La Settimana Economica | n. 28/2025

La seconda settimana di luglio si chiude nuovamente all’insegna di Donald Trump, le cui dichiarazioni hanno dominato la scena e orientato il dibattito economico e politico della settimana.

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Guerra dei Dazi: Trump ha annunciato dazi su oltre 180 Paesi: 35% sul Canada, 50% sul Brasile, 25% su Corea e Giappone, 55% sulla Cina. Ha minacciato un +10% sui Paesi BRICS, mentre l’UE rischia un incremento fino al 50% in assenza di accordi entro il 1° agosto. Si aggiungono dazi al 50% sul rame. Le ripercussioni sui mercati non si sono fatte attendere: forte volatilità su valute emergenti, calo dei listini auto e aumenti dei prezzi su materie prime.

Pause Strategiche: La Fed resta in attesa, con tassi fermi e occhi puntati sull’impatto inflattivo delle tariffe. La BCE, pur centrando il target del 2%, frena sull’allentamento. Anche la BoE osserva segnali di rallentamento con cautela. Le banche centrali sembrano convergere su un approccio “data-dependent”.

Ritorno della “Quota 90”: Lo spread BTP-Bund è sceso sotto i 90 punti base, ai minimi dal 2010. Una ritrovata fiducia nei conti pubblici italiani, unita al rialzo dei rendimenti tedeschi, ha rafforzato la posizione dell’Italia sui mercati. Si apre così una finestra di opportunità da non sprecare.

INDICATORI MACROECONOMICI CHIAVE

Inflazione:
Italia: +1,7%, dal precedente +1,6%
Eurozona: +2% dal precedente +1,9%.
Inghilterra: +3,4% dal precedente +3,5%
Stati Uniti: +2,4% dal precedente +2,3% 

Disoccupazione:
Italia: +6,5% dal precedente +6,1%
Eurozona: +6,3% dal precedente +6,2%
Inghilterra: +4,6% dal precedente +4,4%
Stati Uniti: +4,1% dal precedente +4,2% 

Tassi d'interesse:
Eurozona: 2,15%
Stati Uniti: 4,25 - 4,5%
Inghilterra: 4,25%

PIL: Q1 2025:
Italia: +0,3%
Eurozona: +0,6%
Inghilterra: +0,7%
Stati Uniti: -0,5%

EUR/USD: 1,16880, -0,70% questa settimana, +12,87% da inizio anno 
DXY: 97868, +1,14% questa settimana, -10,60% da inizio anno

MERCATI FINANZIARI

FTSE MIB: 40007,88, +1,15% questa settimana, +16,68% da inizio anno
STOXX 600: 547,35 punti, +2,02% questa settimana, +8,77% da inizio anno 
DAX: 24255,31, +2,07% questa settimana, +21,49% da inizio anno 
IBEX: 14009,19,-0,05% questa settimana, +20,58% da inizio anno 
CAC: 7829,30,+2,05% questa settimana, +6,49% da inizio anno 
NASDAQ: 20585,52, -0,08% questa settimana, +6,09% da inizio anno 
SP 500: 6259,74, -0,31% questa settimana, +6,04% da inizio anno 
US10Y: 4,42%, +7 punti base questa settimana, -15 punti base da inizio anno 
US02Y: 3,89%, +0,3 punti base questa settimana, -36,1 punti base da inizio anno 
US10Y-US02Y: 0,53%, +3,7 punti base questa settimana, +21,1 punti base da inizio anno
IT10Y: 3,47%, -3 punti base questa settimana, -0,7 punti base da inizio anno 
SPREAD: 91,90 punti base, +3,4 punti base questa settimana, -25,2 punti base da inizio anno 
VIX: 16,39, +0,12% questa settimana, -4,76% da inizio anno

FOCUS DELLA SETTIMANA

Trade wars: the return of the emperor 

Nelle ultime settimane, Donald Trump ha consolidato la sua posizione politica grazie a successi chiave come l’approvazione del “Megabill” fiscale e il ruolo nella tregua tra Iran e Israele. Forte di questo slancio, punta ora a rafforzare la sua agenda protezionista, rilanciando una serie di accordi commerciali rimasti incompiuti dal “Liberation Day” e che coinvolgono circa 180 Paesi, con l’obiettivo di ridurre il deficit commerciale e riaffermare il primato economico degli Stati Uniti.

