Riyadh contro Abu Dhabi: la frattura che preoccupa Trump e minaccia gli equilibri regionali

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Estero

di Riccardo Isernia,

Nel Golfo Arabo due stretti alleati dell’America di Trump stanno entrando in rotta di collisione, dando inizio a una disputa che potrebbe ridefinire conflitti ed equilibri geopolitici sia in Medio Oriente che in Africa.

Per anni Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno scelto di risolvere i loro disaccordi in maniera discreta, dietro le quinte. Il principe ereditario Mohammed Bin Salman, leader de facto dell’Arabia Saudita, e lo sceicco Mohammed bin Zayed, guida degli Emirati Arabi Uniti, sono stati a lungo visti come partner naturali dai loro alleati a Washington. Nel 2015 i due Paesi collaborarono persino in un tentativo di intervento militare in Yemen, rivelatosi poi fallimentare.[1]

Ma ora le divergenze si sono fatte più profonde, accendendo lo scontro tra i due Paesi.

La rottura tra Riyadh e Abu Dhabi potrebbe avere un impatto più che rilevante sia sui mercati, sia sul nascere di nuovi conflitti. Infatti entrambi i Paesi, grazie alla loro ricchezza petrolifera, sono ormai diventati grosse potenze regionali in grado di esercitare un’influenza significativa anche a livello globale.[1]

Il principale terreno di scontro risiede in Yemen, dove lo scorso dicembre un gruppo di separatisti sostenuto dagli Emirati ha lanciato un’offensiva per prendere il controllo del sud del Paese, una regione strategica per la sua vicinanza a rotte cruciali per il commercio mondiale. Le autorità saudite hanno reagito con decisione, supportando la controffensiva del governo yemenita e sfidando direttamente l’influenza emiratina, dichiarando che Riyadh si assumerà da sola la responsabilità sul futuro dello Yemen.

Lo Yemen è tormentato da una guerra civile dal 2014, quando gli Houthi, un gruppo di miliziani sostenuti dall’Iran, presero il controllo di Sanaa, la capitale del Paese, costringendo alla fuga il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale. Come già accennato, nel 2015 Arabia Saudita ed Emirati tentarono di riportare il governo yemenita a Sanaa, ma la loro operazione militare fallì.[2]

Ancora oggi gli Houthi controllano il nord dello Yemen, un’area dove risiede la maggior parte della popolazione yemenita. Al governo yemenita è rimasto formalmente il controllo del sud del Paese, anche se molte aree di questo territorio sono di fatto controllate da un vario insieme di gruppi armati esterni al governo.[2]

Il più potente tra questi è il Southern Transitional Council (STC). Fondato nel 2017 grazie al supporto militare e finanziario degli Emirati, il gruppo ha l’obiettivo di ricreare un nuovo stato indipendente nel sud dello Yemen, basandosi sui confini antecedenti la riunificazione del Paese avvenuta nel 1990.[2]

È in questo contesto che si inserisce la sopracitata offensiva dello scorso dicembre, condotta proprio dal STC, che ha provocato la dura reazione saudita. Storica protettrice delle forze del governo yemenita, Riyadh considera quest’azione una sfida diretta ai propri interessi regionali. La guerra in Yemen rischia così di trasformarsi a tutti gli effetti in una proxy war tra Arabia Saudita ed Emirati.[3]

Intervistato da Vivian Nereim sul New York Times, H.A. Hellyer, senior associate fellow presso il Royal United Services Institute di Londra, ha sottolineato che quello tra Riyadh e Abu Dhabi non è un semplice disaccordo tattico, ma una più profonda spaccatura strategica su cosa significhi stabilità in Medio Oriente.[4]

Se da un lato il leader saudita Mohammed Bin Salman punta a ridurre i conflitti regionali per favorire il raggiungimento dei suoi ambiziosi obiettivi economici interni, dall’altro le élite emiratine sposano una politica aggressiva, caratterizzata da crescenti ambizioni imperiali.[5]

Secondo diversi analisti, le tensioni tra i due Paesi si stanno già estendendo ad altre aree della regione, dove questa spaccatura potrebbe esacerbare conflitti e rompere già fragili alleanze. Per esempio negli ultimi anni Arabia Saudita ed Emirati hanno sostenuto fazioni opposte nella guerra in Sudan.[4] Ma le divergenze emergono anche in altri campi, con il perseguimento di politiche petrolifere diverse e il nascere di un’accesa rivalità economica.

