La Settimana Economica | n. 29/2025

La settimana si chiude con Donald Trump nuovamente al centro del dibattito economico e politico, tra tensioni interne e nuove misure commerciali. A dominare è l’incertezza, sia sul piano istituzionale sia su quello macroeconomico.

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L’annuncio dell’introduzione di dazi del 30% su tutte le importazioni da Unione Europea e Messico a partire dal 1º agosto (analizzati nel dettaglio qui) ha riaperto il confronto tra protezionismo e crescita globale. Gli effetti sull’economia restano oggetto di dibattito, ma i primi segnali di trasmissione sui prezzi iniziano a emergere: l’inflazione negli Stati Uniti è tornata ad accelerare leggermente a giugno, sostenuta dai rincari su beni importati.

Nel frattempo, lo scontro sull’indipendenza della Federal Reserve si intensifica. Trump lancia nuove critiche al presidente Jerome Powell, senza però chiarire se intenda rimuoverlo. Il clima di tensione ha spinto anche Jamie Dimon (JPMorgan) a intervenire pubblicamente in difesa dell’autonomia della banca centrale, sottolineandone il ruolo cruciale per la stabilità dei mercati globali.

Con la crescita che tiene e i mercati in bilico, la combinazione di pressioni politiche, instabilità tariffaria e segnali inflazionistici mantiene alta l’attenzione degli investitori, lasciando presagire un’estate intensa.

INDICATORI MACROECONOMICI CHIAVE

Inflazione
Italia: +1,7%, dal precedente +1,6%
Eurozona: +2% dal precedente +1,9%.
Inghilterra: +3,6% dal precedente +3,4%
Stati Uniti: +2,7% dal precedente +2,4%

Disoccupazione
Italia: +6,5% dal precedente +6,1%
Eurozona: +6,3% dal precedente +6,2%
Inghilterra: +4,6% dal precedente +4,4%
Stati Uniti: +4,1% dal precedente +4,2%

Tassi d'interesse: 
Eurozona: 2,15%
Stati Uniti: 4,25 - 4,5%
Inghilterra: 4,25%
 

PIL: Q1 2025: 
Italia: +0,3%
Eurozona: +0,6%
Inghilterra: +0,7%
Stati Uniti: -0,5%
 

EUR/USD: 1,16251, -0,56% questa settimana, +12,26% da inizio anno 
DXY: 98462, +0,95% questa settimana, -9,87% da inizio anno

MERCATI FINANZIARI 

FTSE MIB: 40311,99, +0,58% questa settimana, +17,27% da inizio anno
STOXX 600: 547,01 punti, +0,50% questa settimana, +7,80% da inizio anno 
DAX: 24289,51, +1,90% questa settimana, +23,07% da inizio anno 
IBEX: 13988,99,  +1,05% questa settimana, +21,01% da inizio anno 
CAC: 7822,68, +1,10% questa settimana, +6,53% da inizio anno 
NASDAQ: 20895,66, +1,51% questa settimana, +8,38% da inizio anno 
SP 500: 6296,78, +0,59% questa settimana, +7,30% da inizio anno 
US10Y: 4,42%, +0,3 punti base questa settimana, -15 punti base da inizio anno 
US02Y: 3,87%, +0,1 punti base questa settimana, -34,3 punti base da inizio anno 
US10Y-US02Y: 0,55%, +0,2 punti base questa settimana, +19,3 punti base da inizio anno
IT10Y: 3,56%, -4,4 punti base questa settimana, +4,3 punti base da inizio anno 
SPREAD: 88,60 punti base, -3,3 punti base questa settimana, -28,50 punti base da inizio anno 
VIX: 16,40, +0,06% questa settimana, -8,48% da inizio anno
BTC: $118232, -0,76% questa settimana, +25,26% da inizio anno 

FOCUS DELLA SETTIMANA

TARIFFE ED EFFETTI 

Tariffe Usa al 30 % per Europa e Messico
Gli Stati Uniti imporranno una tariffa del 30% su tutte le merci provenienti dall’Unione Europea e dal Messico a partire dal 1º agosto, come annunciato dal presidente Donald Trump in lettere indirizzate ai leader di entrambi i partner commerciali. Nelle comunicazioni ufficiali, Trump ha dichiarato di essere disposto a riconsiderare l’entità delle tariffe qualora l’UE garantisse agli Stati Uniti un accesso pieno e libero al proprio mercato, senza dazi, e se il Messico dovesse intensificare gli sforzi contro i cartelli della droga, accusati dal presidente di voler trasformare “tutto il Nord America in un parco giochi del narcotraffico”.