Domenica sera ha minacciato nuovi dazi del 10% aggiuntivo per i Paesi che si avvicinano ai BRICS (definiti anti-americani), e martedì ha annunciato tariffe del 50% sul rame, spingendo i prezzi americani in rialzo del 17%. Nonostante l’entusiasmo dei sostenitori, l’amministrazione ha dovuto rinviare l’entrata in vigore delle tariffe al 1° agosto dopo il nervosismo dei mercati. Se applicate, le misure potrebbero costare 300 miliardi di dollari in tasse doganali, rappresentando di fatto un aumento fiscale con effetti potenzialmente recessivi.

Canada 
Gli Stati Uniti hanno annunciato una tariffa del 35% sulle importazioni dal Canada, in vigore dal 1° agosto. Il governo canadese, secondo l’ex governatore Carney, sta cercando un accordo con Washington per evitarne l’applicazione.

Il commercio con gli USA rappresenta circa il 20% del PIL canadese, e l’annuncio ha già avuto effetti negativi: aumento della disoccupazione al livello più alto degli ultimi nove anni (esclusa la pandemia), domanda interna in calo e indebolimento del dollaro canadese con successivo recupero parziale.

Nonostante i mercati ritengano ancora possibile che Trump ritiri o riveda la misura, alcuni analisti – come Karl Schamotta (Corpay) – avvertono che non è saggio dare per scontato un passo indietro.

Brasile 
Al Brasile tocca il 50% su tutte le merci importate, la tariffa più alta per ora, sempre a partire dal 1° agosto. 

Questo provvedimento colpirà un flusso commerciale di 92 miliardi di dollari annui. Nel 2024 l’ammontare importato dagli Stati Uniti è stato di 42,3 miliardi, registrando addirittura un surplus commerciale. Il provvedimento si prospetta come un atto autolesionistico economico di Trump poiché danneggia l’industria statunitense.

La notizia ha subito avuto impatto sui mercati: il real brasiliano ha perso oltre il 2% contro il dollaro nelle ore successive all’annuncio, segnalando una crescente incertezza sugli equilibri regionali.

Non va sottovalutato nemmeno il rischio geopolitico: il Brasile potrebbe reagire rafforzando le sue relazioni con Cina e altri paesi BRICS, allontanandosi dall’orbita americana proprio in un momento di crescente frammentazione globale.

Corea e Giappone: 
Lunedì Trump ha annunciato dazi del 25% su Giappone e Corea del Sud, alimentando nuove incertezze,  “Will he or won’t he?”, per l’economia statunitense e i partner commerciali.

Le auto giapponesi e sudcoreane già pagano un dazio del 25%. Le auto provenienti da questi due Paesi costituiscono circa un terzo delle importazioni automobilistiche, quindi si tratta di un aumento del 50% sulle tasse per circa il 15% del mercato automobilistico statunitense, supponendo che continuino a esportare negli USA. Lunedì le azioni di Honda e Toyota hanno subito forti perdite. Anche Ford e GM sono calate. Lo scorso anno gli Stati Uniti hanno importato beni per 148,4 miliardi di dollari dal Giappone e per 131,6 miliardi dalla Corea del Sud. Insieme rappresentano circa l’8,6% del totale delle importazioni statunitensi.