Nonostante queste differenze, prima dell’ultimo confronto in Yemen emirati e sauditi avevano mantenuto pubblicamente una postura di reciproca cordialitàfratellanza, richiamando un legame culturale e tribale tra le due nazioni. Ma nel giro di poche settimane, le interazioni tra i due Paesi si son fatte più dure e accese.[4]

Commentatori sauditi vicini al governo hanno condannato le azioni emiratine, accusando Abu Dhabi di destabilizzare la regione con il suo supporto a milizie armate in Yemen e in Sudan.[4] D’altra parte un rappresentante delle élite emiratine ha liquidato i comportamenti sauditi come capricci di un prepotente fratello maggiore.

A gennaio il governo saudita ha persino portato dei giornalisti in Yemen per indagare su possibili violazioni dei diritti umani commesse dalle autorità emiratine, accusate di aver detenuto e torturato cittadini yemeniti in prigioni segrete.[4]

Queste accuse non sono nuove. Già diversi anni fa un panel di esperti delle Nazioni Unite aveva documentato casi di detenzioni extragiudiziali, sparizioni forzate e torture imputabili alle forze emiratine in Yemen. Ciononostante Abu Dhabi continua a negare le accuse, sostenendo che queste siano parte di una più ampia e organizzata campagna atta a danneggiare la reputazione del Paese.[4]

Le autorità emiratine negano anche di finanziare e armare milizie nella regione, incluso il Sudan, nonostante numerose evidenze provino il contrario. Ufficialmente gli Emirati si limitano a sottolineare come abbiano opinioni differenti rispetto all’Arabia Saudita sulla gestione degli affari regionali.[4]

Di fronte a queste controversie, finora l’amministrazione Trump ha scelto di non prendere una posizione chiara. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti restano infatti partner fondamentali per la politica estera americana, che punta sul loro sostegno per l’attuazione delle proprie strategie in Medio Oriente, senza trascurare gli interessi economici maturati dalla famiglia Trump nei due Paesi.[4]

Tuttavia la crisi tra i due Paesi sembra destinata a peggiorare, con Riyadh decisa a rispondere in maniera più aggressiva alle mosse di Abu Dhabi. Intervistato sempre dal New York Times, il politologo saudita Salman al-Ansari ha spiegato che l’Arabia Saudita ha ormai perso la fiducia nelle autorità emiratine, non ritenendo più credibili le loro rassicurazioni.[4]

Secondo gli analisti, presto lo scontro tra le due nazioni potrebbe estendersi anche al Corno d’Africa. Come già evidenziato, in Sudan i due Paesi sostengono fazioni opposte nella brutale guerra civile in corso dal 2023: gli Emirati spalleggiano il gruppo paramilitare delle Rapid Support Forces, mentre l’Arabia Saudita supporta le forze militari del governo sudanese.[4]

Ma la rivalità emerge anche in Somalia, dove gli Emirati hanno iniziato a coltivare vari rapporti con la regione separatista Somaliland, una mossa considerata ostile e destabilizzante dal governo somalo, sostenuto invece da Riyadh.[4]

Infine la competizione tra Riyadh e Abu Dhabi sembra allargarsi anche al piano delle alleanze militari. Infatti, di fronte alla notizia che l’Arabia Saudita starebbe cercando di stabilire un patto trilaterale di mutua difesa con il Pakistan e la Turchia, il leader emiratino ha risposto con un viaggio in India, storico rivale di Islamabad, per assicurarsi un patto di mutua difesa con Nuova Delhi.[4]

Per concludere, le divergenze tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono numerose e profonde. Sebbene una soluzione diplomatica non sia da escludere, il confronto attuale appare più strutturale e legato a visioni strategiche differenti sulla conduzione degli affari regionali. È per questo che la rivalità tra Riyadh e Abu Dhabi ha il potenziale di produrre conseguenze significative non solo per il Medio Oriente ma anche per la politica americana nella regione.

Tag: Donald TrumpMedio OrienteYemenArabia SauditaSudan

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