L'Europa nella stagnazione: crescere tra IA, energia e difesa

Ex-KathedraEconomia

di Emilio Rossi,

La crescita globale rallenta, la demografia pesa, il debito frena gli investimenti e il protezionismo americano apre una nuova fase di instabilità. In questo scenario, l’Europa rischia frammentazione politica e marginalità economica, ma dispone ancora di una finestra strategica: investire rapidamente in intelligenza artificiale, digitalizzazione, energia, difesa e competenze. L’articolo legge la crisi dell’ordine globale nell’era Trump come un’occasione dura ma decisiva per l’UE: meno dipendenza dagli Stati Uniti, più autonomia tecnologica, industriale e finanziaria. La sfida è trasformare l’enorme risparmio europeo in investimenti produttivi. Senza velocità, capitale comune e ricerca, l’Europa resterà spettatrice della nuova economia della conoscenza.

La crisi economica globale determinata dal Covid fu affrontata con l’adozione generalizzata di politiche fiscali e monetarie estremamente espansive. Tali politiche hanno prodotto un benefico rimbalzo della crescita economica e un meno desiderabile aumento dell’inflazione e quindi dei tassi di interesse, con la miccia inflattiva acuita dalle conseguenze dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

Oggi la difficile fase di transizione successiva alle politiche espansive è caratterizzata dalla discesa dell’inflazione, dal progressivo rientro dei tassi d’interesse, dalla necessità di ridurre significativi squilibri di finanza pubblica e soprattutto dal ritorno alla crescita anemica del ventennio pre-Covid, in linea con le criticità della stagnazione secolare.

Allo stato attuale del declino demografico, evidente nelle proiezioni della popolazione ormai non solo nei paesi avanzati ma anche nei maggiori paesi emergenti, e ipotizzando una relativa stabilità sociale e delle relazioni internazionali, ci si potrebbe attendere che, in assenza di break-through tecnologici, la crescita globale passerà dall’attuale 3% al 2% annuo entro il prossimo decennio, con crescita pressoché piatta per l’Unione Europea e per l’Italia. 

Al declino demografico si affianca una bassa crescita della produttività del lavoro e dei fattori, nonché una scarsa capacità di convertire l’eccesso di risparmio in investimenti. Allo stesso tempo, il debito globale si mantiene su un livello elevato, sopra il 235% del Pil globale nel 2024, secondo le recenti stime del FMI, a causa di un maggiore indebitamento da parte dei governi che più che compensa la riduzione del debito nel settore privato. Al di là dei limitati rischi di default sistemici, è lecito ritenere che per molti Paesi e settori il livello di debito e la conseguente necessità di “deleveraging” rappresenteranno un importante freno alla crescita.

Il rallentamento della Cina è un ulteriore fattore chiave tra quelli che possono determinare la riduzione della crescita globale. È probabile che il rallentamento cinese spinga verso il mantenimento delle esportazioni come fattore di crescita. A fronte delle difficoltà di esportare verso gli USA, si sta già assistendo a un riorientamento delle esportazioni verso altri paesi, con l’UE come maggiore candidato, data la dimensione dell’area UE. 

La risposta europea si sta correttamente orientando verso l’adozione di strumenti per la riduzione delle emissioni climalteranti come il CBAM, Carbon Border Adjustment Mechanism, in congiunzione con una revisione del mercato degli ETS e allo stesso tempo con programmi di investimento per lo sviluppo della domanda interna, per l’indipendenza in campo energetico e in aree strategiche come i semiconduttori e i materiali critici. L’elemento chiave sarà la velocità di esecuzione e la capacità di sollecitare investimenti privati. 

È facile desumere che in un mondo a bassa crescita aumenterà la pressione per l’adozione di politiche espansionistiche, anche militari, e protezionistiche, nonché l’aumento di conflitti sociali all’interno di molti paesi. A fronte della attesa diffusione delle politiche protezionistiche, la dinamica degli scambi globali si ridurrà per almeno un altro decennio, con il rischio fondato che il rallentamento si diffonda dagli scambi di beni a quelli delle tecnologie knowledge- intensive, ad esempio digitale, finanza, difesa, sanità, satellitare, riducendo o addirittura interrompendo cruciali supply-chains. 