Sul piano commerciale, il Messico è attualmente il principale partner bilaterale degli Stati Uniti, ma in termini aggregati il blocco UE a 27 rappresenta un partner ancora più rilevante, soprattutto considerando che la sua politica commerciale è gestita in modo centralizzato da Bruxelles. Nel 2024, gli Stati Uniti hanno importato dall’UE circa 606 miliardi di dollari in beni, a fronte di 370 miliardi di dollari di esportazioni.

Il peso dell’interscambio con l’Europa nell’economia statunitense è significativo: secondo i dati della BEA, il commercio con l’UE ha rappresentato nel 2024 il 4,9% circa del PIL statunitense, a fronte del 2,2%, relativo alla Cina. Nonostante il consistente deficit commerciale di beni con l’Unione Europea — pari a 235,6 miliardi di dollari — il saldo si riduce a 161 miliardi se si includono i servizi, sottolineando comunque l’ampiezza dello squilibrio e l’importanza strategica del partner europeo per l’economia americana.


La risposta europea
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato che l’Unione Europea è pronta a proseguire il dialogo con gli Stati Uniti nel tentativo di raggiungere un accordo entro il 1º agosto, ribadendo che una soluzione negoziata resta la priorità per Bruxelles.

Tuttavia, l’UE ha già predisposto una serie di misure di ritorsione tariffaria da attivare nel caso in cui le trattative non portassero a un’intesa soddisfacente. Gli Stati membri hanno infatti approvato un primo pacchetto di dazi che colpirebbe 21 miliardi di euro di importazioni statunitensi, pari a circa 25 miliardi di dollari, sebbene queste misure siano finora rimaste congelate in attesa degli sviluppi negoziali.

A fianco di queste contromisure, l’Unione ha anche elaborato una proposta più ampia, che potrebbe estendersi fino a 95 miliardi di euro di beni statunitensi, anche se il relativo pacchetto non è stato ancora formalmente finalizzato. Resta quindi sul tavolo l’opzione di una risposta proporzionata, qualora Washington decidesse di procedere con l’introduzione delle nuove tariffe dal primo agosto.
 

Rallentamento Economico
Tariffe statunitensi significativamente più elevate sulle importazioni provenienti dall’Unione Europea rischierebbero di indebolire ulteriormente una crescita già fragile nella zona euro, e potrebbero indurre la Banca Centrale Europea a intervenire con un allentamento dei costi di finanziamento.

Secondo le stime, in uno scenario con dazi al 30%, l’economia dell’area euro crescerebbe appena dello 0,5% nel 2025 e dello 0,7% nel 2026. Si tratta di un ritmo nettamente inferiore rispetto alle proiezioni attuali, che indicano una crescita rispettivamente dello 0,9% e dell’1,1% in caso di mantenimento delle tariffe statunitensi al livello precedente del 10%.


Effetti 
Non esiste ancora un vero consenso sull’impatto complessivo della guerra commerciale avviata dagli Stati Uniti: resta incerto se i danni maggiori ricadano sull’economia americana o sui Paesi colpiti dalle misure protezionistiche. Tuttavia, nei mercati valutari, il dollaro si è finora distinto come l’unico vero perdente, mentre le reazioni più marcate si sono registrate sul fronte obbligazionario, con i rendimenti dei titoli di Stato a lungo termine — in particolare quelli tedeschi e statunitensi — saliti ai massimi da mesi. Questo movimento riflette i timori che uno scontro commerciale prolungato possa generare pressioni inflazionistiche, se non addirittura scenari stagflazionistici a livello globale.

Finora, l’effetto delle tariffe non è stato sufficiente a compromettere la traiettoria dell’economia americana, che ha mostrato una resistenza superiore alle attese, sia a Wall Street che a Washington. Secondo un sondaggio condotto dal Wall Street Journal, oggi gli economisti vedono un rischio di recessione inferiore rispetto a tre mesi fa.

