Il contesto: rivoluzioni e isolamento della Chiesa
La genesi storica di questo documento fondamentale risiedeva nelle trasformazioni radicali provocate dalla Rivoluzione francese e dalla rivoluzione industriale. La Rivoluzione francese aveva soppresso le tradizionali corporazioni e gilde artigiane dell’ancien régime, lasciando i lavoratori privi di questi strumenti di tutela lobbistica di fronte all’emergere delle forze del libero mercato. Per gran parte del XIX secolo, il papato rimase traumatizzato dagli eventi del 1789 e dalle loro conseguenze, che includevano la violenta confisca dei beni della Chiesa e la perdita definitiva dello Stato Pontificio a seguito del Risorgimento italiano e della breccia di Porta Pia. Pio IX era passato dall’essere la potenziale guida del processo di unificazione nazionale, a nemico giurato dell’Italia rinchiusosi nei suoi palazzi dopo aver lanciato il non expedit rivolto a tutti i fedeli cattolici. Alla luce di tutto questo, la Chiesa romana guardava spesso al mondo moderno con profondo sospetto, identificando l’Illuminismo e il liberalismo secolare come le cause profonde del decadimento sociale e dell’apostasia religiosa. Il socialismo e il comunismo non erano visti come veri rimedi, ma come il frutto ribelle e plebeo dello stesso individualismo liberale. Questa vulnerabilità geopolitica e questo isolamento intellettuale spiegano perché il papato attese fino al 1891 per emanare un insegnamento ufficiale completo sulla nuova economia industriale.
Le radici: il cattolicesimo sociale
Tuttavia, molto prima che il Papa si esprimesse, un movimento in crescita noto come cattolicesimo sociale aveva iniziato a gettare le basi per una risposta cristiana alle novità industriali. All'inizio del XIX secolo, pensatori cattolici come Adam Heinrich Müller e Alban de Villeneuve-Bargemont iniziarono a criticare il nuovo ordine economico, sottolineando la brutalizzazione degli operai di fabbrica, specialmente donne e bambini, che venivano trattati come semplici ingranaggi di una macchina industriale. La tradizionale risposta cattolica della carità paternalistica era vista sempre più come insufficiente per affrontare lo sfruttamento sistematico della classe operaia. Il vescovo Wilhelm Emmanuel von Ketteler di Magonza emerse come un pioniere cruciale, spostando l’attenzione cattolica dalla semplice elargizione di elemosine alla richiesta di una legislazione statale a tutela dei lavoratori e sostenendo il concetto di associazioni di lavoro. In tutta Europa, gruppi come l’Unione internazionale di Friburgo - guidati da figure quali il vescovo Gaspard Mermillod, René de La Tour du Pin e Karl von Vogelsang - svilupparono teorie corporativiste intese a sostituire l'individualismo liberale con un ordine sociale cristiano. Contemporaneamente, i Congressi cattolici di Liegi tra il 1886 e il 1890 iniziarono a sostenere l’intervento diretto del governo nelle pratiche lavorative, creando un fermento intellettuale internazionale che rese urgentemente necessaria una dichiarazione papale definitiva.
La genesi del testo: da Liberatore ai latinisti
Il compito di redigere quella che sarebbe diventata la Rerum Novarum fu un processo complesso e meticoloso affidato nel 1890 a Matteo Liberatore, un gesuita ottantenne e pioniere della rinascita filosofica neotomista. La bozza iniziale di Liberatore, intitolata semplicemente “La questione operaia”, criticava aspramente il sistema capitalista. Egli sosteneva che esso riducesse i lavoratori alla schiavitù, trattasse il lavoro umano come una mera merce e fosse guidato da un principio materialistico ed egocentrico all'opera nell'economia moderna. Liberatore sosteneva con forza il ruolo dello Stato nella protezione dei più vulnerabili e suggeriva persino la necessità di un salario familiare.
