Per oltre 70 anni, lo sviluppo della Cina si è basato sull'autosufficienza e sul duro lavoro e mai sulle dispense degli altri. Perciò, la Cina non teme alcuna repressione ingiusta.
Le parole sopra riportate sono del presidente cinese Xi Jinping, promulgate proprio a ridosso dell’annuncio di dazi al 125% sulle merci americane. Dazi che arrivano in risposta all’ultima idea del presidente Trump, il quale non ha apprezzato la temerarietà di Pechino e ha innalzato le sue tariffe al 145%. Insomma, la Cina non ha paura di far vedere i muscoli e ha già precisato, non perdendo quella saggia aura propria della filosofia confuciana di cui è permeata, che non ha intenzione di cedere al bullismo di un solo attore – facendo riferimento al contesto del mondo multipolare che il presidente e guida spirituale del partito Mao già annunciava negli anni ‘50 a Bandung, Indonesia.
Il ministro delle finanze, Lan Fo’An, ha fatto sapere che qualora Washington avesse voglia di continuare il suo giochetto, quello dei dazi, il Dragone la ignorerà. Tuttavia, se dovesse invece violare gli interessi cinesi, ecco allora che la Cina contrattaccherà. Certo, le armi non sono quelle che i colleghi russi stanno usando in Ucraina, ma delle altre. La domanda sorge spontanea: la Cina ha queste altre armi? Per dirla alla Trump: che carte ha Xi?
I problemi ci sono
È innanzitutto bene chiarire che la guerra commerciale comporterà delle sofferenze per la Cina. A fronte dei dazi, Goldman Sachs ha stimato che il PIL cinese possa ridursi del 2,4%; allo stesso modo, la banca d’investimento ha fornito stime contenute sul fronte crescita, calcolandola in un 4% per l’anno corrente — cifra lontana dall’obiettivo del 5% che Pechino si era data. A questo è doveroso aggiungere alcune specifiche: l’economia cinese ha faticato a riprendersi dall’emergenza COVID-19. Gli ultimi mesi della pandemia hanno lasciato profonde cicatrici: i residenti di molte città hanno subito lockdown soffocanti, mentre centinaia di migliaia, se non milioni, di persone sono state gravemente ammalate o sono decedute, con stime ufficiali che riportano oltre 1,4 milioni di morti legate al virus entro il 2023, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). La tanto agognata ripresa economica, attesa dopo l’improvvisa revoca delle politiche zero-COVID alla fine del 2022, si è rapidamente dissolta, lasciando la seconda economia mondiale in una posizione precaria. Nel tentativo di rilanciare la crescita, Pechino ha investito enormi capitali nell’espansione della capacità produttiva, con nuovi impianti dedicati a veicoli elettrici, batterie al litio, attrezzature mediche, robotica e altri settori strategici. I dati dell’Ufficio Nazionale di Statistica cinese mostrano che gli investimenti in attivi fissi, come fabbriche e infrastrutture, sono cresciuti del 5,5% nel 2024, con un forte focus su energia verde e manifattura avanzata. Tuttavia, il consumo interno non è riuscito a tenere il passo, con la crescita delle vendite al dettaglio che si è attestata a un modesto 3,2% su base annua nel 2024, penalizzata dalla crisi del settore immobiliare e da un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 15%. Questo squilibrio tra offerta e domanda ha generato una grave deflazione ai cancelli delle fabbriche, con i prezzi alla produzione in calo per 24 mesi consecutivi fino a marzo 2025, secondo Bloomberg. Inoltre, l’indebitamento delle amministrazioni locali si aggiunge alla folta schiera dei problemi oramai cronicizzati. Siamo lontani, è vero, dal declino sistemico che alcuni analisti avevano preannunciato dopo la crisi di Evergrande, ma i vecchi problemi rimangono – e sono da sottolineare a matita rossa.
