Dualismo mente-corpo: cos’è e perché non è antiscientifico

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Storia e Filosofia

di Luca Olivieri,

Stavo ascoltando la seconda lezione del corso di psicologia tenuto nel 2007 da Paul Bloom all’università di Yale, caricato su uno dei canali YouTube della medesima università(1). La lezione è dedicata a presentare alcune delle caratteristiche generali del cervello e a spiegare come queste siano rilevanti per la ricerca psicologica. L’inizio della lezione, però, si occupa di una questione più fondamentale, quella che vede contrapposte, da un lato, una concezione secondo cui la vita mentale è nient’altro che l’attività del cervello e, dall’altro, una concezione che tiene distinti questi due aspetti.

In questa parte della lezione, Bloom presenta la seconda concezione, che chiama “dualismo”, come la concezione del “senso comune”: la concezione ordinaria del rapporto tra mente e cervello/corpo. Fa notare che il nostro linguaggio sembra presupporla quando parliamo del “nostro cervello” o del “nostro corpo”, come se fossero distinti da noi; cita il fatto che molti prodotti letterari e cinematografici ci hanno abituati all’idea della possibilità di trasferire la propria mente in un altro corpo; e fa ovviamente riferimento alla possibilità di una vita senza il corpo, dopo la morte, presente in molte culture. Il filosofo che più notoriamente ha difeso questa concezione, citato da Bloom e da chiunque presenti questo problema, è René Descartes, per noi Cartesio. La concezione opposta, quella per cui la mente è nient’altro che l’attività del cervello, viene invece presentata come “la concezione scientifica”. Bloom dichiara infatti che l’attuale consenso scientifico è che il dualismo sia errato e questo significa, come affermava il biologo e neuroscienziato Francis Crick, che secondo la scienza contemporanea non c’è nessun “tu” separabile o separato dal tuo corpo, e in particolare non c’è nessun “tu” separabile dal tuo cervello.
Questa immagine del rapporto tra dualismo e scienza l’ho ritrovata in molti altri contesti, accademici e non, presentata sia da scienziati che da filosofi. A volte è utilizzata per mostrare come la scienza possa giungere a falsificare una teoria filosofica; altre volte, come nel caso di Bloom, per illustrare un (presunto) progresso nella conoscenza che abbiamo della mente. Quello che cercherò di fare in questo breve saggio è far vedere che la tesi secondo cui il dualismo sarebbe stato falsificato dalla scienza contemporanea, in particolare ad opera delle neuroscienze, è errata. I motivi per cui è errata sono vari: poca precisione nel descrivere il dualismo; assunzioni non esplicite sui presupposti operativi delle ricerche neuroscientifiche; confusione tra tipi diversi di relazioni tra mente e cervello/corpo. Proverò a presentarli cercando di essere ordinato, ma potrebbe capitare che alcuni di questi errori siano mescolati insieme. In questo articolo non tenterò di sostenere la verità del dualismo, ma spero perlomeno di riuscire a far comprendere perché il cosiddetto “problema mente-corpo” non è stato affatto risolto dalle indagini empiriche.

 

 

Molti dualismi

 