Per l’Europa il rischio, già palese, consiste in una crescente frammentazione e nell’insoddisfazione popolare nei confronti dell’Unione, con l’annesso rischio dell’uscita di vari paesi. L’UE si è svegliata e sta procedendo verso misure per la gestione di tale rischio, con regolamentazioni da rivedere e/o implementare al fine di consentire una geometria variabile di accordi su temi specifici, ad esempio ambiente, difesa, Intelligenza Artificiale, e l’utilizzo di debito comune per il finanziamento di tali obiettivi. I temi, soprattutto per quanto riguarda la difesa, sono principalmente due: la percezione dell’urgenza delle soluzioni e la consapevolezza in ogni Stato Membro della necessità di delegare importanti elementi di sovranità all’UE. In questo contesto complessivamente non incoraggiante, si posizionano sia nuove opportunità che nuovi vincoli, con la predominanza dei vincoli, per la crescita economica e la diffusione del benessere anche per i paesi emergenti e in via di sviluppo.

Nuovi squilibri nell’era Trump

Nell’ultimo anno si è assistito a un cambiamento radicale nel sistema delle relazioni internazionali, nato dopo la Seconda guerra mondiale sotto la volontà e la direzione degli USA. Le istituzioni create a presidio di un sistema multilaterale basato su regole concordate avevano già ricevuto pesanti spallate negli ultimi decenni, perché non sempre rispettate e a volte imposte in maniera contraddittoria, ma oggi sono relegate ad un ruolo marginale proprio dal paese che le aveva promosse per determinare un equilibrio globale a sé stesso favorevole. 

Il paradosso è che gli USA, pur avendo avuto nei decenni un peso crescente e preponderante sullo scacchiere mondiale, al contrario di quanto paventato da Trump nella sua narrazione, hanno adottato recentemente misure che risultano dannose per le prospettive di crescita e di tenuta della democrazia negli USA stessi, e di riflesso anche a livello globale. All’interno di questo quadro appare sempre più evidente come la politica economica sia utilizzata come arma, da cui il termine “weaponisation”, per influire sugli equilibri politici interni ad altri paesi al fine di ottenerne un vantaggio di posizionamento economico/finanziario per gli USA e, in alcuni casi, anche personale, come nel caso del social media “Truth Social” o della crypto valuta $Trump. 

La politica protezionistica dei dazi all’import è un fattore che va a detrimento del commercio internazionale e dell’attività 11N° 16 dicembre-aprile2026 economica degli USA, nonostante il suo obiettivo dichiarato sia la difesa dell’occupazione nel settore manifatturiero statunitense, che comunque pesa solo il 10% del Pil USA. Inoltre, la distorsione dei prezzi relativi porta a una revisione delle catene di offerta, con danno per la qualità e i prezzi dei prodotti. 

Tuttavia, va tenuto presente che l’impatto negativo è dal punto di vista quantitativo a) primariamente interno agli USA, come normale che sia quando un paese impone dazi; b) di dimensioni ridotte, con effetti misurabili in pochi decimali di punto percentuale del Pil e dell’inflazione. Il vero canale di trasmissione delle politiche trumpiane attuali è la situazione globale di incertezza per consumatori e imprese non solo statunitensi conseguente all’andamento ondivago delle minacce e dei livelli dei dazi e dei paesi a cui vengono applicati. 