Poiché la gestazione dell’enciclica fu dolorosa e sottoposta a un attento scrutinio, la bozza di Liberatore fu successivamente trasmessa al cardinale domenicano Tommaso Zigliara, eminente studioso tomista e curatore delle opere di Tommaso d’Aquino. Zigliara riorganizzò il testo, ne ampliò significativamente la lunghezza e consolidò la difesa filosofica della proprietà privata contro il collettivismo socialista, fondando le argomentazioni in modo massiccio sulla teologia tomista. Zigliara attenuò anche alcune delle proposizioni economiche più radicali di Liberatore. Una successiva revisione coinvolse un altro gesuita, il cardinale Camillo Mazzella, che apportò lievi modifiche, tra cui la rimozione della condanna esplicita di Liberatore nei confronti del controllo delle nascite, per evitare qualsiasi riferimento, anche se in termini negativi, a un tema che negava il fondamento del matrimonio come diritto ancorato alla dimensione sessuale con il fine della procreazione.
I contenuti dell’enciclica
L'enciclica finale offrì una robusta critica sia al capitalismo sfrenato che al socialismo rivoluzionario, basandosi su diversi pilastri fondamentali del personalismo tomista. Il documento si apriva con una condanna clamorosa del socialismo, sostenendo che la proposta socialista di abolire la proprietà privata avrebbe alla fine danneggiato la stessa classe operaia, privandola della libertà di disporre del proprio salario e di migliorare la propria condizione. Il Papa dichiarò che il diritto alla proprietà privata era un diritto naturale, essenziale per l’autonomia e la sopravvivenza della famiglia. Allo stesso tempo, Rerum Novarum ruppe con il liberalismo economico classico di pensatori come Adam Smith e David Ricardo, che consideravano il lavoro semplicemente come una merce soggetta alle leggi della domanda e dell’offerta.
L'enciclica affermava che il lavoro umano ha una duplice natura: è sia personale che necessario per la conservazione della vita. Poiché la vita deve essere preservata, l'enciclica introdusse il concetto rivoluzionario per l’epoca di salario giusto, insistendo sul fatto che la giustizia naturale impone che un lavoratore debba essere pagato abbastanza per mantenersi in condizioni di ragionevole agio. Il comitato di redazione aveva deliberatamente evitato di imporre esplicitamente un “salario familiare” in base alla stretta giustizia commutativa, per non creare problemi pratici e teologici insormontabili ai datori di lavoro. Tuttavia, rimaneva la forte implicazione che un salario giusto dovesse essere sufficiente a un lavoratore frugale per mantenere la propria famiglia e acquisire una modesta quantità di beni.
Inoltre, pur proteggendo la proprietà privata, l’enciclica respingeva fermamente la dottrina del laissez-faire secondo cui lo Stato avrebbe dovuto rimanere completamente fuori dagli affari economici. Leone XIII sosteneva che lo Stato ha il dovere morale di intervenire per proteggere il bene comune, in particolare le classi lavoratrici vulnerabili che non dispongono delle risorse dei ricchi. Guidato da un principio di giustizia distributiva, il Papa esortò i governi a regolamentare l'orario di lavoro, garantire il riposo domenicale e vietare l'impiego di donne e bambini in condizioni inadatte alla loro età o alle loro forze.
Forse la svolta più pratica e immediata della Rerum Novarum fu il suo esplicito sostegno alle associazioni dei lavoratori. L'enciclica legittimò i moderni sindacati, sia composti da soli lavoratori che da lavoratori e datori di lavoro insieme, ancorando il diritto di associazione alla legge naturale. Difendendo il diritto naturale dei lavoratori di organizzarsi e tutelare i propri interessi, la Chiesa si allontanò definitivamente da un modello puramente paternalistico di relazioni sociali, anche se nel testo persistevano ancora presupposti paternalistici. Questo esplicito riconoscimento del diritto di sindacalizzazione riconosceva il crescente potere e l'assertività del lavoro in tutto il mondo industrializzato.
Le reazioni all’enciclica
La pubblicazione della Rerum Novarum suscitò un enorme scalpore internazionale, poiché segnalava che la Chiesa cattolica romana si stava schierando decisamente a fianco delle masse lavoratrici. Per alcuni, il linguaggio del Papa era scandalosamente progressista; il socialista francese Jean Jaurès dichiarò sorprendentemente che l’enciclica era, nelle sue parti decisive, un manifesto socialista, mentre altri la videro come la risposta completa della Chiesa al Das Kapital di Karl Marx. Al contrario, alcuni cattolici liberali e industriali erano allarmati, temendo l’imposizione di un’economia politica cattolica dogmatica che interferisse con le libertà di mercato e minacciasse i loro margini di profitto. In Italia, politici laici come Giovanni Giolitti e Francesco Crispi ignorarono in gran parte l’enciclica, continuando a considerare il Papa semplicemente come uno scomodo e rumoroso pretendente politico a causa della questione romana irrisolta.