Finora, come fa lo stesso Bloom e come fanno molti altri, ho parlato di “dualismo” al singolare. In realtà è sufficiente avere una conoscenza di base del dibattito contemporaneo in filosofia della mente per sapere che non c’è una sola tesi dualista: ce ne sono svariate. Cominciamo dunque specificando meglio queste tesi. Una prima distinzione importante è quella tra dualismo delle sostanze e dualismo delle proprietà. Quando si parla di dualismo mente-corpo, quasi tutti pensano anzitutto alla concezione cartesiana, in cui esistono due sostanze: la res cogitans e la res extensa, la mente e il corpo. Il termine “sostanza” in filosofia non è semplicemente un sinonimo di “cosa” (per quanto “res” sia tradotto, tipicamente, proprio così). Una sostanza, almeno da Aristotele in poi, è un’entità dotata di una certa unità e capace di persistere nel tempo subendo tutta una serie di cambiamenti. Persone, tavoli, alberi, cani, edifici, pianeti e molecole sono possibili esempi di sostanze. Le sostanze hanno delle caratteristiche (sono alte, di legno, mammiferi…) e le caratteristiche in filosofia sono dette proprietà. Le sostanze persistono, ossia mantengono la loro identità nel tempo, pur cambiando alcune delle loro proprietà. La distinzione tra sostanze e proprietà, almeno per quel che ci interessa qui, può quindi essere vista come la distinzione tra ciò che ha delle proprietà e le proprietà stesse. Dal punto di vista linguistico, questa differenza è solitamente espressa dalla differenza tra il soggetto e il predicato. Quando in filosofia si parla di dualismo delle sostanze ci si riferisce quindi alla tesi che le persone, entità come me e voi, sono distinte dai (ovvero non sono identiche ai) loro corpi (e parti dei loro corpi, come il cervello). Il dualismo delle proprietà è, invece, una tesi che distingue tra due tipi di proprietà: le proprietà mentali e le proprietà fisiche. Tra le proprietà fisiche si trovano le dimensioni, la massa, la velocità, la collocazione spaziale, la carica elettrica eccetera. Tra le proprietà mentali abbiamo le credenze, i desideri, le sensazioni, le emozioni, le intenzioni, le paure eccetera. Classicamente si è pensato che dualismo delle sostanze e dualismo delle proprietà dovessero essere congiunti, ma nella filosofia contemporanea generalmente si riconosce che non è necessariamente così. Molti filosofi oggi ritengono possibile sostenere che esista una sola sostanza (un solo tipo di sostanze), ma che esistano due categorie di proprietà, irriducibili l’una all’altra. Secondo loro, in altre parole, è possibile sostenere che una persona non sia distinta dal suo corpo, ma allo stesso tempo che alcune delle sue proprietà, le proprietà mentali, non siano riducibili alle sue proprietà fisiche. Ci sono vari modi in cui questa combinazione può essere intesa e tra poco ne presenterò un paio(2).

Prima di farlo, vorrei far notare che la distinzione tra dualismo delle sostanze e dualismo delle proprietà permette di evitare una possibile confusione, ossia quella di identificare una persona con la sua mente. In effetti, Cartesio è colpevole di aver alimentato questa confusione, dato che, almeno in un primo momento, sembra identificare la persona con la sua attività mentale (3). Ma, come poi lui stesso giungerà a sostenere, ci sono ottime ragioni per pensare che una persona non sia identica alla sua attività mentale, ad esempio perché è coinvolta in tutta una serie di cambiamenti che riguardano il suo corpo tanto quanto la sua mente (4). Quando si rifiuta il dualismo, allora, si deve chiarire se quello che si vuole dire è che l’attività mentale è identica all’attività cerebrale oppure che la persona è identica al suo corpo/cervello (o entrambe le cose). In linea di principio, come dicevo, è possibile negare la prima cosa pur mantenendo la seconda. Persone e menti non sono necessariamente la stessa cosa e, anzi, un dualista delle sostanze dovrebbe ben distinguere tra il soggetto degli stati mentali e gli stati mentali stessi. Il sostantivo “mente” non deve trarre in inganno facendo pensare a una sostanza. Sarebbe più appropriato, come preferisco fare, parlare di attività mentale o di stati mentali, che sono proprietà delle persone. Questo ha anche come conseguenza che la tesi citata sopra, secondo cui la scienza contemporanea avrebbe dimostrato che non c’è nessun “tu” separabile dal tuo corpo (dove presumibilmente questo “tu” si riferisce a una persona), è compatibile per lo meno col dualismo delle proprietà. E questo dovrebbe già iniziare a far capire che, se si fanno le adeguate distinzioni, non è chiaro che cosa la scienza dica sui dualismi.

