L'incontro si è svolto con l'intento di costruire un dialogo ragionato su un tema delicato e complesso come il mercato del lavoro italiano, fornendo una panoramica sui problemi e le peculiarità che gli sono propri rispetto ai vicini europei e in generale ai Paesi OCSE. Si è cercato poi di contestualizzare questi fattori in relazione al referendum promosso da alcuni sindacati e dai principali partiti d'opposizione.
L'evento si è aperto con i saluti iniziali da parte del Sottoscritto; a seguire, Costantino De Blasi, in veste di moderatore, ha introdotto il tema presentando una serie di dati forniti da Istat che ritraggono l'attuale condizione del lavoro in Italia.
In questo contesto, è importante evidenziare che il tasso di occupazione ha raggiunto livelli record, così come la quota di contratti a tempo indeterminato. Al contrario, il part-time involontario è sceso ai minimi storici. Complessivamente, il quadro congiunturale appare favorevole. Dopo questa breve introduzione, il professor Lucifora ha preso la parola spiegando perché in questo paese esiste una sorta di “questione salariale”.
Il professore ricorda quello che è il dato più citato anche dai media italiani: la stagnazione decennale dei redditi reali e la loro successiva contrazione a seguito del ritorno dell'inflazione nel 2022. Tale metrica è solo in parte esplicativa del problema, poiché si limita ad aggregare diverse voci di sostentamento finanziario, oltre al lavoro.
I principali problemi del sistema economico italiano risiedono nel nanismo aziendale. Le imprese di piccole dimensioni sono quelle più diffuse nel Paese e sono caratterizzate da scarsa efficienza, a causa soprattutto della difficoltà a sfruttare le economie di scala e di accedere al mercato dei capitali al fine di investire in tecnologia. A tutto ciò, si aggiunge un quadro politico e regolamentare che scoraggia la managerializzazione e la concorrenza, rendendo difficile liberare risorse e facilitare l'accesso di possibili competitor.
In sostanza: un'impresa piccola e poco competitiva non è in grado di aumentare i salari dei propri dipendenti e nemmeno di premiare le posizioni a più alto valore aggiunto.
Al fenomeno latente della microimpresa, si accosta un carico fiscale estremamente elevato per i lavoratori dipendenti appartenenti alle fasce medio-alte della popolazione, i quali sono costretti a farsi carico dell'intero stato sociale.
Un sistema tributario che applica aliquote così elevate alle mansioni più qualificate, favorendo invece quelle meno produttive - come fa esattamente un provvedimento quale la Flat Tax - scoraggia la crescita salariale.
L'attuale manovra di bilancio non ha fatto progressi su questo fronte, anzi; e i vari condoni concessi negli ultimi anni avranno probabilmente come risultato l’incentivo all'evasione fiscale. In questo quadro si inserisce un altro importante fattore: il calo demografico, che renderà più difficile per le generazioni future sostenere il costo del welfare e del sistema pensionistico. Dall’altro lato, la domanda di lavoro da parte delle imprese sarà più alta in presenza di una riduzione dell’offerta di forza lavoro.
Sandro Brusco, successivamente, articola il discorso soffermandosi sull'importanza della produttività aggregata. In Italia esistono alcune aziende di medie e grandi dimensioni che investono e sfruttano le nuove tecnologie per competere all'interno dei mercati nazionali. Tuttavia, si tratta soltanto di pochissimi casi, messi sempre più a rischio da una burocrazia che scoraggia l'efficienza e la crescita in termini dimensionali.
Questi rari casi di aziende efficienti, per quanto virtuose, non sono in grado di incidere sulla produttività aggregata del Paese.
Quest’ultimo è un concetto di fondamentale importanza, poiché rappresenta il motore che permette agli stipendi a più bassa qualifica di crescere. Il professor Brusco cita, a titolo di esempio, la differenza di salario orario di chi si occupa del lavoro domestico tra Italia e Stati Uniti. In un contesto come quello americano, dove i salari degli occupati in impieghi ad alto valore aggiunto crescono grazie ad incrementi di produttività, accade che questi ultimi sono più propensi a pagare persone che si occupino di mansioni che toglierebbero loro tempo prezioso. In questo modo, si genera una maggior domanda e, chi offre questo tipo di lavoro, avrà più opportunità di scelta del miglior richiedente. Dunque, il risultato finale è una crescita delle retribuzioni delle mansioni meno specializzate: la presenza di aziende innovatrici ha un'esternalità positiva sul mercato del lavoro nel suo complesso.