Guardando ai dati commerciali, è facile capire come i dazi di Trump comporteranno danni anche per le imprese e per i consumatori americani. Le importazioni dal Giappone includono 9,9 miliardi di dollari in macchinari industriali assortiti, 7,5 miliardi in preparati farmaceutici e 3,1 miliardi in apparecchiature mediche. La Corea del Sud ha esportato 8,5 miliardi in semiconduttori, 7,4 miliardi in accessori informatici e 3,2 miliardi in elettrodomestici.

Cina
L'amministrazione Trump ha per ora stabilito una tariffa del 55% sulle importazioni cinesi, un livello che riflette i tassi che esistevano prima che Trump entrasse in carica a gennaio. Ad aprile, il presidente, con le sue solite uscite, ha minacciato un tasso fino al 145% sulla Cina prima di abbassarlo al 30% a maggio per 90 giorni. Si è bloccato con quel tasso dopo che i due Paesi hanno raggiunto un accordo commerciale provvisorio a giugno. Tale tasso si aggiunge alle tariffe del 25% che erano in vigore prima del suo insediamento.

Il Regno Unito
Gli Stati Uniti hanno un rapporto commerciale abbastanza equilibrato con il Regno Unito e i due Paesi hanno raggiunto un accordo commerciale provvisorio che mantiene le tariffe al 10% per ora. L'accordo protegge anche temporaneamente il Regno Unito dalle tariffe del 50% sull'acciaio e sull'alluminio.

Unione Europea
Le nazioni dell'Unione Europea erano inizialmente soggette a una tariffa base del 10% e si preparavano a un possibile aumento fino al 50% in assenza di un accordo con l’amministrazione statunitense. Domenica, tramite un annuncio sul suo social network, Donald Trump ha imposto unilateralmente una tariffa del 30%. Le imprese europee che sceglieranno di produrre direttamente sul suolo americano potranno evitare l’imposizione dei dazi, beneficiando inoltre di procedure autorizzative semplificate.

La Casa Bianca chiede in cambio pieno accesso al mercato europeo, privo di dazi, e avverte che eventuali misure ritorsive da parte dell’UE comporteranno un aumento automatico dei dazi americani. Una strategia che, secondo l’amministrazione, risponde a motivazioni di interesse nazionale e sicurezza economica.

Altri
Nelle lettere, Trump afferma che fisserà il dazio sulla Tunisia al 25%, quello sulla Bosnia-Erzegovina al 30%, sull’Indonesia al 32%, su Bangladesh e Serbia al 35%, e su Cambogia e Thailandia al 36%, secondo i post pubblicati su Truth Social.

L’aliquota per il Myanmar sarà del 40% il 1° agosto, in calo rispetto al 44%, mentre quella per il Laos scenderà al 40% dal 48%. L’aliquota sul Kazakistan scenderà dal 27% al 25%.

La nuova aliquota sulla Malesia salirà al 25% rispetto al 24% annunciato ad aprile, proprio come quella sul Giappone, mentre il tasso sul Sudafrica rimarrà costante al 30%, così come quello sulla Corea del Sud al 25%.
 

Cosa ha mosso i mercati? 

Stati Uniti
La Fed ha lasciato i tassi nell’intervallo 4,25-4,5%, posizione acquisita a dicembre. Dati gli aumenti delle tariffe, che partiranno dal 1° agosto, Powell si riconferma attendista, apre le porte sia ad un taglio sia ad un’ulteriore pausa. 

Lo scenario che preoccupa il chair della banca centrale statunitense è il rischio di stagflazione guidata da una crescente inflazione “tariffaria” e una crescita lenta dell’economia.

Nuovo rischio alle porte: Supplementary Leverage Ratio (SLR).

La nuova riforma di Trump è stata approvata la settimana scorsa e come abbiamo visto porterà anche ad un aumento del deficit degli Stati Uniti. I mercati obbligazionari hanno reagito passando da quota 89 a 86 circa (stiamo parlando dell’ETF TLT, che replica i Treasury di lungo termine) riflettendo i timori degli investitori sull’effetto della tariffa e del conseguente deficit.