Va detto, inoltre, che il dualismo delle sostanze cartesiano ha alcune caratteristiche che non sono definitorie del dualismo delle sostanze tout court (5). Quest’ultimo dice solo che le persone sono distinte dai loro corpi e dai loro cervelli (e da qualunque parte di essi), ma non dice che sono separabili da essi. Per comprendere questa idea, pensiamo al caso di una statua. Una statua è composta, ad esempio, da un certo pezzo di marmo. Certamente la statua non è separabile dal pezzo di marmo, o per lo meno da qualcosa di molto simile ad esso (ad esempio un pezzo di marmo con un grammo di materia in meno). Possiamo interpretare questa tesi plausibile come la tesi secondo cui nessuna statua di marmo potrebbe non essere fatta di marmo; o, il che è lo stesso, una statua di marmo non potrebbe esistere senza essere fatta di marmo. Se ci si pensa un attimo, tuttavia, ci sono ragioni per pensare che una statua di marmo non sia identica al pezzo di marmo che la compone, ad esempio perché il pezzo di marmo, quella porzione di materia, esisteva anche prima che la statua venisse prodotta. Nella filosofia contemporanea questo è un caso da manuale in cui due oggetti distinti, la statua e il pezzo di marmo che la compone, sono tali che uno dipende dall’altro per la sua esistenza e quindi il primo non può esistere senza il secondo (o qualcosa di molto simile ad esso (6)). Tornando al dualismo, Cartesio, almeno in un certo periodo, sosteneva due cose: che una persona è distinta dal suo corpo e che una persona può esistere senza avere un corpo. Ma se il rapporto tra persone e corpi è simile a quello che ho descritto tra statue e pezzi di marmo, allora la prima cosa può essere vera senza che sia vera la seconda; vale a dire che una persona potrebbe essere necessariamente dotata di un corpo ma essere comunque distinta da esso. Come si può capire, questa tesi ha come conseguenza che non ci sono persone disincarnate o anime immortali, o che perlomeno le persone umane non lo sono né potrebbero esserlo. Questa teoria ha vari nomi in letteratura. Alcuni la chiamano teoria della costituzione, altri dualismo delle sostanze non cartesiano (7). L’idea in ogni caso è che le persone sono distinte dai loro corpi ma non separabili da essi, o da qualcosa di simile. Alla luce di questa possibilità, non è nemmeno chiaro che la scienza contemporanea, nella misura in cui ha dimostrato che non c’è nessun “tu” separabile dal tuo corpo, sia incompatibile col dualismo delle sostanze, se esso è inteso nella sua forma non cartesiana.

 

Dualismo delle proprietà

 

Devo ora spiegare più nello specifico come può essere inteso il dualismo delle proprietà. Anzitutto, ricordiamo che esso prevede la distinzione tra due categorie o tipi irriducibili di proprietà, quelle mentali e quelle fisiche. Per essere più chiari, prendiamo un esempio di stato mentale: la credenza che Donald Trump è il presidente degli USA nel 2026. Naturalmente questa credenza può essere avuta, ed è di fatto avuta, da molte persone. Se il dualismo delle proprietà è falso, allora c’è un tipo di proprietà fisica, ad esempio un certo tipo di attività cerebrale, che è identico a questa credenza. Da questo segue che si ha la credenza che Donald Trump è il presidente degli USA nel 2026 se e solo se si ha quel tipo di attività cerebrale. Una cosa che molti filosofi hanno notato fin dalla metà del Novecento è che questa conseguenza è piuttosto implausibile. È implausibile, cioè, che per avere una certa credenza si debba avere uno specifico tipo di attività cerebrale, dato che i cervelli delle persone possono essere molto diversi in termini di attività cerebrali specifiche e, tuttavia, quelle persone possono condividere le stesse credenze (credenze dello stesso tipo). La cosa è ancora più implausibile se ammettiamo che anche entità non umane, come altri animali o intelligenze artificiali, possano avere credenze condivise con noi.

