L’alternanza democratica è strutturalmente preclusa e le regole della competizione vengono riscritte per preservare l’egemonia di Russia Unita, il partito al e del potere. A prima vista, dunque, il voto sembra un mero simulacro. La competizione effettiva viene neutralizzata attraverso l’esclusione preventiva di candidati indipendenti o apertamente pacifisti, come dimostrato dalla recente estromissione di Yabloko, storico partito liberale d’opposizione e l’unico registrato a opporsi apertamente alla guerra in Ucraina, e attraverso un apparato burocratico e tecnologico pensato per controllare l’affluenza e orientare il risultato. Eppure, se il risultato è così rigidamente sorvegliato, perché il Cremlino continua a investire ingenti risorse finanziarie, organizzative e propagandistiche nella macchina elettorale?
Proprio qui sta il punto: nei “regimi di autoritarismo elettorale”, le elezioni non sono una gara democratica, ma restano comunque uno “stress test” e un possibile momento di vulnerabilità per il potere. Il processo elettorale richiede infatti la mobilitazione di un immenso apparato burocratico, l’imposizione di una rigida disciplina sulle élite locali, la gestione dell’immagine pubblica e il contenimento preventivo del dissenso: per questo costringe il regime a esporsi, a misurare la lealtà dei suoi funzionari e a rendere visibili le proprie crepe. In questo spazio di manovra, l’opposizione in esilio e le reti civiche sopravvissute all’interno del Paese cercano di trasformare quelle fragilità in un’opportunità politica: fare della scheda elettorale uno strumento di pressione, organizzazione e visibilità, capace d’incrinare l’apparente invincibilità del Cremlino.
L’attuale quadro socioeconomico e la tremenda crisi del carburante
Le elezioni del 2026 sono le prime consultazioni parlamentari a svolgersi interamente durante l’invasione su larga scala dell’Ucraina. La guerra ha imposto una trasformazione radicale delle dinamiche socioeconomiche russe, generando criticità che si riflettono direttamente sulla gestione del consenso e sulle aspettative del Cremlino.
Restrizioni sul carburante per regione in Russia, secondo quanto riportato da Reuters il 17 agosto 2026. Rosso: restrizioni gravi. Giallo: restrizioni parziali. Grigio: nessuna informazione. (immagine reperita da: WikimediaCommons)
Contrariamente alla narrazione di un Paese impermeabile alle sanzioni, l’economia russa affronta tensioni interne sempre più acute, con ricadute pesanti sulla vita quotidiana dell’elettorato. Un fattore di forte destabilizzazione è l’attuale crisi del carburante, causata dagli attacchi sistematici dei droni ucraini contro le principali raffinerie russe. La produzione interna di benzina ha infatti subito drastiche contrazioni, spingendo addirittura le autorità a vietarne le esportazioni, a introdurre limiti regionali all’erogazione e a reimmettere, dopo decenni, sul mercato carburanti di bassissima qualità ambientale, come l’Euro 3 e l’Euro 2, nel tentativo disperato di contenere il deficit di approvvigionamento. La carenza di carburante ha ovviamente innescato un effetto domino: ha ritardato, se non talvolta interamente impedito, i raccolti agricoli, ha aumentato i costi della logistica per i grandi operatori del retail e ha scatenato un’inflazione galoppante sui beni di prima necessità.
Le testimonianze provenienti da diverse regioni russe, dalla capitale Mosca fino alla città illegalmente annessa di Sebastopoli, in Crimea, delineano un quadro di drastica erosione del potere d’acquisto. Prodotti essenziali, quali ortaggi, carne, pollame e latticini, hanno registrato rincari esorbitanti, costringendo molti cittadini a modificare radicalmente le proprie abitudini di consumo, rinunciando a cure mediche e ricorrendo a strategie di sussistenza domestica. Questa erosione del benessere materiale s’intreccia con una fatica crescente, spesso ma non sempre inespressa, per un conflitto di cui non s’intravede la fine, alimentando un diffuso senso di rassegnazione e disillusione nei confronti delle istituzioni.