Nonostante la resistenza degli ambienti conservatori, l’enciclica galvanizzò il nascente movimento della Democrazia Cristiana in tutta Europa. Ispirò una nuova generazione di sacerdoti socialmente consapevoli, come gli abbés démocrates in Francia, tra cui l’Abbé Lemire, e leader laici, come Léon Harmel, a impegnarsi attivamente con la classe operaia e a sostenere le riforme sociali. Spianò la strada ai sindacati cristiani per competere con le organizzazioni marxiste, offrendo una visione alternativa della giustizia sociale che non si basasse sulla violenta lotta di classe.
In definitiva, la Rerum Novarum si assicurò un’eredità duratura che sopravvisse di gran lunga alle specifiche condizioni storiche degli anni Novanta del XIX secolo. Stabilì uno spazio permanente e legittimo affinché la Chiesa potesse esprimersi con autorità su questioni sociali, politiche ed economiche, insistendo sul fatto che nessuna questione sociale potesse essere risolta senza fare riferimento alle verità morali e religiose. Quaranta anni dopo, Papa Pio XI l’avrebbe commemorata nella Quadragesimo Anno (1931), dando inizio a una tradizione di commemorazione e di espansione dottrinale proseguita dai pontefici successivi, tra cui Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus. Gli uomini che in seguito avrebbero forgiato l’unità europea del dopoguerra - figure come Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer e Robert Schuman - furono profondamente plasmati dai principi stabiliti da Leone XIII.
Papa Leone XIV e il confronto con la nuova modernità
Papa Leone XIV fin dall’inizio del suo pontificato ha inteso collegarsi al pontificato e al magistero di Leone XIII nella Rerum Novarum, facendo riferimento alle res novae del nostro tempo, soprattutto la questione dell’Intelligenza Artificiale.
Magnifica Humanitas: struttura e tre assi portanti
La sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, firmata il 15 maggio 2026, nel 135° anniversario esatto della Rerum Novarum, e pubblicata il 25 maggio, si articola in 245 paragrafi distribuiti in cinque capitoli, con un'introduzione e una conclusione. Il titolo stesso è un programma: richiamando il Magnificat, il documento si presenta non come atto difensivo o di condanna, ma come un inno alla grandezza dell'umanità “abitata da Dio” proprio nel momento in cui essa si confronta con le sue creature artificiali più potenti. Il documento è costruito su tre assi che si intrecciano lungo tutta la trattazione.
Il primo è antropologico: a partire dall'essere umano come immagine del Dio trinitario, l'enciclica articola una visione integrale della persona (uguale dignità, altissimo valore dei diritti) che diventa il criterio di giudizio di ogni sviluppo tecnologico.
Il secondo asse è quello della Dottrina sociale: due capitoli ne ripercorrono lo sviluppo storico da Leone XIII al magistero recente, riproponendo i cinque principi classici (bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia sociale) come bussola operativa per l'era digitale.
Il terzo asse è tecnico-critico: la tecnologia non è "di per sé un male" ma non è nemmeno "neutrale", e il rischio non è tanto che singoli strumenti vengano usati male, quanto che l'intero paradigma tecnocratico faccia sembrare normale e giusta una visione anti-umana dell'esistenza.
Da qui la triplice esortazione lanciata personalmente dal Papa alla presentazione nell'Aula del Sinodo: ascoltare, costruire, disarmare - dove "disarmare" l'intelligenza artificiale significa liberarla dalle logiche che la trasformano in strumento di dominazione, esclusione o morte. L'appello affinché brevetti, algoritmi, piattaforme e dati diventino beni universalmente accessibili e non rimangano concentrati nelle mani di pochi richiama la logica della Rerum Novarum sulla destinazione del salario e del capitale.
Il presupposto di Benedetto XVI e l'allargamento della ragione
Potremmo rintracciare nel magistero di Benedetto XVI il presupposto più significativo dell’approccio di Leone XIV. A Regensburg, il 12 settembre 2006, il Papa tedesco incontra il mondo accademico e riflette sul rapporto tra fede e ragione. Dopo una disamina importante del rapporto tra fede e ragione e quella che egli definisce una “critica della ragione moderna dal suo interno”, giunge alla tesi decisiva del suo intervento: “non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell'uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza”. Senza questo approccio e questo riferimento ad una ragione più ampia non sarebbe possibile comprendere il modo in cui il Papa statunitense ha voluto offrire universalmente, attraverso un’enciclica, un contributo essenziale alla discussione sulle questioni aperte dagli sviluppi offerti dalle nuove tecnologie che vengono descritte come “Artificial Intelligence”.
