Tutta questa mescolanza di culture, religioni e codici mi porta inevitabilmente a vedere la traduzione non come un mero passaggio da una parola all’altra, bensì come una vera e propria forma di vita. Tradurre significa cercare continuamente spiegazioni e creare collegamenti. Per me questi collegamenti sono naturali, esattamente come le radici di una pianta: lavorano nel buio del cervello, si ramificano e s’intrecciano per permettere ai pensieri di crescere e fiorire.
In questo mio percorso, l’incontro con il professor Bruno Osimo è stato fondamentale. Osimo vive la traduzione in una dimensione che in qualche modo mi ha permesso di non sentirmi sola: tra semiotica e psicologia. Intuisce la traduzione nei processi della mente, nella traduzione dei sogni e del pensiero freudiano, persino nelle dinamiche del linguaggio di chi soffre di patologie mentali. Con lui e grazie al suo lavoro, la traduzione diventa l’atto umano di tradurre se stessi. Non mi dà mai risposte pronte, ma stimola le mie radici a spingersi più a fondo.
Stamattina ho sentito il bisogno di esternare quel verbum denso che avevo dentro. Gli ho mandato un messaggio vocale per esprimergli la mia gratitudine e per chiedergli, in fondo: "Chi c’è dietro a tutto questo? Cosa ti spinge a cercare queste risposte e a trasmetterle a noi, a fare tutto questo lavoro legato alla ricerca anche su autori noti per lo più come scrittori e non teorici della traduzione, come Giacomo Leopardi o Umberto Eco?". Gli ho raccontato come il suo insegnamento mi stia cambiando, trasformando il mio modo di leggere in un atto di consapevolezza verso me stessa, e soprattutto dandomi il coraggio di ritradurre i testi con una nuova prospettiva che nasce proprio da questa consapevolezza.
La sua risposta mi ha fatto sorridere e riflettere di nuovo:
«Quello che dici — mi ha scritto — mi lusinga. Io non dedico mai abbastanza tempo a quello che fai; e invece di sgridarmi, mi fai i complimenti. Se vuoi ne parliamo a voce, non so come risponderti per iscritto.»
La sua reazione, così umile e indifesa, mi ha fatto pensare alla nostra società, che ci abitua a considerare gli altri come predatori, potenziali minacce o rivali. Siamo condizionati ad aspettarci la critica, la "sgridata", proprio come bambini che temono di non aver fatto abbastanza e aspettano un giudizio in continuazione. Mi chiedo: perché un professore dovrebbe aspettarsi di essere “rimproverato” per la sua mancanza di tempo e, di fronte a un’attestazione di pura gratitudine, si trova senza parole? Ma il mio non era un tentativo di lusingarlo per ottenere qualcosa: era un atto di restituzione. Gli stavo solo restituendo un po’ di quel valore che lui mi aveva già donato senza nemmeno rendersene conto! Lo aveva fatto semplicemente durante le ore del suo lavoro.
Forse questo flusso di intuizioni è stato in qualche modo attivato dalla serie TV norvegese che sto guardando, Pernille. È una narrazione senza spettacolarità artificiali, spari o inseguimenti, ma proprio per questo infonde in me un profondo senso di calma e di riposo emotivo. Mi tranquillizza, perché mi conferma che il mio modo di sentire il mondo non è strano o isolato: esiste una possibilità di convivenza basata sul rispetto reciproco e sulla responsabilità.
In Pernille si vede la vita vera in una società vera, fatta di errori e di tentativi di una convivenza rispettosa. Si mostra come i ragazzi imparino a vivere solo se c’è un ambiente disposto a capirli, dove sbagliare non significa essere marchiati o sgridati per sempre, ma avere la possibilità di chiedere scusa e rimediare.
La serie mostra anche il lato invisibile e doloroso di chi svolge il suo lavoro con empatia, e non sempre segue le regole, guidato dal proprio istinto di proteggere gli altri. Quando Pernille — la protagonista, agente dei servizi sociali — guidata dall’intuito, entra in una casa senza aspettare che arrivi la polizia, come invece prescrive il protocollo, per proteggere una bambina da un padre violento, finisce per prendersi un pugno in faccia. Non è una trovata per il film: è la metafora di ciò che accade a chi pensa agli altri prima che a se stesso. Chi sceglie di non voltarsi dall’altra parte finisce per prendere i colpi al posto degli altri.
Questa dinamica tra empatia e difesa dei confini mi ha riportata indietro al giorno in cui è nata la mia seconda figlia all'ospedale Santa Caterina di Milano. Avevo 38 anni, ero una donna diversa rispetto alla ragazza ventenne che ero quando ho avuto la prima. Vivevo in un altro Ppaese e cercavo nuove bussole nella mia vita. Prima delle dimissioni dall’ospedale, una dottoressa ci diede un consiglio che è diventato per me una la stella polare e che non ho mai più dimenticato:
"Come crescere i bambini? Con pochi no. Se avete appena pulito il bagno e il vostro amato bambino arriva, spruzza l’acqua dappertutto e allaga la stanza, srotola la carta igienica e disegna con il dentifricio sui muri, non sgridatelo: sta imparando a vivere. Spiegherete dopo, pulirete insieme. Ma se quel bambino prende la spazzola del water e se la mette in bocca, mettendo a rischio la sua salute, è lì che dovete dire un NO fermo e assoluto. Pochi “No”, ma per le cose che contano davvero.
Se dite “No” a tutto per la stanchezza o per “educazione”, il bambino smetterà di ascoltarvi; se lo dite solo quando serve, capirà che quel divieto lo sta salvando, lo sta proteggendo, e che non è soltanto un suono nell’aria."
Nel film ho visto come la protagonista Pernille applica perfettamente, nella crescita dei suoi figli adolescenti in Norvegia, il consiglio che ho sentito quasi 17 anni fa a Milano.
Ma questa serie norvegese mi ha aiutata anche a rafforzare la mia convinzione che l’empatia non può essere un’apertura incondizionata, la quale permette agli altri di approfittarne per fare i propri comodi a spese nostre. La fermezza, e persino una sana rabbia quando si varcano i confini del rispetto, non sono il contrario dell’amore e del rispetto: ne sono lo scudo.
I rari "No" detti al momento giusto insegnano ai ragazzi — e a tutti noi — dove finisce la libertà individuale e dove inizia la responsabilità verso l’altro e i suoi confini.
Questo flusso continuo di pensieri mi tranquillizza, perché unisce tutto in un cerchio: fa capire che non ci sono stati salti tra ragionamenti separati e confusi. Tutto è collegato e si tiene saldamente assieme.
Il lavoro autentico — che sia tradurre un testo letterario, insegnare in un’aula universitaria, educare i figli o proteggere i più deboli nei servizi sociali, ma anche fare scudo sul confine del proprio Paese — è indivisibile dalla persona che lo compie. Chi lavora con il cuore non lo fa per le celebrazioni o per pura produttività, ma perché non saprebbe agire diversamente. È semplicemente l’espressione della propria identità.
È per questo che i "piccoli grazie" arrivati all'improvviso spiazzano e commuovono. Non sono pagamenti, ma sono anzi piccoli germogli dei semi che abbiamo donato agli altri, che confermano che siamo rimasti fedeli a noi stessi.
Raccolgo queste intuizioni e le metto “sulla carta” per non perderle: sono le radici della mia pianta che continuano a crescere, ricordandomi che la traduzione più importante resta sempre quella dell’imparare, insieme, a stare al mondo. In pace.