L’impatto di questa crisi multifattoriale si è tradotto in un sensibile calo della popolarità effettiva delle autorità, costringendo i centri di sondaggio statali ad adottare accorgimenti metodologici senza precedenti, pur di evitare che i dati pubblicati evidenzino segnali di cedimento per il regime. Emblematico, in tal senso, è uno dei cambiamenti metodologici introdotti dal VCIOM (il Centro Russo per lo Studio dell’Opinione Pubblica): l’istituto lo ha giustificato sostenendo che i sondaggi condotti esclusivamente via telefono «sottorappresentassero» l’elettorato più anziano, cioè, non a caso, la fascia demografica generalmente più incline a sostenere Russia Unita. A seguito di ciò, il rating del partito è magicamente balzato dal 27,7% al 31,2% nella prima settimana di adozione, stabilizzandosi successivamente al 35%.
L’House of Cards russo e il dietrofront del regime nei sondaggi
Per decifrare l’approccio del governo russo alle elezioni è indispensabile ricorrere al concetto di “autoritarismo elettorale” o “autoritarismo competitivo”, elaborato all’inizio degli anni Duemila dai politologi Steven Levitsky e Lucan Way. Secondo questo impianto teorico, regimi come quello di Vladimir Putin non eliminano formalmente le istituzioni democratiche (ovvero le elezioni, il parlamento e i partiti), bensì le svuotano dall’interno attraverso l’uso delle risorse statali, il controllo coercitivo dei media e una repressione selettiva, mirata e graduale del dissenso. In tali contesti, la competizione elettorale è «reale ma iniqua»: il campo di gioco risulta talmente sbilanciato a favore dei detentori del potere da rendere la sconfitta del partito di governo pressoché impossibile per via istituzionale.
Il Cremlino necessita infatti del rito elettorale per molteplici ragioni strutturali. In primo luogo, esso assolve una funzione di legittimazione interna: l’apparente mandato popolare consente al Cremlino, nella retorica ufficiale, di distinguersi dalle dittature militari e dai regimi totalitari del Novecento, offrendo al tempo stesso una copertura legale alla repressione. In secondo luogo, le elezioni costituiscono un’importante dimostrazione di forza: la schiacciante vittoria sugli avversari alle urne comunica alle élite locali, agli oligarchi e ai cittadini comuni che ogni forma di resistenza è futile e che il leader controlla saldamente ogni leva del Paese. Infine, il processo elettorale funge da verifica periodica dell’efficienza degli amministratori regionali: i governanti incapaci di garantire i risultati richiesti senza provocare scandali e proteste in piazza vengono regolarmente rimossi o declassati.
Tutto ciò si traduce nell’imposizione di rigidi obiettivi elettorali ai territori. Ed è proprio qui che le vulnerabilità economiche s’intrecciano con la strategia politica. L’amministrazione presidenziale aveva inizialmente fissato, per le elezioni della Duma del 2026, traguardi ambiziosi: un’affluenza del 50% e il 55% dei voti a Russia Unita. Tuttavia, di fronte all’effettivo calo del consenso per il partito, eroso dalla crisi del carburante, dall’inflazione e dalla stanchezza legata al conflitto, il Cremlino è stato costretto a rivedere le proprie aspettative. Secondo fonti interne all’amministrazione presidenziale, l’obiettivo assegnato a Russia Unita sarebbe stato ridotto a una forbice più realistica, compresa tra il 45 e il 50%.
La ratio di questa mossa è prettamente psicologica e difensiva: forzare un risultato irrealisticamente elevato, come un 60% o un 55%, in un periodo di grave difficoltà economica risulterebbe inverosimile agli occhi dei cittadini e potrebbe innescare focolai di protesta locale, compromettendo la narrazione di legittimità faticosamente costruita. La revisione al ribasso è quindi una sorta di “terapia” per i funzionari regionali, sollevati dall’onere di ricorrere a frodi palesi nei territori più ostici. L’amministrazione presidenziale sa infatti di poter compensare un eventuale deficit nazionale grazie ai risultati artificialmente gonfiati nei cosiddetti “sultanati elettorali”, come la Cecenia e il Tatarstan, nonché attraverso il controllo dei 225 collegi uninominali, garantendosi in ogni caso una rassicurante maggioranza costituzionale senza dover rischiare di innescare l’indignazione popolare.
Perché Yabloko? Com’è possibile che il Cremlino sia stato così ingenuo?