Il magistero recente della Chiesa sull'IA
Sarà bene, però, tratteggiare anche un altro breve percorso, che è quello che parla di IA nel recente magistero della Chiesa.
Nel febbraio 2020 Rome Call for AI Ethics segnò il debutto ufficiale della Santa Sede nel mondo dell’intelligenza artificiale. Sottoscritto insieme a colossi come Microsoft e IBM, introdusse il neologismo dell'“algor-etica”. Ci sono, poi, il Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2024, intitolato Intelligenza artificiale e pace e il Messaggio Intelligenza artificiale e sapienza del cuore per la giornata delle Comunicazioni Sociali del 24 gennaio dello stesso anno. Sono i primi interventi del magistero papale sul tema. Sempre nel 2024, il 24 giugno, il primo intervento di un Papa al G7: Francesco parla degli strumenti digitali indicando una scelta di campo sui valori supremi dell'umanità.
Seguono, poi, il 1° gennaio 2025, le Linee guida in materia di intelligenza artificiale del Governatorato della Città del Vaticano, un atto di “coerenza” istituzionale. Infine, il 28 gennaio 2025 viene pubblicata la nota Antiqua et nova. Frutto della collaborazione tra i Dicasteri per la Dottrina della Fede e per la Cultura, il documento offre la sintesi teologica più ampia e rigorosa sul rapporto tra intelligenza umana e artificiale. Al centro del dibattito resta la distinzione ontologica tra le due, unita a una severa preoccupazione per l'impatto dei sistemi generativi sulla verità in un tempo di profonda crisi epistemologica.
In questo percorso si colloca Magnifica Humanitas.
La responsabilità come chiave di lettura
La categoria della “responsabilità” è una chiave di lettura essenziale dell’Enciclica che va oltre il semplice concetto di accountability, anche se lo contiene pienamente. Una cosa, magari un po’ nascosta, lo rivela. Al termine della sintesi sulla Dottrina Sociale della Chiesa, il Papa parla di un punto che gli sta “particolarmente a cuore”: il fatto che “la Dottrina sociale non è soltanto una parola rivolta alla società: è anche un esame di coscienza per la Chiesa, casa e scuola di comunione, sempre chiamata a verificare che i principi esposti in questo capitolo siano vissuti anzitutto al suo interno” (MH 86). E poi rilegge tutti i grandi temi dell’attuale riforma della Chiesa alla luce dei principi appena espressi. Forse più rumore può aver fatto la precisa accusa alla Chiesa sul tema della schiavitù (MH 176), dove torna Leone XIII, come il Pontefice che assume chiaramente la rinuncia a questa degradazione della persona umana. Ora, proprio questa capacità di essere responsabili e di verificarsi sarà poi il cuore della linea che si indica nell’approcciare la questione del rapporto con il mondo dell’IA.
Potremmo scoprire, in tal senso, come la lettura binaria che il Papa pone, coerentemente con la sua provenienza agostiniana e la teologia delle due città del De Civitate Dei, sia proprio giocata sulla responsabilità. Evidenziamo solo alcuni punti che illuminano la lettura del documento e possono anche portare a sviluppi interessanti oltre la lettura dell’enciclica:
- Oltre la “scatola nera”: la responsabilità politica degli operatori
Dietro il mantello dell’oggettività e della neutralità (MH 103) possono nascondersi scelte valoriali che nascondono e deresponsabilizzano annullando lo spazio dell’azione politica. Ora, proprio la storia del XX secolo ha messo in evidenza come la delega a persone o ideologie totalizzanti genera una deresponsabilizzazione che lede fortemente i diritti delle persone, la giustizia sociale e la significatività di gesti politici. Il modello di Babele richiama proprio questo; mentre il modello di Neemia richiama il risveglio della pluralità sociale e di una responsabilità politica che edifica. La scelta di invitare alla presentazione Christopher Olah di Anthropic indica la linea di demarcare una precisa responsabilità che l’umanità ha nell’attuale sviluppo tecnologico: occorre non rassegnarsi alla scatola nera che deresponsabilizza, ma occorre sviluppare una responsabilità politica che investe persino i processi di progettazione.