Gli investitori sembrano essersi adattati alla capacità degli Stati Uniti di assorbire gli shock, prima durante la pandemia del 2020–21, poi durante la fase di rialzo dei tassi della Federal Reserve tra il 2022 e il 2023. Tuttavia, la pressione si sta ora concentrando su fattori interni, più difficili da monitorare e prevedere. I dati sull’inflazione di giugno, pubblicati martedì, sono risultati in linea con le attese, con un tasso annuo del 2,7%. Ma segnali di rialzo si registrano su beni importati chiave — come mobili e abbigliamento — suggerendo che le tariffe stiano iniziando a riversarsi sui prezzi al consumo. “Il rapporto di oggi mostra che le tariffe stanno iniziando a mordere”, ha osservato Omair Sharif, fondatore di Inflation Insights, in una nota ai clienti.

Anche il mercato del lavoro comincia a mostrare segnali di cedimento. Sebbene i dati relativi alla forza lavoro non autorizzata siano difficili da quantificare con precisione, la crescita occupazionale sembra rallentare nei settori che fanno ampio affidamento su lavoratori immigrati irregolari. La forza lavoro straniera si è ridotta significativamente da marzo, e i nuovi immigrati appaiono sempre più restii a partecipare all’indagine mensile condotta dal Dipartimento del Lavoro.

Intanto, dalla Casa Bianca arriva una linea difensiva: i funzionari dell’amministrazione contestano l’idea che gli importatori stiano semplicemente trasferendo il costo delle tariffe sui consumatori finali. Eppure, le preoccupazioni crescono anche al di là dell’Atlantico. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, in un’intervista rilasciata all’emittente ARD, ha avvertito che un dazio del 30% colpirebbe duramente il cuore dell’economia esportatrice tedesca. Gli Stati Uniti hanno superato la Cina lo scorso anno come principale partner commerciale della Germania, con un interscambio superiore ai 250 miliardi di euro in entrambe le direzioni. Ma le nuove barriere commerciali stanno già spostando i flussi globali: secondo i dati ufficiali diffusi lunedì, a giugno le esportazioni cinesi verso l’UE sono aumentate del 7,6% su base annua, mentre quelle verso gli Stati Uniti sono diminuite del 16%.

Le minacce tariffarie stanno già facendo tremare alcuni grandi nomi dell’industria europea. ASML Holding, gigante olandese delle apparecchiature per la produzione di semiconduttori, ha dichiarato di non poter più garantire una crescita per il 2026 a causa dell’elevata incertezza sul fronte commerciale. Il titolo ha perso terreno in modo significativo nella seduta di mercoledì ad Amsterdam.

 

Trump vs Powell: torna lo scontro sull’indipendenza monetaria 

Cosa accadrebbe ai mercati e all’economia globale senza una FED indipendente?
L’indipendenza della Federal Reserve è da tempo considerata uno degli elementi cardine della stabilità finanziaria globale. Negli ultimi decenni, la banca centrale statunitense ha svolto un ruolo cruciale nel contenere crisi sistemiche — dalla grande recessione del 2008 alla pandemia da Covid-19 — grazie alla sua capacità di agire in modo rapido e autorevole, al riparo dalle interferenze politiche. Secondo molti economisti, è proprio questa indipendenza decisionale a permettere alla Fed di intervenire con efficacia, adottando misure spesso impopolari ma necessarie per mantenere l’equilibrio macrofinanziario.

Tuttavia, questa autonomia è oggi nuovamente sotto pressione. Martedì, nel corso di un incontro alla Casa Bianca con esponenti del Partito Repubblicano, il presidente Trump ha lasciato intendere che potrebbe tentare di rimuovere il presidente della Fed Jerome Powell — un’ipotesi poi definita “altamente improbabile”, ma che ha intensificato le tensioni dopo mesi di critiche secondo cui la banca centrale avrebbe mantenuto i tassi troppo alti troppo a lungo.