La reazione del regime a qualunque scintilla d’imprevedibilità è emersa in maniera lampante durante la fase di registrazione delle liste elettorali, trasformando la storica presenza del partito Yabloko nel “cigno nero” di questa campagna elettorale. Yabloko, formazione di orientamento liberal-democratico fondata negli anni Novanta da Grigory Yavlinsky e attualmente presieduta da Nikolay Rybakov, si è presentata alle elezioni con un programma essenziale e inequivocabile, sintetizzato nello slogan: «Per la pace e per la libertà». Contro le previsioni di molti analisti, a fine luglio 2026 la Commissione Elettorale Centrale, presieduta da Ella Pamfilova, aveva ufficialmente convalidato e registrato la lista federale del partito, inserendolo al secondo posto sulla scheda elettorale nazionale, subito dopo Russia Unita.
La logica iniziale del Cremlino nel tollerare questa candidatura si fondava su un errore di calcolo madornale. L’amministrazione presidenziale supponeva che Yabloko, relegato per anni ai margini della politica russa con percentuali irrisorie, comprese tra l’1 e il 2%, avrebbe funto da inoffensiva valvola di sfogo. Agli occhi degli strateghi del regime, consentire a Yabloko di correre avrebbe conferito alle elezioni un’apparenza di pluralismo, contribuendo al contempo a frammentare le opposizioni, senza mettere in alcun modo a rischio la tenuta del sistema. Il calcolo era che, ottenendo come di consueto un misero 2%, Yabloko avrebbe fornito alla propaganda statale la prova matematica inconfutabile che solo una frazione infinitesimale della popolazione russa si oppone all’Operazione Militare Speciale.
Come si è visto, questo piano si è schiantato contro la realtà di un diffuso, seppur represso, sentimento anti-guerra che attraversa la società russa. Nei primissimi giorni successivi all’inserimento del partito sulla scheda, la sola esistenza di un’opzione legale per esprimere il rifiuto del conflitto ha innescato una rapida ondata di sostegno. Code di simpatizzanti, in prevalenza giovani, hanno cominciato a materializzarsi; esponenti politici in esilio di primissimo piano, come Yulia Navalnaya e Leonid Volkov, hanno messo da parte le precedenti divergenze con Yavlinsky e hanno pubblicamente invitato i propri sostenitori a votare Yabloko. L’entusiasmo si è persino esteso ai canali non politici sui social media, con vari influencer e star di TikTok che hanno manifestato un sostegno implicito al partito attraverso messaggi allusivi.
Minsk, 18 ottobre 2020. Manifestazione di protesta contro i brogli elettorali e il dittatore Alyaksandr Lukashenka, al potere dal 1994. (fonte: WikimediaCommons)
L’apparato di sicurezza, in particolare l’FSB (i servizi segreti russi), segnato dalla lezione delle proteste bielorusse del 2020, sembra aver adottato una logica di prevenzione radicale per impedire che il dissenso contrario alla guerra, capace di tradursi in una critica più ampia del regime, conservasse uno spazio legale di rappresentanza, coordinamento e potenziale aggregazione. In quell’occasione, il regime di Alyaksandr Lukashenka consentì la candidatura della semisconosciuta Sviatlana Tsikhanouskaya, ritenendola innocua, salvo poi vederla trasformarsi nel catalizzatore di un massiccio voto di protesta. La mobilitazione che ne seguì fu tale da mettere seriamente in discussione l’esito ufficiale delle elezioni e da innescare proteste di massa in tutto il Paese. È dunque plausibile pensare che, temendo un possibile, seppur ristretto, “effetto Tsikhanouskaya”, il Cremlino sia quindi corso ai ripari. Dieci giorni dopo averne ammesso la candidatura, il 10 agosto 2026 la Corte suprema della Federazione Russa ha annullato la registrazione della lista federale di Yabloko. Il pretesto giuridico addotto per questa estromissione, in seguito a una tempestiva e strumentale denuncia presentata dal micro-partito sciovinista Rodina («La Patria»), ha rasentato l’assurdo. Yabloko è stato accusato di violazione del diritto d’autore per aver impiegato nelle proprie grafiche espressioni di uso comune, quali «Che ci sia sempre il sole», e di aver ricevuto presunti ingenti finanziamenti dall’estero, nonché di aver promosso contenuti su piattaforme social «bandite» nel Paese.