La teoria secondo cui esiste un solo tipo di proprietà, e dunque le proprietà mentali sono dello stesso tipo delle proprietà fisiche, è detta teoria dell’identità dei tipi. Questa teoria può essere rifiutata in almeno due modi. Anzitutto si può sostenere che i tipi di proprietà siano distinti, ma che ogni occorrenza di un certo tipo di proprietà mentale sia identica a un’occorrenza di qualche tipo di proprietà fisica. Per capire meglio cosa siano tipi e occorrenze, si pensi alle lettere in una parola. Della parola “acqua” possiamo chiederci quante vocali contenga in almeno due sensi diversi: possiamo dire che ne contiene 3 se contiamo quanti segni contiene la parola, ma possiamo dire che ne contiene 2 se contiamo i tipi di segni. La vocale “a”, considerata come tipo di lettera, occorre 2 volte. Analogamente, possiamo considerare la credenza che Donald Trump è il presidente degli USA nel 2026 come un tipo di credenza oppure possiamo considerare le sue occorrenze nelle diverse persone che hanno questa credenza. La teoria detta teoria dell’identità delle occorrenze sostiene che, sebbene il tipo di proprietà mentale di questa credenza non sia identico a nessun tipo di proprietà fisica, ogni sua occorrenza è identica a un’occorrenza di qualche tipo di proprietà fisica. In questo modo è possibile attribuire la stessa credenza (quanto al tipo) a due entità molto diverse fisicamente, perché il tipo di proprietà mentale non è identificato con uno specifico tipo di proprietà fisica. Tanto io quanto un cane, tanto un’intelligenza artificiale quanto un extraterrestre potremmo condividere alcune credenze dello stesso tipo, senza condividere anche lo stesso tipo di attività fisica in cui consistono le occorrenze di quel tipo di credenze.

Questa è chiaramente una teoria che mantiene l’idea che tutto ciò che avviene quando una persona pensa sia fisico; tuttavia ha importanti conseguenze riguardo a ciò che le neuroscienze possono dirci circa gli stati mentali. Se si accetta questa teoria, ad esempio, non è possibile identificare l’avere certi tipi di stati mentali, come credenze, desideri, emozioni, con l’attivarsi di certi circuiti neurali. Le neuroscienze, quindi, potrebbero sì studiare le specifiche occorrenze degli stati mentali nei vari tipi di entità, ma la natura degli stati mentali, il tipo di cose che essi sono, non sarebbe stabilita studiando cosa avviene nello specifico in quelle entità. Non si potrebbero ricavare generalizzazioni su cosa conti come una certa credenza o una certa emozione semplicemente osservando cosa avviene nei cervelli umani o in quelli degli animali non umani o in qualunque altra entità. Di solito, per questa ragione, i teorici dell’identità delle occorrenze associano alla loro teoria una tesi nota come funzionalismo. L’idea è che gli stati mentali siano identificati non attraverso la loro specifica realizzazione materiale, bensì attraverso le funzioni che svolgono, dove queste funzioni sono di solito intese come l’insieme delle connessioni causali che uno stato mentale ha con altri stati mentali e con altri stati fisici. Secondo il funzionalismo, un certo (tipo di) stato mentale di dolore, sebbene possa avere come occorrenze stati fisici di tipi diversi, svolgerà sempre una certa funzione, ovvero sarà inserito in una rete di connessioni che comprende, ad esempio, l’interazione con certi stimoli, l’attivazione di meccanismi di allerta, la fuga ecc. Poiché gli stati mentali sono identificati in questo modo, due entità molto diverse, ad esempio una a base di carbonio e una a base di silicio, potrebbero in linea di principio condividere tutti gli stati mentali, purché le funzioni che svolgono siano le medesime nei due casi. Se poi si accettano certe teorie sull’identità delle persone, ad esempio quelle secondo cui essa dipende dalla continuità psicologica, allora una persona potrebbe passare dall’avere un corpo e un cervello a base biologica ad avere un corpo e un cervello artificiali o addirittura due corpi (8). Questo è in effetti quello che, come notava Bloom, molte narrazioni fantascientifiche hanno rappresentato; e ciò mette in luce perché questa teoria sia considerabile un tipo di dualismo. Essa tuttavia non è incompatibile con quello che le neuroscienze possono dirci sugli stati mentali.

