetici stanno riaccendendo il rischio di un difficile trade-off tra stabilità dei prezzi e sostegno all’occupazione.
Mercato del lavoro USA in rallentamento
Il mercato del lavoro statunitense mostra segnali di indebolimento. A febbraio l’economia ha perso 92.000 posti di lavoro, contro i +126.000 di gennaio e le attese di +50.000, mentre il tasso di disoccupazione è salito al 4,4%. Il calo dell’occupazione ha colpito diversi settori, tra cui sanità, costruzioni, manifattura e servizi, evidenziando una debolezza diffusa. Anche la sanità, tradizionale motore della crescita occupazionale, ha registrato un calo di circa 19.000 posti, in parte legato a uno sciopero. Nel complesso il dato conferma un mercato del lavoro più fragile, influenzato da dazi, incertezza economica e riduzione della spesa pubblica. La debolezza occupazionale potrebbe aumentare la pressione sulla Federal Reserve per considerare nuovi tagli dei tassi nei prossimi mesi.
Maxi rimborsi sui dazi USA dopo la sentenza della Corte Suprema
Dopo lo stop della Corte Suprema ai dazi introdotti dall’amministrazione Trump, la giustizia commerciale statunitense sta preparando quello che potrebbe diventare il più grande rimborso tariffario della storia. In gioco ci sono oltre 130 miliardi di dollari, con stime che arrivano fino a 175 miliardi, pagati negli ultimi anni dagli importatori americani.
Un giudice della U.S. Court of International Trade ha ordinato di avviare il processo di rimborso, ma i pagamenti non saranno immediati. Tra ricorsi legali, verifiche amministrative e procedure doganali, il processo potrebbe richiedere mesi o persino anni. I rimborsi riguarderanno principalmente le imprese statunitensi che hanno pagato i dazi, mentre gli esportatori europei beneficeranno solo indirettamente della rimozione delle tariffe. Nel frattempo Washington ha già introdotto nuovi dazi temporanei tra il 10% e il 15%, mantenendo elevata l’incertezza commerciale.
California: eredità sempre più decisiva per comprare casa
In California l’eredità diventa una delle principali vie alla proprietà immobiliare. Nel 2025 circa il 18% dei trasferimenti di case (quasi 60.000 abitazioni) è avvenuto tramite successione, contro il 12% nel 2019 e l’8,8% nazionale. Con prezzi medi vicini ai 900.000 dollari, molti giovani possono accedere alla casa solo tramite eredità. Le regole fiscali, come la Proposition 13 e il reset del valore fiscale alla morte del proprietario, incentivano a non vendere. Il fenomeno riduce l’offerta sul mercato e contribuisce a mantenere prezzi immobiliari elevati.
EUROPA
Difesa europea: rally azionario tra spesa militare e rischi politici
L’aumento della spesa militare europea, guidato dalla Germania dopo la guerra in Ucraina e i dubbi sulle garanzie USA, ha spinto al rialzo i titoli della difesa. Aziende come Rheinmetall hanno triplicato il valore, con il settore tedesco che tratta ora a circa 38 volte gli utili attesi, ben sopra il mercato. Tuttavia emergono dubbi sulla sostenibilità del rally: gran parte delle aspettative è già nei prezzi e la crescente spesa pubblica potrebbe portare a maggiore pressione politica sui margini delle aziende. Storicamente, i titoli della difesa hanno spesso performato meglio nei periodi di riduzione della spesa militare che durante le fasi di forte riarmo, quando governi e opinione pubblica controllano più attentamente profitti e contratti.
Europa tra inflazione e rischio nuova crisi energetica
La guerra in Medio Oriente sta aumentando i rischi macroeconomici per l’Europa e potrebbe influenzare la politica monetaria della Banca Centrale Europea. Il vicepresidente della BCE Luis de Guindos ha avvertito che un conflitto prolungato tra USA, Israele e Iran potrebbe far salire le aspettative di inflazione e costringere la banca centrale a rivedere l’attuale orientamento di politica monetaria. Il rialzo dei prezzi di petrolio e gas dopo gli attacchi all’Iran rappresenta il principale fattore di rischio per l’inflazione nell’eurozona.