Il presidente di Yabloko, Nikolay Rybakov, ha evidenziato in tribunale l’estrema ipocrisia delle accuse, osservando che un’indagine condotta dal suo partito avrebbe individuato donazioni estere a Russia Unita per oltre 800 milioni di rubli, senza che ciò suscitasse alcun interesse da parte della magistratura. La natura politica del procedimento è risultata palese a tutti. Al termine dell’udienza presso la Corte suprema, Rybakov è stato accolto all’esterno da centinaia di giovanissimi sostenitori che lo hanno acclamato e applaudito, trasformando un finora noioso tecnocrate di partito in un improvviso idolo della gioventù anti-militarista e infliggendo al Cremlino un grave danno d’immagine a ridosso del voto. L’estromissione di Yabloko, che ricalca pedissequamente l’esclusione del candidato pacifista Boris Nadezhdin dalle elezioni presidenziali del 2024 per presunte irregolarità nella raccolta delle firme, certifica la totale incapacità del sistema di tollerare persino una moderata presenza istituzionale contraria alla guerra, ma soprattutto quanto sia attualmente debole il regime e ridicolo agli occhi dell’opinione pubblica.
Il panorama partitico russo e l’opposizione sistemica
Con l’estromissione dell’unica alternativa pacifista, la scheda elettorale si riduce ai partiti che compongono la cosiddetta “opposizione sistemica”. Queste forze operano entro confini rigidamente sorvegliati dall’amministrazione presidenziale: non mettono mai in discussione i capisaldi del putinismo, men che meno l’invasione dell’Ucraina, e competono esclusivamente per ritagliarsi limitate rendite di posizione col consenso del regime.
Prima di esaminare i partiti di “opposizione” presenti sulla scheda elettorale, è opportuno analizzare la strategia del partito di regime in vista di questa campagna elettorale. Russia Unita sta mantenendo un delicato equilibrio tra ostentazione propagandistica e prudenza politica. Il nuovo manifesto, infarcito di promesse di aiuti sociali, attribuisce un ruolo centrale ai reduci di guerra. Il loro inserimento nelle liste elettorali e nelle strutture di partito risponde a una strategia ben precisa: trasferire su Russia Unita il prestigio sociale associato ai combattenti. Questa costruzione comunicativa, tuttavia, si scontra col progressivo peggioramento delle condizioni economiche di una parte significativa della popolazione. L’aumento del costo della vita rende sempre meno persuasiva una narrazione che mira a compensare il deterioramento delle condizioni materiali col richiamo al patriottismo, al sacrificio e alla memoria di una guerra inutile: una strategia elettorale che finisce anzi per risultare stancante, se non addirittura una presa in giro.
Sotto la storica guida di Gennady Zyuganov, invece, il Partito Comunista della Federazione Russa (CPRF) rimane la principale forza di opposizione sistemica, forte della più estesa e radicata rete organizzativa e territoriale del Paese. La sua strategia per le imminenti elezioni mira a intercettare il crescente malcontento popolare, cavalcando temi legati all’economia quotidiana, come il carovita e la persistente povertà. Proprio per la sua capacità potenziale di mobilitare l’elettorato frustrato e di fungere da recettore per il voto di protesta, il Cremlino lo considera l’unica vera insidia al proprio monopolio istituzionale. Per arginarne la portata, il CPRF subisce una sistematica marginalizzazione sulle reti televisive di Stato e si ritrova costantemente bersaglio di campagne denigratorie orchestrate dal regime per intaccarne l’immagine.
Oggi guidato da Leonid Slutsky, il Partito Liberal-Democratico di Russia (LDPR) — i cui precetti rappresentano l’antitesi per antonomasia del liberalismo e della democrazia — sta cercando faticosamente di assorbire l’eredità del suo storico e carismatico fondatore, Vladimir Zhirinovsky, che amministrava il partito come una sorta di setta, con una venerazione del leader degna del jucheismo nordcoreano. La formazione punta a scalzare i comunisti dal secondo posto nelle elezioni, facendo leva su una retorica ipernazionalista e su investimenti massicci nella macchina mediatica digitale. Dietro questo posizionamento aggressivo, però, l’LDPR si rivela una struttura estremamente vulnerabile, scossa da continui scandali a livello locale. Un caso che illustra bene i limiti imposti dal regime al partito è quello di Alexander Gliskov, popolare leader dell’LDPR a Krasnoyarsk: per arginare la sua rapida e autonoma ascesa politica locale, le autorità non hanno esitato ad arrestarlo, dimostrando come il regime intervenga chirurgicamente per neutralizzare qualsiasi figura dell’opposizione sistemica che rischi di sfuggire al controllo centrale.