È poi possibile anche adottare un dualismo delle proprietà più radicale, in cui non solo i tipi ma anche le occorrenze degli stati mentali sono irriducibili a stati fisici (9). È questa idea incompatibile con quello che sappiamo dalle neuroscienze? Anzitutto dobbiamo ricordare quanto detto sopra, ossia che il dualismo delle proprietà non implica il dualismo delle sostanze. Questo ora dovrebbe essere piuttosto chiaro nel caso della teoria dell’identità delle occorrenze. Ma anche nel caso in cui le occorrenze degli stati mentali non fossero fisiche, è difficile pensare a una buona ragione per cui dovrebbe implicarlo. Infatti penso che, davanti a questa possibilità, molti non farebbero che chiedere: “Ma come fa un corpo ad avere proprietà non fisiche?”. E penso che la risposta a questa domanda sia semplicemente che gli oggetti fisici, come i corpi, hanno proprietà di vario genere: hanno certe dimensioni, una certa carica elettrica, una certa massa ecc. Queste sono tutte proprietà diverse, che corrispondono a occorrenze di tipi diversi negli oggetti che le hanno. Se poi ammettiamo, come chi rifiuta il dualismo delle sostanze, che le persone sono corpi, allora alcuni corpi hanno proprietà come essere cittadini, essere poveri, essere amici ecc. Queste proprietà sono chiaramente molto diverse dalle prime, ma non facciamo fatica ad attribuire anch’esse ai corpi, se pensiamo che quei corpi siano persone. Tutte le proprietà che ho nominato hanno occorrenze molto diverse tra loro, ma se tutte possono essere attribuite ai corpi, perché non potrebbero esserlo anche proprietà diverse dalle proprietà fisiche? Naturalmente questa domanda, come un po’ tutto questo dibattito, rimane poco chiara finché non si stabilisce che cosa significhi “fisico”. Il problema è che definire questa espressione si è rivelato estremamente arduo. Non si può certamente dire che è fisico tutto e solo ciò che è ammesso dalla fisica (o dalla scienza) attuale, perché questo impedirebbe per definizione che ulteriori possibili oggetti ammessi in futuro dalla fisica (o dalla scienza) siano fisici. Ma non si può nemmeno fare riferimento a una fisica (o a una scienza) ideale, perché non abbiamo idea di come sarebbe fatta e quindi di cosa conterebbe come fisico in quella fisica (o in quella scienza) (10). Per questa ragione, l’unica cosa che sembra si possa fare è fornire esempi di oggetti o, in questo caso, proprietà fisiche, come ho già fatto. Ma se non c’è nulla di più “profondo” nella nozione di essere fisico, allora non c’è nessuna ragione di escludere che una proprietà possa essere avuta da un corpo anche se non è fisica, ovvero anche se non rientra tra gli esempi che solitamente si danno di proprietà fisiche.

Anche se questo dovrebbe far capire che non c’è, in linea di principio, nulla di strano nell’idea che un corpo abbia proprietà non fisiche, rimane da chiedersi se questa idea sia compatibile con lo studio scientifico degli stati mentali. Infatti un’altra cosa che si può pensare è che quello che la psicologia e le neuroscienze ci dicono sugli stati mentali renda impossibile sostenere che essi non sono proprietà fisiche. Un modo in cui si può specificare questo problema è ben espresso da Bloom nella sua lezione: «We want to know [...] how children learn language, what we find attractive or unattractive, and what’s the basis for mental illness. And dualism simply says “it’s all nonphysical, it’s part of the ether” and hence fails to explain it». A proposito di questa citazione va anzitutto detto che l’espressione “it’s part of the ether” non va presa alla lettera. Per molti dualisti, credenze, desideri, sensazioni, eccetera, non si trovano in un mondo separato dal nostro né sono fatti di una “materia spirituale”. Sono proprietà delle persone, come l’altezza, la massa, l’essere cittadini o l’essere poveri. Piuttosto, quello che segue dal fatto che non sono proprietà fisiche è che non possiamo vederle o toccarle; la conoscenza che ne abbiamo ci è data in parte dall’introspezione e in parte da inferenze a partire dai loro effetti (11). In secondo luogo, non c’è ragione di pretendere che il dualismo spieghi fenomeni come quelli citati da Bloom. Il dualismo mente-corpo è una tesi riguardante l’identità tra attività mentale e attività fisica o tra persone e corpi e non si occupa affatto di spiegare come apprendiamo il linguaggio o che cosa troviamo attraente, esattamente come la tesi che gli esseri viventi si evolvono per selezione naturale non dice nulla né si occupa di spiegare le caratteristiche e i comportamenti di una determinata specie. Le spiegazioni di quei fenomeni saranno date dalla psicologia e dalle neuroscienze, così come lo studio di una determinata specie sarà opera di biologi specializzati in quello. Ovviamente è verosimile che, se il dualismo è vero, e in particolare se è vero il dualismo delle proprietà per come lo stiamo ora intendendo, lo studio di quei fenomeni comprenda lo studio di proprietà non fisiche (come lo studio di una specie comprenderà lo studio della sua evoluzione). Quindi la domanda da farsi è se psicologia e neuroscienze possano studiare proprietà non fisiche.