Secondo Alan Blinder, ex vicepresidente della Fed e professore alla Princeton University, la necessità di un’istituzione monetaria indipendente risiede proprio nella divergenza strutturale tra priorità economiche e obiettivi politici: “I politici pensano quasi sempre che i tassi dovrebbero essere più bassi di quanto siano”. Una Fed soggetta all’influenza della Casa Bianca rischierebbe di perdere credibilità e di non poter più reagire con prontezza alle crisi future.

L’indebolimento dell’autonomia della Fed non rappresenterebbe solo un problema per l’economia statunitense, ma avrebbe implicazioni globali. In passato, quando i mercati internazionali hanno subito shock improvvisi — come durante la crisi del debito russo del 1998 — la Fed è intervenuta per stabilizzare il sistema. Oggi, un’istituzione percepita come politicizzata potrebbe non essere in grado di replicare quella funzione di “ancora” per i mercati finanziari mondiali.

Il timore, tra gli investitori, è che un cedimento della Fed alle pressioni della Casa Bianca venga interpretato come una perdita di indipendenza, innescando un disancoraggio delle aspettative di inflazione. Secondo Gregory Daco, capo economista di EY-Parthenon, un taglio dei tassi prematuro e non giustificato alimenterebbe proprio le pressioni inflazionistiche che la politica monetaria cerca solitamente di contenere. Le ripercussioni si rifletterebbero immediatamente sul mercato obbligazionario statunitense — che vale oltre 36 trilioni di dollari — destabilizzando i rendimenti e riducendo l’attrattività dei Treasury come bene rifugio.

Anche Jamie Dimon, CEO di JPMorgan Chase, ha espresso una posizione netta: “L’indipendenza della Fed è assolutamente fondamentale”. Durante una call con i media in occasione della pubblicazione degli utili, Dimon ha sottolineato come una Fed sotto pressione politica metterebbe a rischio i flussi di capitale internazionali, minando la fiducia nel dollaro e nei Treasury, che rappresentano le fondamenta dell’intero sistema finanziario globale.

Il rischio, secondo Benson Durham, responsabile globale della policy e dell’asset allocation per Piper Sandler, è che un tentativo di rimuovere Powell possa far schizzare i rendimenti dei Treasury decennali di 25–50 punti base in tempi brevissimi — una variazione considerevole per un mercato così liquido. Le azioni e le obbligazioni subirebbero probabilmente un ribasso significativo, soprattutto se il successore indicato da Trump fosse percepito come poco credibile o troppo allineato alla linea politica della Casa Bianca. Al contrario, un eventuale nuovo presidente della Fed che fosse ritenuto indipendente dai mercati potrebbe garantire maggiore stabilità, anche se la sua nomina arrivasse prima del previsto.

In definitiva, il rischio sistemico non è tanto legato a chi guida la Fed, quanto alla percezione di autonomia dell'istituzione stessa. In un mondo già esposto a tensioni geopolitiche, inflazione persistente e incertezza politica, l’indipendenza della banca centrale americana rimane un pilastro essenziale della fiducia globale nei mercati.
 

L’inflazione bussa di nuovo alle porte

USA: l’inflazione accelera, si rafforza l’impatto delle tariffe.
A giugno, l’inflazione negli Stati Uniti è salita al 2,7% annuo (dal 2,4% di maggio), mentre l’inflazione core ha raggiunto il 2,9%, in linea con le attese. Su base mensile, l’indice dei prezzi è cresciuto dello 0,3%, il dato più alto da gennaio. I prezzi dei beni importati, in particolare, iniziano a risentire delle nuove tariffe, con molte aziende che non hanno fatto scorte preventive. Secondo Samuel Tombs (Pantheon) “le tariffe stanno chiaramente spingendo l’inflazione”.

La Federal Reserve resta cauta. Il presidente Powell ha adottato un tono più flessibile su possibili tagli ai tassi, con l’ipotesi di una prima riduzione già a settembre, specie se l’occupazione dovesse rallentare. Tuttavia, l’incertezza legata alla politica commerciale resta elevata: Trump ha annunciato dazi al 30% su UE e Messico dal 1° agosto, e minacciato tariffe fino al 100% contro la Russia. Secondo Goldman Sachs, il 70% dei costi tariffari ricadrà sui consumatori, mentre aziende come Walmart e Ralph Lauren prevedono aumenti di prezzo.