Fondato dall’imprenditore Alexey Nechaev e rappresentato a livello nazionale da figure come Vladislav Davankov, Novye Lyudi («Nuova Gente») è un partito essenzialmente concepito e sostenuto dagli strateghi del Cremlino per intercettare il voto della classe media urbana, dei moderati e dei giovani, simulando un’alternativa liberale al potere costituito. Pur sfoggiando un profilo apparentemente progressista, il partito evita con cura qualsiasi critica reale alla guerra o ai fondamenti del putinismo. La sua natura di “progetto in provetta” è resa evidente dalla quasi totale assenza di una struttura organizzativa nelle province e dalla profonda subordinazione agli apparati di sicurezza dello Stato: durante le elezioni presidenziali, per esempio, le sedi del partito hanno rinunciato a inviare i propri osservatori indipendenti ai seggi, attenendosi a direttive informali impartite dagli agenti dell’FSB.
Guidato dal veterano Sergey Mironov, Spravedlivaya Rossiya («Una Russia Giusta») è il partito che, negli ultimi anni, ha subito le trasformazioni identitarie più convulse, abbandonando le proprie origini socialdemocratiche per approdare a un populismo di estrema destra dai toni militaristi. Questa svolta radicale ha portato la dirigenza a stringere legami col defunto leader mercenario Yevgeny Prigozhin, una compromissione che oggi costa carissima al partito in termini reputazionali e politici. Dopo l’ammutinamento e la morte di Prigozhin, Spravedlivaya Rossiya è precipitata in una grave crisi d’identità, subendo un’emorragia dei quadri dirigenti a livello locale e perdendo sostenitori finanziari chiave, i cui asset sono stati in alcuni casi nazionalizzati. Il futuro parlamentare della formazione appare oggi fortemente incerto: le speranze di superare la soglia di sbarramento dipendono quasi interamente dalla volontà del regime di mantenerla in vita, per preservare l’illusione del pentapartitismo alla Duma.
Ha senso recarsi alle urne? Le due strategie dell’opposizione
Dopo la definitiva estromissione di Yabloko, il dibattito tra l’opposizione in esilio e i cittadini non allineati al regime si è acceso attorno a un interrogativo ricorrente in ogni autocrazia: disconoscere la legittimità del processo elettorale astenendosi, oppure tentare di contrastarlo dall’interno, sfruttandone le contraddizioni e recandosi alle urne?
Una fazione radicale dell’opposizione, che vede tra i suoi esponenti il Forum della Russia Libera, presieduto dall’ex campione del mondo di scacchi Garry Kasparov, sostiene inequivocabilmente il boicottaggio. La loro tesi poggia anzitutto su basi morali: partecipare a una consultazione manipolata e priva di un reale pluralismo significherebbe, a detta loro, alimentare l’illusione democratica costruita dal regime di Putin. In tempo di guerra, argomentano, avallare il voto equivarrebbe a rendersi, sia pur involontariamente, complici dell’apparato statale.
A questa visione idealistica risponde, con crudo pragmatismo, l’analista politico e blogger Maksim Katz. In un’analisi pubblicata su YouTube, Katz sostiene che il boicottaggio sia una fallacia e lo descrive come una trappola psicologica nella quale il Cremlino spera che gli oppositori cadano spontaneamente. Katz osserva come l’astensione, mascherata da indignazione morale, rappresenti l’opzione più comoda per l’elettore, ma anche quella più vantaggiosa per il regime. Il governo russo, spiega il blogger, non avrebbe alcun bisogno di mobilitare grandi masse di cittadini per legittimare le elezioni. Ha già a propria disposizione un vasto bacino di elettori dipendenti dallo Stato, composto da dipendenti pubblici su cui esercita una coercizione capillare: circa 1,5 milioni di insegnanti, quasi un milione di amministratori civici e oltre 700.000 ferrovieri, tutti costretti a recarsi ai seggi fisici o a votare online sotto la stretta supervisione dei propri superiori. Secondo questa lettura, boicottare il voto significherebbe quindi consegnare a questo elettorato il dominio incontrastato delle urne, facilitando le operazioni di manipolazione del regime e riducendo al minimo il rischio di malcontento post-elettorale.