Secondo alcuni analisti, tra cui Morgan Stanley, la BCE potrebbe rinviare i tagli dei tassi previsti per il 2026. Tuttavia il governatore della Banque de France François Villeroy de Galhau ritiene che l’attuale aumento del petrolio non giustifichi ancora un rialzo dei tassi.
Parallelamente, l’Europa teme una nuova crisi energetica. Il prezzo del gas al hub TTF è salito rapidamente da 31,9 a 54,3 €/MWh, anche a causa dello stop della produzione LNG in Qatar e delle tensioni nello Stretto di Hormuz. L’UE resta più preparata rispetto al 2022, ma il rischio principale resta un nuovo shock dei prezzi energetici.
Eurozona tra mercato del lavoro forte, inflazione in risalita e consumi fragili
L’economia dell’eurozona mostra segnali contrastanti all’inizio del 2026. Da un lato il mercato del lavoro resta solido: la disoccupazione è scesa al 6,1% a gennaio, il livello più basso mai registrato secondo Eurostat, grazie soprattutto ai miglioramenti in Spagna e Italia. Tuttavia le prospettive restano incerte a causa delle tensioni geopolitiche e dell’aumento dei prezzi energetici.
L’inflazione è salita all’1,9% a febbraio, dal 1,7% di gennaio, avvicinandosi al target del 2% della BCE. L’inflazione core è salita al 2,4%, mentre i servizi restano elevati al 3,4%. I dati precedono l’escalation in Medio Oriente, che ha spinto petrolio e gas al rialzo, aumentando il rischio di un nuovo shock energetico che potrebbe riportare l’inflazione sopra il target.
Nel frattempo emergono segnali di fragilità nei consumi. Le vendite al dettaglio sono scese dello 0,1% a gennaio, contro attese di crescita, con la Germania a −0,9%. Anche la crescita economica è stata leggermente rivista al ribasso: il PIL dell’eurozona è aumentato dello 0,2% nel quarto trimestre 2025, mentre l’intero anno si è chiuso con un’espansione del 1,5%.
Industria francese in ripresa a inizio anno
La produzione industriale in Francia cresce dello 0,5% a gennaio, dopo il calo dello 0,5% di dicembre e sopra le attese di +0,4%. Il rimbalzo è trainato dal settore dei trasporti, soprattutto aeronautica e aviazione, mentre altri comparti restano deboli. Su base annua la produzione sale dell’1,9%, segnalando una certa resilienza dell’industria francese nonostante i dazi USA.
Regno Unito tra consolidamento fiscale e nuovi rischi energetici
Il governo britannico prevede un deficit al 4,3% del PIL, il livello più basso dall’inizio della pandemia, con un ulteriore calo atteso nei prossimi anni. Tuttavia le prospettive economiche restano incerte. L’Office for Budget Responsibility (OBR) ha rivisto al ribasso la crescita del PIL 2026 all’1,1%, dal precedente 1,4%.
La cancelliera Rachel Reeves difende la strategia economica del governo, ma il conflitto tra USA, Israele e Iran e il petrolio oltre 80 dollari al barile aumentano i rischi per inflazione e conti pubblici. La Bank of England mantiene per ora i tassi al 3,75%, mentre Londra prevede comunque un graduale calo di inflazione e deficit nei prossimi anni.
Svizzera, inflazione quasi zero e franco sotto osservazione
L’inflazione svizzera resta allo 0,1% annuo a febbraio, vicino allo zero e sotto il target della Swiss National Bank (0–2%). Il forte apprezzamento del franco, spinto da flussi di beni rifugio e tensioni geopolitiche, riduce i prezzi delle importazioni e pesa sull’export. La SNB segnala maggiore disponibilità a intervenire sul mercato valutario per frenare ulteriori rialzi della valuta.
RESTO DEL MONDO
BOJ: Ueda conferma rialzi dei tassi nonostante tensioni globali
Il governatore della Bank of Japan, Kazuo Ueda, ribadisce l’intenzione di continuare ad aumentare i tassi se economia e inflazione resteranno in linea con le previsioni. Le tensioni in Medio Oriente e l’aumento dei prezzi energetici potrebbero però complicare le decisioni della banca centrale, alimentando inflazione importata e volatilità finanziaria.