Anche il cambio EUR/USD riflette l’incertezza: si prevede un apprezzamento dell’euro fino a 1,29, segno di un dollaro più debole sui mercati internazionali.
 

UK: inflazione sopra le attese, BOE in stallo
Nel Regno Unito, l’inflazione è salita al 3,6% a giugno (dal 3,4% di maggio), superando le previsioni. La dinamica è stata spinta dal caro carburanti, legato ai rincari petroliferi causati dal conflitto Israele–Iran. Tuttavia, l’inflazione nei servizi — componente core — è rimasta stabile, e il dato potrebbe ridimensionarsi nei prossimi mesi.

La BOE si trova ora di fronte a una decisione complessa: contenere l’inflazione senza aggravare la debolezza della crescita. Il PIL si è contratto per il secondo mese consecutivo a maggio, e il mercato del lavoro mostra segnali di raffreddamento. Il governatore Andrew Bailey ha evidenziato il fatto che l’aumento delle tasse sul lavoro sta spingendo alcune imprese a ridurre salari e occupazione, ma il processo di trasmissione dei tassi elevati è ancora in corso.
 

PROSPETTIVE

Guardando ai mesi a venire, il quadro economico globale si presenta segnato da un mix di resilienza inattesa e rischi latenti. Negli Stati Uniti, l’aggiornamento al rialzo delle previsioni di crescita per il 2025, unito alla riduzione della probabilità di recessione e a un mercato del lavoro ancora dinamico, rafforza l’idea di un’economia capace di assorbire, almeno nel breve termine, l’impatto delle politiche tariffarie introdotte dall’amministrazione Trump. Tuttavia, le prime evidenze di traslazione dei costi sui consumatori e l’aumento mensile dell’inflazione nel mese di giugno segnalano che le pressioni sui prezzi potrebbero intensificarsi nei prossimi trimestri.

L’evoluzione del contesto dipenderà in larga parte dalle decisioni di politica monetaria della Federal Reserve. La possibilità di un taglio dei tassi a settembre resta aperta, ma condizionata all’andamento dell’inflazione core e alla tenuta del mercato del lavoro. In questo senso, la crescente politicizzazione della Fed — alimentata dalle pressioni dirette del presidente Trump e dal dibattito interno sull’indipendenza dell’istituzione — rappresenta un fattore di vulnerabilità potenzialmente destabilizzante per i mercati.

Sul piano internazionale, l’introduzione di dazi al 30% su beni provenienti da Messico e Unione Europea, prevista dal 1º agosto, potrebbe avere effetti asimmetrici. L’economia dell’eurozona, già in rallentamento, rischia di subire un ulteriore indebolimento, tanto da rendere più probabile una risposta accomodante da parte della Banca Centrale Europea. Nel Regno Unito, il ritorno a una dinamica inflazionistica più marcata complica il quadro per la Bank of England, chiamata a bilanciare la necessità di contenere i prezzi con il rischio di aggravare la stagnazione economica.

Nei mercati finanziari, l’atteso indebolimento del dollaro — con previsioni di un apprezzamento dell’euro fino a quota 1,29 — potrebbe sostenere le esportazioni statunitensi ma allo stesso tempo alimentare nuove turbolenze sui flussi di capitale e sulla fiducia nel debito sovrano americano, specialmente in caso di ulteriori attacchi all’autonomia della Fed. In parallelo, l’aumento della volatilità legata all’incertezza geopolitica e fiscale continua a generare opportunità tattiche, soprattutto nel comparto azionario e bancario, dove la ricalibrazione dei portafogli ha già sostenuto i ricavi delle principali istituzioni finanziarie statunitensi.

Nel complesso, le prospettive per il secondo semestre del 2025 restano condizionate da un equilibrio delicato tra dinamica macroeconomica positiva, rischio inflazionistico, tensioni commerciali e stabilità istituzionale. In assenza di shock esogeni, l’economia americana potrebbe mantenere un ritmo moderato ma solido di crescita, fungendo da ancora per un sistema globale che resta esposto a numerose fragilità strutturali.

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La Settimana Economica

La rubrica settimanale a cura di Viktor Todorov che analizza le principali notizie economiche e l’andamento dei mercati finanziari.

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