 

Relazioni tra mente e corpo

 

Per affrontare quest’ultima questione, notiamo che Bloom continua dicendo: «Dualists like Descartes struggled to explain how a physical body connects to an immaterial soul. What’s the conduit? How could this connection be made? After all, Descartes knew full well that there is such a connection. Your body obeys your commands. If you bang your toe or stub your toe you feel pain, if you drink alcohol it affects your reasoning, but he could only wave his hands as to how this physical thing in the world could connect to an immaterial mind». Questo è il famoso problema dell’interazione causale tra mente e corpo, tra stati mentali e stati fisici, laddove questi sono intesi come distinti. I fenomeni citati, tutto sommato piuttosto ovvi, sono spesso presi, sia da scienziati come Bloom che semplicemente da persone che riflettono sul problema, come forte evidenza contro il dualismo. Naturalmente essi non toccano il dualismo delle proprietà nella forma della teoria dell’identità delle occorrenze, dato che tali occorrenze sarebbero entità fisiche. Per quanto riguarda invece la forma più robusta di dualismo delle proprietà che stiamo considerando, ci sono molte cose da dire.

Anzitutto, già ai tempi di Cartesio esistevano soluzioni a questo problema che spiegavano eventi come quelli citati da Bloom non in termini causali, ma in termini di corrispondenza uno-a-uno. Secondo queste teorie, oggi raggruppate sotto il nome di parallelismo psicofisico, ad ogni evento mentale corrisponde un evento fisico distinto e causalmente non connesso con esso. Alla mia volontà di alzare un braccio corrisponde il braccio che si alza, mentre a una botta su un piede corrisponde un certo dolore, e così via. Questa teoria è ineccepibile dal punto di vista empirico, perché tutti i fenomeni di presunta interazione possono essere reinterpretati in questo modo, senza doversi porre il problema di come funzioni l’interazione, dato che non c’è. Il limite principale di questa forma di dualismo sta nel fatto che la corrispondenza risulta essere quello che in filosofia è chiamato un fatto bruto (“brute fact”), qualcosa di lasciato non spiegato. Si deve semplicemente accettare che esista questa corrispondenza e che non ci sia nessun fatto che possa spiegarla(12). 