Resilienza
Il presidente Xi, parlando dei 70 anni di autosufficienza, sottolinea un aspetto importante: la Repubblica Popolare è nata sola e avversata da tutti e, salvo una breve storia d’amore con l’URSS di Stalin, ha continuato così fino al 2001, con l’entrata nella World Trade Organization (WTO). I cinesi sono stati forgiati da questa consapevolezza, che li ha colpiti in particolar modo durante le carestie del Grande Balzo in Avanti e le brutalità della Rivoluzione Culturale. Eppure, essi, con l’orgoglio di un mondo che esiste da 5000 anni, si sono sempre rialzati, sopportando pene che molti altri popoli non sarebbero stati capaci di fronteggiare.
Inoltre, Pechino ha mano a mano ridotto la sua dipendenza da Washington: secondo quanto riporta un foglio bianco pubblicato dal governo, l’export negli USA vale ad oggi il 14,8% delle esportazioni totali del paese – questi dati sono da leggere in confronto con quelli del passato; nel 2019, il valore era del 18,1%. Gli americani possiedono ancora qualche surplus commerciale, ma, complici i dazi di Trump, sembrano campi, come quello dei servizi, in cui il partito-stato cinese può arrivare e invertire la rotta.
“Se gli Stati Uniti vogliono davvero risolvere la questione attraverso il dialogo e il negoziato, dovrebbero smettere di esercitare pressioni estreme, smettere di minacciare e ricattare, e parlare con la Cina sulla base di uguaglianza, rispetto e mutuo beneficio.” ha detto Lin Jian, vice direttore generale del Dipartimento di Stampa, Comunicazione e Diplomazia Pubblica del Ministero degli Affari Esteri. Tali parole – Pechino lo sa – si inseriscono in un contesto di grandi critiche mosse a Trump anche dall’interno: il mondo del business è quasi in rivolta, mentre il popolo inizia ad intravedere gli svantaggi di una guerra commerciale con la Cina. I cinesi, invece, vedono l’ascesa del regime illiberale trumpiano quasi con scherno, chiedendosi persino se gli americani abbiano perso fiducia nel commercio e nella scienza: critiche che ogni cittadino statunitense non sopporterebbe di sentirsi rivolgere. In merito alla scienza, dunque, giungiamo a un altro tasto dolente per gli USA: le terre rare. La Cina possiede la più grande riserva di questi 17 elementi chimici, essenziali per la creazione di chip e tecnologie all’avanguardia. Serve a poco, dunque, la parziale esenzione concessa da The Donald lo scorso 12 aprile in merito ai microchip. Peraltro, l’amministrazione americana ha avviato un’indagine ai sensi della Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962 per valutare i rischi per la sicurezza nazionale legati all’importazione di semiconduttori, un passo che potrebbe portare a nuovi dazi.
Il popolo cinese ha inoltre adottato delle contromisure: si registrano delle preferenze per i brand locali e chiamate finalizzate al boicottaggio di merci e realtà americane ormai assorbite anche dalla società cinese, come Starbucks o KFC. Il patriottismo e l’orgoglio dei figli del dragone, è quindi una variabile da non sottovalutare. Han Wenxiu, Vice Direttore della Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme, il quale ha definito il consumo domestico insufficiente e ha annunciato “politiche macroeconomiche adeguate” da parte del governo. Non è da escludere, in aggiunta, una campagna di massa che sfrutti l’onda dell’indignazione, sulla scia di quelle spesso lanciate da Mao – a questo proposito, conosciamo la tendenza di Xi a proporsi come un nuovo, grande leader.
Insomma, la sfida è grande e il rischio di rimanere scottati c’è. Ma la Cina non può tirarsi indietro: mentre Xi, a differenza di Trump, sembra quasi investito di un potere spirituale non soggetto alla popolarità presso il popolo, il patto tra stato e gente comune, che si regge sulle promesse di prosperità e libertà personale, è messo alla prova dalla guerra commerciale. Tirarsi indietro non è contemplato, né è ammissibile il fallimento. I cinesi vogliono statura, rispetto, nonché la possibilità di riscattarsi completamente dal secolo delle umiliazioni. La sfida non è solo commerciale, bensì quasi esistenziale. Chiudiamo citando il tweet di Mao Ning, portavoce del ministro degli esteri: “Siamo cinesi. Non abbiamo paura delle provocazioni. Non ci tiriamo indietro”.
