Proteste in Iran

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Estero

di Davide Maria Pradella,

Il regime degli Ayatollah ha sfiorato l’orlo del baratro, le tensioni tra Iran e Stati Uniti aumentano e, intanto, migliaia di madri cercano le salme dei loro figli in mezzo a sterminate file di sacchi neri.

Cos’è successo, e perché in iran?

Non è la prima volta, in realtà, che le piazze iraniane vengono sconvolte da immense mobilitazioni di folle in polemica con la repubblica teocratica dell’ex soldato e leader religioso Ali Khamenei.

Dal 1979 - anno della rivoluzione islamica guidata da Khomeini che instaurò l’attuale regime - infatti, le proteste contro il governo Islamico o sue specifiche politiche si sono susseguite numerose e imponenti.

Tra queste, per vastità e impeto, spicca sopratutto quella iniziata nel settembre del 2022 a seguito dell’assassinio della ventiduenne Mahsa Amini, perpetrato dalla polizia morale per “inimicizia contro Dio”, commessa a causa della maniera scorretta con lui la ragazza indossava l’hijabb.

Nè allora nè in passato, però, si aveva mai assistito ad una mobilitazione di massa paragonabile a quella scoppiata il 28 dicembre dello scorso anno e durata quasi ininterrottamente sino ad ora.

A scoperchiare il vaso di Pandora, questa volta, non sono stati i fautori dello slogan “donna, vita, libertà” come nel 2022, bensì i bazaari, classe mercantile su cui si basa pressoché la maggior parte dell’economia iraniana.

Cuore della loro denuncia - che poi si è estesa ad una generale contestazione del regime tout court e delle sue politiche oppressive - è la gravissima crisi economica che affligge il paese dall’inizio della pandemia di Covid-19, connotata da elevatissimi tassi di inflazione (il centro statistico statale del paese riporta un tasso d’inflazione del 42,2% a dicembre 2025) e una fortissima svalutazione del Rial, il cui valore si registra a 1,38 milioni per dollaro.

Alla crisi economica, inoltre, si sommano anche la crisi idrica e, soprattutto, quella energetica, a causa della quale da due anni il paese vive blackout elettrici continui.

La reazione del governo

Seppur in una prima fase sembrava che le istituzioni intendessero venire incontro alle istanze dei rivoltosi, tanto che il presidente riformista Pezeshkian dichiaró di comprendere le ragioni dei manifestanti e diversi esponenti del governo abbiano incontrato i rappresentanti dei sindacati per discutere su come risolvere la crisi, la “mano pesante” dei Pasdaran - il corpo delle guardie della rivoluzione islamica - non ha tardato a dare seguito alla prassi da decenni consolidata nel regime e ha avviato la consueta repressione nel sangue delle rivolte, dando vita questa volta alla più efferata carneficina registrata nella storia recente dell’Iran.

Risulta difficile effettuare un bilancio certo delle vittime, anche a causa della sospensione di internet imposta in tutto il Paese dal governo che impedisce la libera circolazione delle informazioni.

L’ONG Human Right Activist parla di almeno 3.786 manifestanti morti [1], mentre alcune fonti, come il Times, alzano vertiginosamente il bilancio a 16.500 vittime totali, circa 19.000 arrestati e, stando a un rapporto redatto da medici del Paese e citato dal Sunday Times, circa 330.000 feriti [2].

La guida suprema dell’Iran, senza troppi mezzi termini, non ha esitato a definire Trump un “criminale” responsabile delle morti avvenute durante le proteste, nonchè di aver eterodiretto i disordini intervenendo personalmente a sostegno dei sediziosi e liquidando il tutto come una “rivolta americana”.

“L’obiettivo degli Stati Uniti è inghiottire l’Iran” - denuncia Khamenei - “l’intelligence americana e sionista ha addestrato i leader dei rivoltosi all’estero”, accusando poi Washington di voler dominare le risorse economiche e politiche dell’Iran.

Imperterrito, aggiunge: “è un uomo malato che dovrebbe governare il suo paese come si deve e smettere di uccidere” [3]

Trump, dal canto proprio, non sembrando cercare una de-escalation dei toni, ribatte: “è tempo di cercare una nuova leadership per il paese”, “quello di cui è colpevole come leader, è la completa distruzione del paese e l’uso della violenza a livelli mai visti prima” [4].

Il presidente Pezeshkian, per tutta risposta, avverte: “qualsiasi aggressione contro la guida suprema del nostro Paese equivale a guerra totale contro la nazione iraniana” [5].

Le torture contro i manifestanti

Mentre le stragi di manifestanti sono state ammesse dallo stesso leader supremo dell’Iran che, ufficialmente, parla di migliaia di morti nelle proteste e minaccia di “spezzare la schiena ai sediziosi” [6], tra le file dell’opposizione - Iran International in primis - iniziano ora a profilarsi anche altre accuse, di segno ancora più macabro e allarmante.

“Picchiati, denudati, costretti a stare all’aperto senza vestiti, abusati sessualmente con manganelli e storditi con punture” sono solo alcune delle denunce che iniziano ad emergere contro la macchina repressiva iraniana dalle principali piattaforme di opposizione.

Tra le vittime di tali abusi vi sarebbe anche un sedicenne arrestato durante le proteste, il quale, stando a queste fonti, avrebbe subìto percosse e pressioni nella zona anale con un manganello attraverso i vestiti.

I detenuti sarebbero stati inoltre bersagliati con getti d’acqua fredda e molti sarebbero morti a causa delle torture [7]

Il cyber attacco contro le reti televisive iraniane

Un altro pesante colpo subìto dalla dittatura di Teheran è avvenuto domenica 18 gennaio, quando un gruppo di hacker ha interrotto le trasmissioni dell’emittente statale IRIB, la voce del regime, diffondendo un messaggio del principe ereditario Reza Pahlavi, il figlio dello scià deposto dalla rivoluzione islamica, e i video delle imponenti proteste che infiammano il Paese.

Le parole pronunciate testimoniano la portata inedita dei recenti disordini nella storia iraniana, mai giunti sinora a smuovere addirittura l’ultimo rappresentante dell’Iran pre-teocratico, rivelando una crisi senza precedenti e tale aver fatto presagire, prima della definitiva repressione, un possibile rovesciamento concreto del regime.

Nel video Pahlavi lancia un appello direttamente ai militari: “voi siete l’esercito nazionale dell’Iran, non l’esercito della Repubblica islamica. Avete il dovere di proteggere le nostre vite. Non vi resta molto tempo. Unitevi al popolo il prima possibile”.

Poi, l’annuncio del ritorno: “ritornerò in Iran. Il popolo mi ha chiesto di guidare il paese. Il popolo iraniano viene massacrato nelle strade e nelle proprie case da un regime che non mostra pietà. Più di 12.000 iraniani sono stati massacrati in sole 48 ore” [8].

Seppur lo slancio di ribellione di un popolo sembra essere stato definitivamente schiacciato da un sistema sordo o totalmente noncurante delle esigenze della propria gente, la parentesi di storia a cui abbiamo assistito restituisce oggi un quadro quanto mai chiaro della frattura insanabile che separa il popolo iraniano da chi lo comanda: di un sistema che non si fonda sul consenso ma sulla forza e che, seppur abbia apparentemente vinto una battaglia, sembra aver posto le basi per una nuova, più forte e determinata, ribellione.

Tag: Iranrivolte in Iranprotesterivoluzione

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