L’SLR è un regolamento, introdotto dopo la crisi finanziaria del 2008, che serve a limitare la leva finanziaria usata dalle banche. Ora l’amministrazione Trump vuole deregolamentare allentando i vincoli interni del regolamento. 

Secondo Goldman Sachs questa deregolamentazione potrebbe offrire una liquidità tra i 5500 e i 7200 miliardi di dollari ai bilanci delle banche, comportando maggiori acquisti di Treasury di lungo termine.

Da un lato l’aumento del deficit e dei prezzi porta ad aspettarci tassi di interesse alti oppure nessun taglio, dall’altro lato abbiamo un maggiore acquisto di titoli da parte della banche che funge come una sorta di Quantitative Easing privato trainando i rendimenti verso il basso. 

In sintesi, ci troviamo di fronte a un equilibrio delicato: la direzione futura dei tassi dipenderà da quale forza prevarrà tra il peso del deficit e la nuova capacità di assorbimento del sistema bancario.

Eurozona
La settimana dell’Eurozona si è conclusa con pochi dati economici e pochi appuntamenti importanti, possiamo solo osservare i dati sulla Bilancia commerciale di Germania e Francia.

La Germania registra un calo del -1,4% rispetto ad aprile delle Esportazioni contro il -2,1% della Francia, le importazioni invece sono calate maggiormente in Germania (-3,8%) rispetto alla Francia (-1,7%). La Bilancia commerciale della Germania rimane ad un surplus di 18,4 miliardi di euro, quella della Francia ad un deficit di -9,5 miliardi di euro.

L’inflazione nell’area euro ha centrato pienamente il target del 2%, ora allineata con i tassi di interesse, “non è il momento di abbassare i tassi di interesse” dice Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo della Banca Centrale.

Le previsioni della BCE riguardanti la stabilità dei prezzi sono rassicuranti anche per i successivi anni proiettando una inflazione stabile intorno al target prefissato. Quello che spaventa ora sono gli effetti incerti delle tariffe di Trump, che potrebbero portare ad un processo inflazionistico da un lato, e ad un rallentamento dell’economia dall’altro.

L’approccio di Lagarde e del comitato esecutivo sarà quello di osservare i dati e prendere decisioni in base a quelli, come la Federal Reserve. Approccio pacato e che tranquillizza gli investitori, che vedono un euro apprezzato rispetto al dollaro, fattore che sta garantendo maggiore stabilità e afflusso di capitali esteri.

In un contesto globale incerto, tra dazi, frammentazione e instabilità strutturale, la BCE si muove dunque con cautela, consapevole del fatto che il ritorno dell’inflazione al target non segna la fine del lavoro, ma solo una tappa cruciale.

Regno Unito
Settimana cruciale per il Regno Unito, con la pubblicazione mercoledì del Rapporto sulla Stabilità Finanziaria da parte della Bank of England, e una serie di dati macro previsti per venerdì, tra cui il PIL mensile, la produzione industriale di maggio e la bilancia commerciale.

A maggio, il PIL britannico si è contratto dello 0,1%, segnando il secondo mese consecutivo in negativo e deludendo le aspettative di una lieve crescita (+0,1%). Il calo è stato trainato principalmente da un settore industriale in difficoltà, con una produzione in discesa dello 0,9% a causa dell’incertezza legata alla politica commerciale. Nonostante un lieve recupero delle esportazioni verso gli Stati Uniti (+0,3 miliardi di sterline), l’impatto dei nuovi accordi resta modesto, e gli USA continuano a registrare un surplus commerciale nei confronti del Regno Unito.

Il Regno Unito affronta un quadro economico fragile: la sterlina forte penalizza le esportazioni, mentre il mercato del lavoro mostra segni di debolezza con un calo di 109.000 buste paga a maggio — il peggiore dal 2020. La domanda interna è sotto pressione e la spesa dei consumatori in rallentamento. In questo contesto, il governatore della BoE, Andrew Bailey, ha segnalato rischi geopolitici e fiscali crescenti, soprattutto legati all’aumento della spesa per la difesa, che potrebbe raggiungere il 5% del PIL.

