Sudan, la guerra dimenticata: una tragedia umanitaria senza precedenti

Estero

di Ambra Nardi,

Una tragedia umanitaria di proporzioni storiche si sta consumando nel silenzio internazionale. Dal 15 aprile 2023, il Sudan è sprofondato in un violento conflitto armato tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Rapid Support Forces (RSF). Una guerra che sta devastando il Paese, provocando milioni di sfollati e una crisi che le Nazioni Unite definiscono come “la più grave emergenza di sfollamento al mondo”. (1)

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Nel silenzio quasi totale dei media internazionali - mentre l’attenzione di Europa e Stati Uniti è monopolizzata dalla guerra tra Israele e Hamas e dal conflitto in Ucraina - un’altra guerra, altrettanto brutale, sta devastando il Sudan.

In questo Paese dell’Africa orientale, il terzo più vasto del continente, con una posizione geostrategica cruciale grazie all’accesso diretto al Mar Rosso, si consuma una tragedia passata sotto silenzio. La capitale Khartoum è ormai in gran parte distrutta, e all’orizzonte si profila una carestia che potrebbe superare, per impatto e numero di vittime, quella che colpì l’Etiopia negli anni ’80. (2)

Com’è scoppiato il conflitto in Sudan? 

Per capire perché c’è la guerra in Sudan, è essenziale analizzare le dinamiche politiche e sociali che hanno portato all’attuale situazione.Tutto è iniziato il 15 aprile 2023, quando la rivalità politica tra due generali del Consiglio Sovrano - l’organo civile-militare che funge da guida del Paese dopo i colpi di Stato del 2019 e del 2021* - è esplosa in aperto conflitto. I protagonisti dello scontro sono il presidente Abdel-Fattah al-Burhan, attuale capo di Stato, e il suo vice, il filorusso Mohamed Hamdan Dagalo, noto anche come Hemetti.

Dai primi scontri a Khartoum, il conflitto si è rapidamente esteso ad altre città, assumendo i contorni di una vera e propria guerra civile. Da una parte c’è l’esercito regolare, guidato da al-Burhan; dall’altra le Forze di Supporto Rapido (RSF), il potente gruppo paramilitare comandato da Dagalo. Una lotta per il potere che sta trascinando il Sudan in un abisso di violenza e instabilità. (3)

Come accade spesso nei conflitti, anche in Sudan è difficile distinguere nettamente tra “buoni” e “cattivi”. I due generali, oggi in guerra, erano un tempo alleati: insieme hanno orchestrato un colpo di Stato che ha messo fine a una delle esperienze democratiche più promettenti dell’intero continente africano. Ma in un golpe due leader sono troppi, e la rivalità era solo questione di tempo.

Il risultato è un Paese in macerie: oltre tre milioni di persone sono fuggite nei Paesi confinanti, mentre milioni di altri sudanesi sono sfollati interni, costretti ad abbandonare tutto per salvarsi. Le organizzazioni umanitarie lanciano allarmi continui, ma il mondo resta in gran parte a guardare. (4)

Il silenzioso ruolo degli Emirati Arabi all’interno del conflitto 

Sotto la copertura di un’operazione umanitaria per “salvare i rifugiati”, gli Emirati Arabi Uniti stanno conducendo un’elaborata operazione segreta per sostenere una delle due fazioni in guerra in Sudan. Secondo una dozzina di funzionari attuali ed ex funzionari di Stati Uniti, Europa e diversi Paesi africani, Abu Dhabi starebbe fornendo armi potenti e droni, curando i combattenti feriti e trasferendo i casi più gravi in uno dei suoi ospedali militari. (5) (12)

Si tratta dell’ultimo esempio di come gli Emirati, alleati degli Stati Uniti nel Golfo Persico, stiano usando la loro immensa ricchezza e un arsenale militare sofisticato per imporsi come attori chiave, e a volte veri e propri "kingmaker", in diversi scenari africani.

In Sudan, tutti gli indizi indicano un sostegno diretto alle Forze di Supporto Rapido (RSF), il gruppo paramilitare accusato di atrocità e legato al gruppo di mercenari russi Wagner. Gli Emirati, però, sostengono che la loro presenza al confine sia esclusivamente di natura umanitaria.

Il motivo per cui oggi gli Emirati hanno deciso di raddoppiare il proprio sostegno ad Hamdan, nonostante le crescenti prove di atrocità commesse durante la guerra, resta un enigma per molti analisti e funzionari occidentali.

Come molti Paesi del Golfo, gli Emirati vedono nel Sudan una possibile fonte alimentare strategica e ambiscono a un accesso diretto alla costa sul Mar Rosso. A dicembre, Abu Dhabi ha firmato un accordo da 6 miliardi di dollari per sviluppare un porto a 125 miglia a nord di Port Sudan.