- Il modello di Neemia: la responsabilità ecclesiale
Quando il documento parla di Neemia il discorso del Papa diventa l’indicazione di un nuovo modo di stare dei cristiani nella storia con un profondo senso di responsabilità. Rivolgendosi ai credenti, ai cattolici, sembra quasi invitare a una rinnovata presenza nella società: “Come Neemia, anche noi siamo chiamati a unire ascolto e coraggio, preghiera e responsabilità, perché la città degli uomini diventi più vivibile, anche quando le logiche tecnocratiche e gli interessi di parte sembrano prevalere” (MH 241). Il tema qui non è quello della responsabilità di chi opera nei campi dell’Intelligenza Artificiale, ma di chi vive la fede cattolica e che ha una responsabilità evidente nella costruzione di una civiltà. Non si può non notare come l’Enciclica sia stata accompagnata da un atto giuridico e di governo importante: l’istituzione di una Commissione Interdicasteriale sull’Intelligenza Artificiale, il cui meccanismo è oltretutto particolarmente interessante, perché non concentra la responsabilità e il potere nelle mani di un solo soggetto, bensì lo distribuisce attraverso un sistema di turnazione della presidenza: non una piramide, dunque, ma una rete.
- Tolkien e la responsabilità quotidiana e pubblica di tutti
Una delle cose che più hanno colpito l’opinione pubblica è stata la citazione, in MH 213, di un brano dalla terza parte di The Lord of the Rings, l’opera principale di J.R.R. Tolkien. Non è una citazione clickbait, ma coglie pienamente il senso e il contesto della frase e la utilizza coerentemente nel documento. Il Papa la inserisce lì dove la contrapposizione città dell’uomo / città di Dio si traduce non più in Babele / ricostruzione di Gerusalemme, ma in progetto disumanizzante del Palantir e fragilità umana, che non è evocato, ma si comprende pienamente nel contesto della citazione. Questo piccolo brano è usato come ponte tra la denuncia del rischio di una umanità sul punto di disimpegnarsi con “una elegante forma di resa” e l’indicazione di una somma di “fedeltà piccole e tenaci che fanno da argine alla deumanizzazione”. Da questo parte un programma pratico che viene presentato in: “cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo”.
In chiusura, ecco alcune considerazioni finali:
- La Rerum Novarum e la Magnifica Humanitas appartengono a due modelli ecclesiali diversi: la prima è quella di un papato ancora legato a dinamiche di grande contrapposizione con il mondo moderno e pienamente partecipe, come stato tra gli altri, della vita politica. La seconda è quella di un papato che si pone come guida morale e di postura politica nel vuoto lasciato dalle aziende big tech. Con Leone XIII la Chiesa comincia un rapporto di dialogo con la modernità che è essenzialmente il mondo europeo della fine Ottocento; con Leone XIV questo rapporto è di cooperazione e assume toni propositivi e, addirittura, di spinta propulsiva riferendosi, però, non più solo all’Europa ma a tutta l’umanità.
- I limiti del documento nascono dalla sua stessa natura: si tratta delle considerazioni del Papa che, notoriamente, non ha “divisioni” e che ha una autorevolezza morale ma non una vera autorità. Per cui ci si può chiedere: chi concretamente implementerà le prospettive individuate da Leone XIV? Lo "Stato presente e istituzioni civili capaci" invocati in MH 158 sono le stesse istituzioni che, nel contesto dell'economia politica globale reale, hanno storicamente catturato dai gruppi d'interesse più forti. La "regolamentazione dell'IA" invocata dal documento potrebbe benissimo diventare, come è già successo con molte regolamentazioni del mercato, uno strumento di consolidamento dei monopoli esistenti piuttosto che di distribuzione del potere.
- Da qui nasce la considerazione finale che è quella della responsabilità di ogni persona, di ogni gruppo sociale, economico e politico. Torna qui il tema con cui si è letta l’enciclica: perché le questioni sollevate dal documento papale possano dar vita a uno sviluppo non improntato all’uniformità di Babele, ma ad una pluralità attenta alle esigenze di ogni persona e di ogni popolo.