Da questo punto di vista, l’accordo raggiunto dalla UE a luglio 2025 su un livello di dazi sull’export europeo del 15% va visto come un importante successo europeo, al contrario di quanto espresso da molti media e politici europei. A fronte dell’utilizzo “muscolare” dei dazi da parte di un ex- partner, l’accordo ha consentito di limitare i dazi ad un livello gestibile per le imprese, sia europee che statunitensi, dando certezza sui loro livelli sulla base di concessioni sostanzialmente non attuabili, promessa di investimenti negli USA e import di LNG, entrambi in quantità tecnicamente non realizzabili. Peraltro, anche l’aspettativa di una sentenza negativa della Corte Suprema USA sulla legalità dei dazi si è dimostrata corretta. Sarebbe naif pensare che la risposta alla politica protezionistica USA possa limitarsi all’accordo di luglio 2025 e la Commissione Europea ha proceduto a rafforzare e/o firmare altri importanti accordi di libero scambio, con Canada, India, Mercosur. 

Altri elementi della politica economica di Trump appaiono in contraddizione con la volontà di rilancio della manifattura e dell’economia americana, alcuni con effetti immediati, altri di medio-lungo termine: la lotta all’immigrazione, storicamente un motore del mercato del lavoro e della crescita USA, la riduzione del supporto statale alla ricerca e alle università, che mina la capacità di investimenti in R&I, l’uscita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e la riduzione dei fondi al CDC, l’eliminazione degli incentivi allo sviluppo delle fonti rinnovabili e della mobilità elettrica, la politica fiscale espansiva risultante dalla “Big Beautiful Bill”, la legge di bilancio per i prossimi dieci anni, che rimarca la scarsa attenzione all’equilibrio delle finanze pubbliche, le pressioni sulla Fed che ne minano l’indipendenza e la credibilità, creando le basi per un rialzo dei tassi di interesse. 
Ognuno di questi elementi ha riflessi globali negativi e richiede una ricalibrazione delle politiche europee.

Fattori propulsivi della crescita – opportunità per l’UE

In un contesto caratterizzato da questi venti contrari alla crescita, un’adozione pervasiva della digitalizzazione, della connettività e dell’IA avrebbe il potenziale di fornire impulso alla crescita a lungo termine, principalmente tramite la crescita della produttività del sistema economico e dei necessari investimenti. L’accelerazione della digitalizzazione e della potenza della connettività sono un pre-requisito per l’adozione diffusa delle tecnologie knowledge-intensive in tutti i campi della produzione e dei consumi. L’indipendenza in campi quali cybersecurity, AI, tecnologie satellitari, Cloud, Big Data, IoT è possibile solo a fronte di elevate expertise digitali e di capacità di connettività decisamente superiore a quella attuale, in molti paesi europei e in particolar modo in Italia. Peraltro, anche se molto indietro come investimenti in IA, l’UE ha le tecnologie e l’expertise per accelerarne l’adozione su vasta scala da parte di imprese e consumatori. 

La Commissione Europea ha lanciato progetti in favore di digitalizzazione, connettività e IA ma occorre ampliare le risorse finanziarie a disposizione in quanto quelle finora approvate sono minime rispetto all’ampiezza e alla pervasività delle tecnologie da 12N° 16 dicembre-aprile2026 sviluppare. Gli investimenti in data center sono l’inevitabile corollario dello sviluppo della digitalizzazione (cybersecurity, Cloud, Big Data, IoT, ecc.), dell’IA e del (futuro) quantum computing. Questi impulsi positivi collaterali potrebbero rivelarsi molto significativi data la ulteriore necessità di forti investimenti nel settore energetico compatibili con la lotta al cambiamento climatico per far fronte all’enorme consumo di energia che essi richiedono insieme a un forte rinnovamento e potenziamento delle indispensabili infrastrutture energetiche. In particolare, esiste una grossa opportunità di investimenti in varie forme di energia elettrica non-climalteranti: fonti rinnovabili (FER), energia nucleare da fissione (in particolare gli Small Modular Reactors, SMR), e in prospettiva futuribile, la fusione nucleare. 

