Al 31 dicembre 2024 la popolazione residente è pari a 58,9 milioni di persone, con una diminuzione di circa 27 mila unità rispetto all’anno precedente. Il lieve calo è dovuto da una dinamica naturale negativa (numero di decessi supera le nascite) che viene compensato in gran parte da un saldo migratorio positivo.
Un calo contenuto in termini aggregati, ma che nasconde dinamiche profondamente diverse a livello regionale. Nel Mezzogiorno tutte le regioni registrano una contrazione della popolazione, con il valore più elevato in Basilicata (-6,1 per mille). Anche il Centro mostra un saldo negativo, con l’Umbria che tocca il minimo (-1,9 per mille), mentre nel Nord la popolazione cresce quasi ovunque, fatta eccezione per Valle d’Aosta e Friuli-Venezia Giulia.
Piramide dell’età
La piramide dell’età rappresentata dalla figura 1 mostra chiaramente come la componente anziana prevalga: la moda infatti è rappresentata dalla fascia d’età 55-59 anni, seguita dalla fascia tra i 50 e i 54 anni. Istat inoltre rileva come confrontando la numerosità degli individui di 65 anni con i bambini sotto i 6 anni emerge come per ogni bambino ci siano 6 anziani, rimarcando sempre di più il fenomeno dell’invecchiamento. L’indice di vecchiaia[1] nel 2024 è stato pari al 208%, mentre nel 2011 era pari al 149%.
Popolazione straniera residente in Italia
Nel 2024 la popolazione straniera residente in Italia è pari a 5,37 milioni di persone, circa il 9% del totale. La componente principale è di origine europea (45%), seguita da quella asiatica (23,7%) e africana (23,3%).
Nonostante l’aumento della popolazione straniera, il loro contributo non è sufficiente a compensare il calo della popolazione autoctona né a invertire il processo di invecchiamento complessivo. Nel 2024 il saldo migratorio è risultato positivo per 262.680 unità (451.583 immigrati a fronte di 188.903 emigrati), ma tale contributo non è stato in grado di compensare il saldo naturale, pari a -283.165 unità.
Inoltre, sebbene la popolazione straniera presenti mediamente livelli di fecondità più elevati rispetto a quella autoctona, l’evidenza mostra che tale differenziale tende a ridursi nel tempo, fino a convergere verso i comportamenti riproduttivi dei nativi nelle generazioni successive.
Di conseguenza, pur rappresentando un fattore di attenuazione del declino demografico, l’immigrazione non è in grado, da sola, di invertire il processo di riduzione e invecchiamento della popolazione.
Speranza di vita e mortalità
Cala il tasso di mortalità e aumenta l’aspettativa di vita: nel 2024 i decessi registrati sono stati 653.109, in diminuzione dal 2022 e di poco superiore al periodo pre-pandemia (nel 2019 erano 634.000). L’aspettativa di vita invece aumenta sia per gli uomini che per le donne di 6 mesi, arrivando a 81,1 per i primi e 85,4 per le donne toccando un nuovo massimo storico e mostrando una crescita costante dopo il crollo avvenuto nel 2020 a causa della pandemia. La speranza di vita è più alta nel nord rispetto alle regioni del mezzogiorno: nel 2024 nel Nord-est si attesta a 82,3 anni per gli uomini e 86,2 anni per le donne mentre nel Nord-ovest è pari a 82,0 e 85,9 anni per uomini e donne, nel Sud la speranza di vita degli uomini è pari a 80,5 anni e per le donne è pari a 84,8 nel Sud.
Tasso di natalità
Infine, la figura 3 mostra come il tasso di natalità medio in Italia nel 2024 si attesti all’1,18 raggiungendo un nuovo minimo storico che era del 1995 (1,19). Il persistente calo della fecondità in tutte le macroaree conferma che il declino demografico italiano sia un fenomeno strutturale.
I dati del Censimento 2024 restituiscono l’immagine di un Paese che invecchia, si riduce lentamente e si polarizza territorialmente. Il calo della natalità, l’aumento della speranza di vita e l’insufficiente contributo della popolazione straniera nel compensare il declino demografico delineano una dinamica strutturale, non congiunturale.
In questo contesto, il tema demografico non può essere affrontato come una questione esclusivamente sociale o culturale, ma come una variabile centrale per la sostenibilità del sistema economico, del mercato del lavoro e del welfare. Senza un’inversione di tendenza, il rischio è quello di un Paese sempre più anziano, con una base produttiva ridotta e crescenti squilibri territoriali.