Cina rallenta: target di crescita tra 4,5% e 5%
La Cina fissa per il 2026 un obiettivo di crescita tra 4,5% e 5%, il più basso dagli anni Novanta. Pechino segnala maggiore tolleranza verso un’espansione più lenta, frenata da consumi deboli, crisi immobiliare e investimenti moderati. Il governo punta a sostenere l’economia con deficit intorno al 4% del PIL e nuovi strumenti di finanziamento, mentre rafforza tecnologia, export e autosufficienza industriale.
Canada-USA: nuovi negoziati commerciali sul futuro dell’USMCA
Il ministro canadese Dominic LeBlanc vola a Washington per discutere la revisione dell’accordo commerciale USMCA con gli Stati Uniti. I rapporti restano tesi dopo dazi fino al 50% su acciaio, alluminio e auto canadesi. Washington chiede più accesso al mercato lattiero-caseario canadese e altre concessioni. L’esito dei negoziati è considerato un rischio chiave per l’economia canadese e per le prospettive dei tassi della Bank of Canada.
Corea del Sud: export trainato dai semiconduttori
Le esportazioni della Corea del Sud crescono del 29% annuo a febbraio a 67,45 miliardi di dollari, superando le attese nonostante meno giorni lavorativi. I semiconduttori, oltre un quarto dell’export, raddoppiano a 25,16 miliardi grazie alla domanda legata all’AI. Import a 51,94 miliardi (+7,5%) e surplus commerciale di 15,5 miliardi.
Malaysia: banca centrale mantiene i tassi al 2,75%
La Bank Negara Malaysia lascia il tasso di riferimento al 2,75% per la quarta riunione consecutiva, in linea con le attese. La banca centrale segnala inflazione moderata e crescita solida, ma evidenzia rischi legati al conflitto in Medio Oriente e all’aumento del petrolio. Essendo esportatore energetico, il Paese potrebbe beneficiare nel breve periodo di prezzi più alti.
PROSPETTIVE
Le tensioni in Medio Oriente stanno diventando il principale fattore macroeconomico globale. Gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran hanno provocato un forte aumento dei prezzi dell’energia, alimentando timori per una nuova ondata inflazionistica e spingendo gli investitori a ridurre le aspettative di tagli dei tassi da parte delle principali banche centrali. Petrolio e gas più cari stanno già influenzando i mercati finanziari e i rendimenti obbligazionari, mentre governi e istituzioni internazionali cercano di valutare le conseguenze economiche di un conflitto che potrebbe ridisegnare l’equilibrio globale tra crescita e inflazione.
Le tensioni tra USA, Israele e Iran hanno infatti spinto al rialzo i prezzi energetici e i rendimenti dei titoli di Stato. Il Brent è salito del 5% fino a 81,6 dollari, mentre il rendimento del Treasury decennale ha raggiunto il 4,09%. Anche i titoli europei hanno reagito: Bund tedeschi e gilt britannici hanno toccato i massimi delle ultime due settimane. I mercati temono che l’energia più costosa possa rallentare il processo di disinflazione, riducendo lo spazio per tagli dei tassi da parte di Federal Reserve, BCE e Bank of England.
Il Fondo Monetario Internazionale ha avvertito che il conflitto sta aumentando l’incertezza economica globale, anche se è ancora troppo presto per stimarne l’impatto complessivo. L’istituzione continua per ora a prevedere una crescita mondiale del 3,3%, ma sottolinea che il principale rischio riguarda il rialzo dei prezzi energetici, che potrebbe riaccendere l’inflazione e frenare l’attività economica.
In Asia, nel frattempo, l’economia mostra segnali contrastanti. L’attività manifatturiera sta migliorando in diverse economie della regione grazie al ciclo tecnologico e alla forte domanda di semiconduttori e tecnologie legate all’intelligenza artificiale. I PMI indicano espansione in Giappone, Taiwan e nel Sud-Est asiatico, con la produzione taiwanese in crescita al ritmo più rapido degli ultimi quattro anni e mezzo. Il PMI giapponese ha raggiunto i massimi da 45 mesi e molti analisti prevedono una nuova fase di forte crescita delle esportazioni asiatiche nel 2026.