Un’alternativa più in linea con l’impressione che in effetti ci sia un’interazione causale tra stati mentali e stati fisici dovrebbe partire dal chiedersi cosa dovremmo aspettarci da una connessione causale. È noto, ad esempio, che Cartesio, per ovviare al problema dell’interazione, avesse ipotizzato che l’anima (o mente) interagisse con il corpo attraverso una ghiandola presente nel cervello, quella che noi oggi chiamiamo ghiandola pineale o epifisi. Oggi sappiamo che questa ghiandola svolge principalmente un ruolo nella gestione del ritmo sonno-veglia. Quando si cita questa ipotesi di Cartesio, lo si fa spesso per deridere il suo dualismo, per difendere il quale il filosofo francese ha dovuto formulare un’ipotesi apparentemente tanto arbitraria e, in definitiva, errata per spiegare l’interazione tra mente e corpo. Ma se si cerca di capire il motivo per cui Cartesio fece questa ipotesi, si comprende sia che, dal punto di vista delle evidenze disponibili allora, non era affatto un’ipotesi assurda, sia, soprattutto, che il senso e la necessità di tale ipotesi derivavano non tanto dal suo dualismo quanto dalla sua concezione della causalità. Il modo in cui egli concepiva l’interazione causale è oggi spesso chiamato meccanicismo e consiste nell’idea che ogni connessione causale tra oggetti sia un urto, una pressione o uno sfregamento di qualche tipo (da cui la celebre teoria dei “vortici” per spiegare il moto dei pianeti senza l’azione a distanza(13)). Di conseguenza, se si doveva ammettere qualche interazione causale tra attività mentale ed eventi fisici, questa interazione doveva essere di questo genere. E infatti il motivo per cui Cartesio individua la ghiandola pineale come “sede dell’anima” è che essa è «situata nel mezzo della sostanza cerebrale e sospesa al di sopra del condotto attraverso il quale gli spiriti delle cavità anteriori entrano in comunicazione con quelli della cavità posteriore, in modo tale che i più piccoli movimenti che avvengono in essa possono cambiare molto il corso di questi spiriti, e reciprocamente i più piccoli cambiamenti che accadono nel corso degli spiriti possono fare molto per cambiare i movimenti di tale ghiandola (14)». La sua posizione e il fatto che sia un organo non duplicato permettono alla mente di agire sul corpo «per il tramite degli spiriti, dei nervi e dello stesso sangue il quale, partecipando alle impressioni degli spiriti, li può portare attraverso le arterie verso tutte le membra(15)». Quando parla di “spiriti” Cartesio non ha in mente qualcosa di immateriale; essi infatti «non sono che corpi, e non hanno altre proprietà se non di essere corpi piccolissimi e di muoversi molto velocemente, come le parti della fiamma che esce da una torcia; di modo che non si fermano in nessun luogo e, mano a mano che alcuni entrano nelle cavità del cervello, altri ne escono attraverso i pori della sostanza cerebrale; questi pori li immettono nei nervi, e da lì nei muscoli per mezzo dei quali muovono il corpo in tutti i diversi modi in cui può essere mosso(16)». Ne consegue che «la macchina del corpo è composta in maniera tale che, per il solo fatto che questa ghiandola è mossa in modi diversi dall’anima, o da qualsiasi altra causa vi possa essere, essa spinge gli spiriti che la circondano verso i pori del cervello che li conducono attraverso i nervi nei muscoli, e per mezzo di ciò essa fa loro muovere le membra(17)». Da tutto questo si comprende che per Cartesio la causalità, anche negli esseri umani, va intesa in termini “idraulici”, in termini di pompe, tubi e valvole e di ciò che vi passa attraverso. In altre parole, senza qualcosa che “tocchi” qualcos’altro non c’è connessione causale(18).

È plausibile sostenere che, se si intende la causalità in questo modo, risulti difficile dar senso all’idea che gli stati mentali, concepiti come oggetti non fisici, causino stati fisici o siano causati da essi. Come dicevo sopra, una caratteristica degli stati mentali, in quanto distinti dagli stati fisici, è che i primi, a differenza dei secondi, non possono essere visti o toccati. Ma è necessario intendere la causalità in modo che implichi che due cose causalmente interagenti si tocchino? Certamente né la storia della scienza né le analisi filosofiche del concetto di causa ci impongono di farlo. La concezione newtoniana di forza è stata ad esempio avversata dai cartesiani proprio perché introduceva la nozione di azione a distanza, senza che vi fosse bisogno di una catena di urti o sfregamenti (e dunque dei vortici). Fenomeni come l’elettromagnetismo o la gravità non paiono essere descritti adeguatamente in quei termini e le interazioni fisiche fondamentali, che oggi i fisici accettano, sono ben diverse dagli urti tra palline da biliardo o dallo scorrimento di liquidi. Se poi guardiamo alle opzioni teoriche di analisi della causalità, poco più di un secolo dopo Cartesio, David Hume formulò una celebre concezione della causalità in termini di regolarità di eventi simili tra loro, in cui una causa è definita come «un oggetto precedente e contiguo a un altro, per cui tutti gli oggetti simili al primo si trovano collocati in relazioni simili di precedenza e contiguità con gli oggetti che somigliano al secondo(19)». O ancora, in tempi più recenti, David Lewis ha sviluppato una concezione della causalità detta controfattuale, in base alla quale, semplificando molto, un evento ne causa un altro se e solo se, nel caso in cui il primo evento non si fosse verificato, nemmeno il secondo evento si sarebbe verificato(20). Queste teorie o loro varianti, così come molte altre presenti nel dibattito contemporaneo(21), non precludono in alcun modo interazioni causali tra eventi fisici ed eventi non fisici, perché non specificano che un oggetto debba toccarne un altro per interagire causalmente con esso. Il motivo per cui dovremmo abbandonare l’ipotesi della ghiandola pineale, prima ancora del fatto che è empiricamente infondata, è che la sua assunzione si basa sulla discutibile concezione cartesiana della causalità. Abbandonata quella, non c’è alcun ostacolo di principio all’interazione causale tra mente e corpo intesi come distinti; di conseguenza un dualista può perfettamente ammettere fenomeni piuttosto ovvi come quelli citati da Bloom.