Sul fronte della politica monetaria, gli investitori attendono un taglio dei tassi già ad agosto. Tuttavia, la Banca d’Inghilterra deve anche gestire il ridimensionamento del proprio portafoglio di titoli di Stato, accumulato con l’allentamento quantitativo. Dopo aver ridotto il portafoglio a 623 miliardi di sterline nei primi mesi del 2025, la BoE valuterà se proseguire su questa linea, tenendo conto dell’aumento dei rendimenti globali e dell’intensificarsi del fabbisogno di finanziamento pubblico.

In definitiva, la BoE si muove su un crinale delicato, tra la necessità di sostenere l’economia e l’obbligo di contenere i costi del debito. I dati macro in uscita questa settimana saranno decisivi per orientare le prossime mosse.
 

Spread sotto “quota 90”:

Per la prima volta dal 2010, lo spread tra BTP decennali italiani e Bund tedeschi è sceso sotto i 90 punti base, attestandosi a quota 87. Un traguardo simbolico, che segnala un netto miglioramento nella percezione del rischio sovrano italiano da parte degli investitori internazionali.

Sebbene i titoli italiani restino formalmente più esposti al rischio rispetto a quelli tedeschi, la riduzione dello spread indica che il premio richiesto dal mercato si sta assottigliando. Alla base di questo movimento ci sono due fattori: da un lato, il calo dei rendimenti sui BTP, alimentato da una crescente fiducia nei conti pubblici italiani; dall’altro, l’aumento dei rendimenti tedeschi, sostenuti dagli ambiziosi piani di spesa annunciati da Berlino.

Curiosamente, l’Italia oggi appare più disciplinata sul fronte fiscale rispetto alla Germania. Lo evidenzia anche Bloomberg, parlando di una “luna di miele” tra i mercati e il debito italiano: i BTP vengono acquistati con slancio, e i rendimenti sono in calo su tutta la curva. In alcuni casi — come per i titoli a due anni — risultano persino inferiori a quelli francesi, un’anomalia che non si vedeva da oltre vent’anni.

Le implicazioni pratiche sono rilevanti: un costo del debito più basso libera margini di bilancio, alleggerisce il peso degli interessi e apre spazi per investimenti pubblici o riduzioni fiscali. In un contesto globale ancora fragile, la ritrovata credibilità dell’Italia rappresenta un’opportunità preziosa da consolidare con politiche prudenti e riforme strutturali.


Prospettive

La prossima settimana sarà ricca di dati cruciali per i mercati. In Canada si attendono i dati sull’inflazione (CPI) sia su base mensile che annua, mentre negli Stati Uniti l’attenzione sarà rivolta alla pubblicazione del CPI e del core CPI mensili, seguiti giovedì 17 luglio dai dati sulle richieste di sussidi di disoccupazione (unemployment claims) e sulle vendite al dettaglio (retail sales).

Nel Regno Unito, mercoledì sarà una giornata chiave: verrà pubblicato il dato sull’inflazione annua (CPI YoY), accompagnato da un discorso del governatore della Bank of England, Andrew Bailey, che potrebbe offrire indicazioni sulla traiettoria futura della politica monetaria.

In questo contesto, i prossimi movimenti di mercato saranno fortemente influenzati dall’andamento di questi indicatori macroeconomici, soprattutto in vista dell’entrata in vigore (ancora incerta) delle nuove tariffe statunitensi prevista per il 1° agosto. Le principali banche centrali mantengono un atteggiamento prudente, mentre i mercati sembrano resistere alla retorica protezionistica di Trump, percependo le sue mosse come parte di una strategia negoziale più che come decisioni definitive.

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La rubrica settimanale a cura di Viktor Todorov che analizza le principali notizie economiche e l’andamento dei mercati finanziari.

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