Parallelamente cresce però il peso del debito globale. Secondo l’OCSE, i Paesi avanzati emetteranno nel 2026 circa 18 trilioni di dollari di obbligazioni, un nuovo record, di cui 14,5 trilioni destinati al rifinanziamento di titoli in scadenza. Gli Stati Uniti concentrano circa il 70% delle esigenze di rifinanziamento. Anche il debito delle imprese è destinato a salire: le emissioni corporate potrebbero raggiungere 6,9 trilioni di dollari, trainate dagli enormi investimenti necessari per sviluppare infrastrutture legate all’intelligenza artificiale.
Il conflitto in Medio Oriente rappresenta un rischio particolare per l’Asia. Secondo la Asian Development Bank, l’impatto economico dipenderà soprattutto dalla durata della guerra. Circa l’80% del petrolio e gas che attraversa lo Stretto di Hormuz è diretto verso l’Asia, rendendo la regione particolarmente vulnerabile a shock energetici. Prezzi più elevati potrebbero aumentare inflazione, costi di produzione e tassi di interesse, anche se molte economie asiatiche dispongono oggi di margini fiscali e riserve energetiche maggiori rispetto al passato.
Nel complesso, l’economia globale entra in una fase dominata da incertezza geopolitica, pressioni energetiche e vincoli monetari, in cui le decisioni delle banche centrali e l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente saranno determinanti per il ciclo economico dei prossimi mesi.
Stati Uniti:
Iran Conflict is Starting to Boost Gasoline Prices - WSJ
In California, About the Only Way to Get a House Is to Inherit One - WSJ
After Powell, Can the Fed Stay Independent? - WSJ
Fed’s Williams Says Cooling Inflation Could Allow for Future Rate Cuts - WSJ
Fed’s Kashkari Says Too Soon to Know Inflation Impact From Middle East Conflict - WSJ
US could owe over €110bn in tariff refunds after court rejects Trump delay
Iran attacks threaten US GDP growth and inflation prospects
Fed’s Beige Book Sees a Stable Economy Still Facing Challenges - WSJ
How War in Iran Is Colliding With Trump’s Economic Priorities - WSJ
U.S. Loses 92,000 Jobs in Widespread and Unexpected Downturn - WSJ
How the Dash to Collect Tariff Refunds Will Play Out - WSJ
The Month Healthcare Jobs Stopped Propping Up the Labor Market - WSJ
Jobs Report, Oil Surge Leave Fed Gritting Its Teeth - WSJ
Europa:
The Big Bet on European Defense Stocks Is Getting Expensive - WSJ
Swiss Inflation Holds Steady at Low Level as Franc Concerns Swirl - WSJ
U.K. Government Sees Debt Plan On Track, But Flags Fresh Uncertainty - WSJ
Eurozone Jobless Rate Hit New Record Low in January - WSJ
Eurozone Inflation Rises Unexpectedly, With Further Risks on the Horizon - WSJ
Eurozone inflation sees unexpected rise: Is the worst yet to come?
Spring statement: Iran war casts shadow over fragile UK economic recovery
Eurozone Retail Sales Decline Unexpectedly - WSJ
French Industrial Production Returns to Growth - WSJ
ECB Could Change Policy Stance If Iran War Drags On, De Guindos Says - WSJ
Iran war revives spectre of energy crisis in Europe, fuelling economic anxiety
Eurozone Fourth-Quarter Growth Revised Lower, Dragged by Irish Contraction - WSJ
ECB Could Change Policy Stance If Iran War Drags On, De Guindos Says - WSJ
Resto del mondo:
South Korea’s Exports Grew 29% Year-on-Year in February - WSJ
BOJ Governor Sticks to Rate-Hike Stance Amid Iran Tensions - WSJ
China Signals New Era of Slower Economic Growth - WSJ
Malaysia Holds Interest Rate Steady as Global Risks Rise - WSJ
Senior Canada Trade Official Set for Washington Visit for USMCA Talks - WSJ