Sulla stessa lunghezza d’onda di Katz si posiziona il politico Ilya Yashin, liberato nello scambio di prigionieri dell’agosto 2024 e oggi alla guida del movimento in esilio Mirnaya Rossiya («Una Russia Pacifica»). In un’intervista pubblicata sul proprio canale YouTube, Yashin sostiene che l’obiettivo delle autorità nell’estromettere Yabloko fosse esattamente quello di indurre alla demoralizzazione e alla rassegnazione gli elettori contrari al regime. La sua proposta è di ricorrere a uno sgradevole, ma politicamente necessario, “voto di protesta”. Yashin rievoca il clima cupo e sfiduciato che precedeva le elezioni parlamentari del 2011, quando, seguendo la direttiva di Alexei Navalny di votare «per qualunque partito tranne che per Russia Unita», centinaia di migliaia di russi si recarono alle urne “turandosi il naso” per sostenere formazioni quali Spravedlivaya Rossiya: mobilitazione che permise l’innescarsi a sorpresa delle proteste di Piazza Bolotnaya. «Il voto di protesta non è mai un atto piacevole», sottolinea Yashin, invitando gli elettori a indebolire la maggioranza governativa in ogni modo possibile. Per rendere visibile la massa del dissenso, l’oppositore e il movimento Mirnaya Rossiya propongono di replicare l’iniziativa già sperimentata durante le elezioni presidenziali del 2024: presentarsi in massa ai seggi, domenica 20 settembre, esattamente a mezzogiorno. Questa iniziativa, battezzata «Mezzogiorno per la pace», mira a inondare simultaneamente i cortili dei seggi in Russia e presso le ambasciate all’estero, dando così forma visibile, e al contempo sicura, a una protesta spontanea in un Paese nel quale ogni raduno può essere assimilato a un reato.
Ingegneria elettorale inversa: l’iniziativa di Maksim Katz per ostacolare il regime
Se l’iniziativa di Yashin punta a restituire alla dissidenza una dimensione fisica e visibile, Maksim Katz propone uno strumento tattico per permettere all’elettore di orientarsi. Preso atto che nel desolante panorama elettorale non esistono autentici difensori della pace, Katz ha lanciato una piattaforma digitale volta ad analizzare, filtrare e consigliare il candidato “meno peggiore” in ciascun collegio uninominale, in modo da massimizzare le probabilità di ostacolare il rappresentante designato dal Cremlino.
Il cuore del progetto consiste in una complessa valutazione dei profili politici dei candidati. La redazione dei giudizi finali esclude tassativamente l’uso dell’intelligenza artificiale ed è affidata, invece, a un’analisi umana di interventi pubblici, dichiarazioni, votazioni alla Duma e contenuti diffusi sui social media. Il sito posiziona i candidati all’interno di una rigorosa matrice bidimensionale, i cui parametri misurano il grado di complicità col sistema bellico e repressivo del regime:
Dichiarazioni pubbliche sulla guerra:
Misura l’aggressività retorica del candidato, dall’invocazione di bombardamenti sulle città ucraine (punteggio negativo) al silenzio strategico (punteggio nullo).
Azioni materiali per il fronte:
Identifica il coinvolgimento logistico o militare: l’adozione di leggi liberticide, raccolte fondi per droni o giubbotti antiproiettile e permanenza al fronte (punteggio negativo).
Posizione sulla mobilitazione della popolazione:
Valuta il supporto a nuove ondate di coscrizione forzata (punteggio negativo) rispetto alla tolleranza verso appelli per il ritorno dei mobilitati (punteggio positivo).
Posizione sulla mobilitazione dell’economia:
Analizza l’attitudine a convertire il bilancio statale nell’economia di guerra (punteggio negativo) a discapito della spesa civile.
In un video di presentazione del progetto, sempre pubblicato sul proprio canale YouTube, Katz cita l’esempio del Distretto n. 195 di Mosca, in cui il Cremlino sostiene Vladislav Gusev, un esponente decorato delle forze armate e candidato per Russia Unita, che ha sfruttato l’Operazione Militare Speciale come ascensore sociale. A sfidarlo sono i candidati del Partito comunista, tra cui Georgy Fedorov, e candidati anonimi di altri partiti pro-sistema. La matrice mira a stabilire se il candidato “Z-patriot” del Cremlino sia oggettivamente più radicale e compromesso col regime rispetto al suo concorrente comunista. Sulla base di tale valutazione, la piattaforma orienta il voto degli elettori di opposizione verso quest’ultimo, con l’obiettivo di aumentare le probabilità di sconfitta del candidato appoggiato da Putin. Il progetto riprende l’impostazione logica del fu “Voto intelligente” ideato dalla Fondazione Anti-Corruzione di Navalny tra il 2018 e il 2021, adattandolo al contesto della guerra attraverso un’analisi più approfondita delle responsabilità politiche, morali e potenzialmente penali dei candidati.