Un altro problema sollevato da Sandro Brusco è la crisi della contrattazione collettiva di secondo livello in Italia. Nel modello di contrattazione attuale, il primo livello – quello nazionale dei CCNL – ha il compito di tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori contrattando sulla base del tasso di inflazione; il secondo livello – quello aziendale o territoriale – dovrebbe invece distribuire i guadagni di produttività, traducendoli in aumenti salariali. Tuttavia, in un contesto come quello italiano, dove la produttività è stagnante, non vi sono risorse da redistribuire. Questo rende il sistema nel suo complesso inefficace. A peggiorare il quadro, contribuisce anche la frequente mancata o ritardata firma dei rinnovi contrattuali da parte dei sindacati.
Successivamente, Claudio Lucifora espone il tema del salario minimo, strettamente collegato a quello della contrattazione collettiva. Si evidenzia come la sua possibile introduzione sia spesso discussa in termini troppo semplicistici. In economia, ogni forma di prezzo amministrato, quale sarebbe il salario minimo, comporta dei costi. Tuttavia, in uno scenario in cui i rinnovi contrattuali avvengono in ritardo e i meccanismi di contrattazione risultano inefficaci, il salario minimo potrebbe rappresentare un’alternativa più stabile per garantire una soglia salariale minima. È però fondamentale chiarire che il salario minimo non sarebbe la soluzione alla povertà lavorativa e ai bassi salari, problematiche che, come abbiamo spiegato prima, hanno cause più profonde.
Brusco aggiunge che andrebbero prese in considerazione le disparità regionali nel fissare il salario minimo, altrimenti esso risulterebbe uno strumento troppo grezzo per un’economia così eterogenea come quella italiana.
Altro tema toccato da Brusco è quello dell’indicizzazione salariale. Dal 1945 in Italia vigeva il meccanismo della “scala mobile”, che legava automaticamente l’andamento dei salari a quello dell’inflazione, con l’obiettivo di salvaguardare il potere d’acquisto dei lavoratori. All’epoca l’adeguamento variava in base alla categoria professionale, all’anzianità e al sesso del lavoratore. Poi, nel 1975, CGIL,CISL, UIL e Confindustria firmarono un accordo che uniformò il punto di contingenza, rendendo l’adeguamento uguale per tutti i lavoratori. Ciò ha contribuito alla spirale inflazione-salari, in un momento storico in cui l’Italia era il paese avanzato con il più alto tasso di inflazione.
Nonostante questi elementi, Sandro Brusco riconosce un aspetto positivo dell’indicizzazione salariale: quello di disincentivare i governi a perseguire aumenti di inflazione.
In conclusione alla conferenza è stato lasciato spazio alle domande del pubblico.
Tra i temi emersi, quello dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Si spiega come questo, nonostante avesse un’utilità nel mondo del lavoro del passato, oggi è fortemente inadeguato, in quanto produce una frattura dei lavoratori in due categorie: i protetti (o insiders) e i non protetti (anche detti outsiders). Gli insiders sono tutti coloro che godono dei diritti previsti dall’articolo 18: reintegro obbligatorio, ferie pagate, indennità per malattia, e così via. Gli outsiders sono invece quelli che non godono di alcun diritto e su cui si riversa tutta la precarietà, come risvolto di un mercato del lavoro estremamente rigido ed esclusivo. Un sistema in cui non c’è mobilità dei lavoratori verso i settori dell’economia più efficienti, perpetuando la spirale negativa tra bassa produttività e stagnazione salariale.
Brusco conclude osservando che, sebbene il Jobs Act abbia migliorato in parte la mobilità tra settori, esso non ha prodotto risultati significativi in termini di aumento della produttività.