Anche le rivalità mediorientali giocano un ruolo. Le tensioni tra Emirati e Egitto - che sostiene l’esercito sudanese - e Arabia Saudita - che guida gli sforzi diplomatici per porre fine alla guerra - sono in aumento, secondo diversi diplomatici. (5)

Il sogno separatista delle RSF verso un governo parallelo in Sudan 

A febbraio 2025, i leader delle Rapid Support Forces (RSF) si sono incontrati a Nairobi con rappresentanti di altre milizie ribelli e partiti politici alleati, con l’obiettivo di siglare un accordo per la costituzione di un governo autonomo nei territori da loro controllati. Questo rappresenta una svolta significativa nel conflitto, soprattutto mentre l’esercito regolare sta ottenendo importanti successi sul campo. L’incontro in Kenya ha suscitato aspre critiche da parte del governo sudanese, che ha accusato il presidente William Ruto di schierarsi apertamente con le milizie, contraddicendo la sua precedente dichiarata neutralità. (6)

A fine luglio 2025, le RSF hanno ufficialmente proclamato la nascita di un governo parallelo, in aperta opposizione all’autorità centrale. La coalizione afferma di voler costruire un «Sudan democratico, laico e decentralizzato». Tuttavia, questa iniziativa, priva di una legittimazione popolare e accompagnata da pratiche autoritarie sul terreno, appare più come uno strumento di consolidamento territoriale che come un autentico progetto di transizione democratica. (7)

La crisi spiegata dai numeri 

Dall’inizio del conflitto, più di 11,5 milioni di sudanesi – quasi un quarto della popolazione – sono stati costretti a lasciare le loro case, spesso più volte. Di questi, 8,7 milioni hanno abbandonato le loro abitazioni durante l’attuale guerra. Più di 3,3 milioni hanno attraversato i confini nazionali verso Egitto, Ciad e Sud Sudan.

Secondo un recente rapporto dell’ONU, oltre la metà degli sfollati sono bambini, molti dei quali vivono in condizioni disperate, senza cibo né acqua. In un campo profughi ad Adré, in Ciad, molti dormono a terra, esposti alla pioggia.

La crisi si è aggravata ancora di più nell’ottobre 2024, quando oltre 135.000 persone sono fuggite dallo stato di El Gezira in appena dieci giorni a causa di una nuova ondata di violenza.

Nel 2024, 25,6 milioni di sudanesi – oltre la metà della popolazione – hanno affrontato condizioni di fame a livello di crisi umanitaria, secondo l’I.P.C. (Integrated Food Security Phase Classification), l’ente globale di riferimento in materia di insicurezza alimentare.

A 14 mesi dall’inizio del conflitto, l’I.P.C. ha registrato i livelli di insicurezza alimentare più alti mai visti in Sudan. (11)

Nell’agosto 2024, è stata ufficialmente dichiarata la carestia nel campo profughi di Zamzam, nel Darfur. A febbraio 2024, Medici Senza Frontiere ha stimato che 13 bambini morivano ogni giorno solo in quel campo, che ospita centinaia di migliaia di persone.

Le strutture sanitarie sono al collasso. Mentre milioni di persone necessitano di cure per la malnutrizione, il Sudan è anche alle prese con quattro gravi epidemie: malaria, morbillo, dengue e colera.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riferito che due terzi degli ospedali nelle aree di conflitto sono chiusi, e ha documentato almeno 119 attacchi a operatori sanitari e strutture mediche, con 189 morti e 140 feriti. (8) (9) (10)

​​Una guerra senza fine e senza vincitori

Se questa guerra sembra destinata a non finire, è per due ragioni principali.
La prima è che nessuna delle due fazioni riesce a prevalere sull’altra: né l’esercito regolare, guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, né le Forze di Supporto Rapido (RSF), il gruppo paramilitare comandato da Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, sono in grado di imporsi militarmente.

La seconda è rappresentata dalle gravi e spesso ipocrite ingerenze straniere. Mentre la comunità internazionale si limita a parlare di “aiuti umanitari”, la realtà è che alcune potenze - come i già citati Emirati Arabi -  alimentano il conflitto dietro le quinte, fornendo armi, finanziamenti e sostegno logistico con l’obiettivo di allungare la guerra a proprio vantaggio. (4)

In assenza di una pressione internazionale coerente e imparziale, e con il coinvolgimento di attori esterni più interessati ai propri interessi strategici che alla pace, il Sudan rischia di sprofondare in una guerra prolungata che distrugge ogni possibilità di stabilità. A pagarne il prezzo più alto sono, come sempre, i civili: milioni di persone costrette alla fame, alla fuga, alla perdita di ogni certezza. Senza un vero impegno diplomatico e senza la fine delle ingerenze esterne, la guerra non finirà e il Sudan continuerà a sanguinare nel silenzio del mondo.

Tag: Sudanmediazione SudanguerraDarfurMar Rosso

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