Scenari post-elettorali e conclusioni
Qualsiasi analisi pragmatica del panorama politico russo deve ammettere che le imminenti elezioni non provocheranno il crollo della maggioranza presidenziale, né segneranno l’inizio di una transizione di regime o arresteranno la sanguinosa invasione dell’Ucraina. Forte del proprio monopolio tecnologico e repressivo, nonché della revisione al ribasso degli obiettivi elettorali, l’amministrazione presidenziale ha predisposto tutte le difese necessarie affinché Russia Unita superi indenne la prova delle urne, assicurandosi un solido margine nella quota proporzionale e un dominio pressoché incontrastato nei collegi uninominali. Ciononostante, analisti e leader dell’opposizione in esilio concepiscono il voto come una forma di “frizione organizzata”: un’operazione destinata a produrre turbolenze nel medio-lungo periodo, purché s’ingoino e si mandino giù gli inevitabili compromessi.
Il rischio della cooptazione e della frammentazione
Spingere l’elettorato disilluso verso i candidati del Partito Comunista o dell’LDPR, seguendo le indicazioni della piattaforma di Katz, comporta comunque il rischio di immettere nella Duma rappresentanti che voteranno docilmente ogni legge liberticida proposta dal Cremlino. Ne deriva così un duplice effetto negativo: da un lato, gli elettori pacifisti rischiano di vedere tradito in aula il mandato di rottura che intendono esprimere attraverso il voto; dall’altro, lo scontro attorno alle liste dei candidati ritenuti “accettabili” alimenta divisioni persistenti all’interno della diaspora dell’opposizione, ritardandone il consolidamento strutturale e organizzativo, proprio in una fase in cui l’unità d’intenti è essenziale.
Il precedente di Khabarovsk e l’imbarazzo delle élite
Il calcolo dell’opposizione trova, tuttavia, un solido conforto in alcuni precedenti significativi. Il caso più emblematico risale al 2018, quando il Cremlino incoraggiò la candidatura di Sergei Furgal, esponente dell’LDPR, nella remota regione asiatica di Khabarovsk, con l’intento di simulare una parvenza di competizione elettorale contro l’impopolare governatore uscente di Russia Unita. Stufi dell’arroganza dell’esecutivo, gli elettori concentrarono intelligentemente il proprio voto di protesta sull’improbabile “candidato di disturbo”, eleggendolo con un risultato netto. Furgal è poi rimasto in carica fino al suo arresto nel 2020: un evento che innescò mobilitazioni pacifiche di centinaia di migliaia di persone per mesi, segnando una delle più clamorose figuracce e un danno d’immagine permanente per il regime. Vittorie analoghe in singoli collegi potrebbero mettere in grave imbarazzo i governatori locali incaricati di conseguire gli obiettivi elettorali fissati dal Cremlino, mettendo a nudo le incapacità amministrative dei vertici regionali e introducendo elementi di tensione nella macchina burocratica.
Khabarovsk, 8 agosto 2020. Manifestazione contro l’arresto di Sergei Furgal, dimesso dalla carica di Governatore del Territorio di Khabarovsk. (fonte: WikimediaCommons)
Il valore psicosociale di un’azione visibile
Forse la ripercussione più profonda è quella psicologica. In un Paese segnato dalla paura e dall’atomizzazione sociale, le lunghe file auspicate dall’iniziativa «Mezzogiorno per la pace» consentirebbero a milioni di cittadini contrari alle politiche genocide del Cremlino — genocide per gli ucraini e i georgiani, quanto per gli stessi russi e le minoranze all’interno della Federazione — di vedersi e riconoscersi nei propri quartieri, interrompendo, seppur per qualche istante, il silenzio opprimente imposto dai media e dai manganelli statali. Pur senza incidere direttamente sul risultato numerico certificato dalla Commissione Elettorale Centrale, questa manifestazione di presenza fisica e responsabilità civica è il fondamento indispensabile su cui la società post-bellica russa potrà, un giorno, avviare un complesso processo di ricostruzione. Ed è con questa nota amara, ma non priva di speranza, che attendiamo gli esiti di queste “elezioni”.
«Глаза боятся, а руки делают».
“Gli occhi hanno paura, ma le mani fanno”.