Anche lo sviluppo dell’idrogeno verde richiederebbe un incremento significativo della generazione elettrica da rinnovabile. La lotta al cambiamento climatico si presenta in Europa nella duplice veste di elemento di riduzione e di opportunità della crescita economica. Le FER continuano in molti aspetti del loro utilizzo a essere complessivamente più dispendiose di quelle fossili nell’intero ciclo di vita del prodotto ma il trend di riduzione dei costi delle FER è stato spettacolare negli ultimi anni e si prevede che potrà continuare. Dal lato dell’offerta, permangono criticità nell’accumulo dell’elettricità, nella CCS, Carbon Capture and Storage, nella inaffidabilità della fornitura continua e nella produzione di idrogeno su larga scala. 

Il nucleare con gli SMR consentirebbe una installazione relativamente rapida, pochi anni, di una tecnologia sicura, ma permangono resistenze politiche e dei cittadini. Inoltre, le infrastrutture energetiche in vari dei maggiori paesi europei appaiono insufficienti e obsolete, soprattutto per quel che riguarda l’interconnessione tra i paesi nonché la trasmissione e la distribuzione locale dell’energia elettrica. Dal lato dell’utilizzo a fini di trasporto e per usi residenziali molto resta da fare in termini di punti di ricarica per auto, l’Italia è un esempio di sottovalutazione del problema, TPL, trasporto pubblico locale, elettrificazione degli usi domestici e miglioramento delle smart grid. Gli investimenti nella modernizzazione della rete sono stimati in circa 70 miliardi di euro all’anno fino al 2030, con un fabbisogno totale di quasi 600 miliardi di euro nel prossimo decennio. La digitalizzazione, gli investimenti e gli aggiornamenti normativi sono elementi chiave per promuovere le reti intelligenti in tutti gli Stati Membri. 

Le spese per la difesa costituiscono un ulteriore elemento che potrebbe dare un impulso alla crescita. L’impulso alla crescita del Pil proveniente da un incremento di queste spese non sarà decisivo, anche perché richiederà in pressoché ogni paese delle manovre correttive per mantenere in equilibrio conti pubblici già in difficoltà per gli effetti delle crisi degli ultimi anni. Non va però sottovalutato l’impulso alla ricerca, alla diffusione di nuove tecnologie “dual use” e delle relative competenze storicamente collegato alle spese finalizzate alla difesa. 

Le tecnologie digitali, di IA e satellitari hanno trasformato le strategie e le armi di difesa in strumenti sempre più complessi. La collaborazione tra paesi europei su questi temi è un prerequisito per la sicurezza e l’autonomia decisionale dell’Unione, visto l’altissimo tasso di duplicazione, e dunque inefficienza della spesa, tuttora esistente. Gli investimenti in cybersecurity, tecnologie satellitari, con il rafforzamento e l’accelerazione di IRIS2, droni, dove l’expertise accumulata dall’Ucraina rappresenta una opportunità da sviluppare, sono a loro volta ingenti. 

In sintesi, gli investimenti richiesti in tempi relativamente brevi per cogliere le opportunità descritte e per far fronte alla lotta al cambiamento climatico sono colossali e richiedono uno sforzo sia degli investimenti privati che di quelli pubblici. Il punto critico da risolvere è uno degli elementi della stagnazione secolare: la capacità del sistema finanziario di orientare verso investimenti 13N° 16 dicembre-aprile2026 produttivi l’altrettanto colossale liquidità/ risparmio presente nel sistema economico europeo e globale. Da qui deriva la necessità di muoversi rapidamente verso l’Unione Europea dei Capitali. 

Infine, i fattori positivi sopra elencati si poggiano su un cruciale minimo comun denominatore: una diffusione elevata delle competenze, per raggiungere la quale occorre un significativo investimento in Ricerca ed Innovazione, in particolare nelle materie STEM. Questo tema è comune a pressoché tutti i paesi europei ma appare particolarmente rilevante per l’Italia. Il nostro paese necessita di investimenti in Ricerca e Innovazione decisamente superiori a quelli della media europea. L’apertura di nuovi istituti di ricerca in aree specifiche, ad esempio sul modello dell’IIT, consentirebbe, a costi contenuti, di limitare la fuga di cervelli che ci caratterizza da alcuni anni e di attrarre competenze elevate dall’estero.

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