Questo ha una conseguenza importante per lo studio dei fenomeni mentali. Il problema da cui sono partito è che il dualismo sarebbe implausibile se impedisse alla psicologia e alle neuroscienze di studiare tali fenomeni. Ma, come ho già accennato, anche per un dualista noi possiamo conoscere gli stati mentali, e in particolare possiamo farlo per introspezione, nel caso dei nostri, e per inferenza dai loro effetti fisici, nel caso di quelli altrui. Questa seconda modalità di conoscenza è ovviamente disponibile solo se gli stati mentali hanno effetti fisici(22). Quindi il fatto che non ci sia alcun ostacolo di principio nell’avere interazioni causali tra stati mentali e stati fisici permette, ad esempio, di ottenere conoscenza sull’attività mentale di una persona a partire dall’osservazione, mediante risonanza magnetica funzionale (fMRI), dell’attività del suo cervello. In questo contesto è peraltro importante sottolineare un aspetto spesso trascurato dello studio dei fenomeni mentali, ovvero il fatto che la conoscenza che ne otteniamo a partire dalla conoscenza dei loro effetti dipende dall’altro tipo di conoscenza che ne abbiamo, quella introspettiva o in prima persona. Infatti i neuroscienziati sanno che tipo di attività mentale è associata a una certa attività cerebrale solo perché sanno, ad esempio, che cosa si prova ad avere un certo dolore o un certo desiderio, o per lo meno qualcosa di simile. I report dell’attività mentale dei soggetti sperimentali e la capacità degli sperimentatori di avere conoscenza introspettiva sono aspetti cruciali della conoscenza degli stati mentali altrui; senza di essi ci ritroveremmo semplicemente con descrizioni di attività elettriche e biochimiche che non sapremmo in alcun modo ricondurre a determinate credenze, a determinati desideri, a determinate sensazioni, eccetera(23). Il motivo per cui sottolineo ciò è che i dualisti hanno sempre insistito sulla peculiarità della conoscenza in prima persona dei fenomeni mentali, un tipo di conoscenza che sembra precluso nel caso degli oggetti fisici. Gli oggetti fisici sono “a portata di tutti” esattamente nello stesso modo. I fenomeni mentali invece sono tali che chi li possiede ha una specie di accesso privilegiato (anche se, come i filosofi e gli scienziati contemporanei hanno indicato, non infallibile) ai propri stati mentali. Questa considerazione è implicitamente accettata dalla scienza contemporanea, proprio nella misura in cui uno scienziato non può fare a meno di affidarsi a questa conoscenza per ottenere informazioni sugli stati mentali altrui. Non solo dunque il dualismo non è incompatibile con lo studio scientifico della mente, ma è naturalmente integrato nei processi che ci permettono di mettere a frutto questo studio(24).

Vorrei concludere questo articolo dicendo qualcos’altro su quella che viene chiamata “interazione” tra mente e corpo. Finora infatti ho parlato di interazioni causali, perché sono quelle che spesso vengono citate e che lo stesso Bloom presenta come evidenza contro il dualismo. Ma si può pensare che ci siano anche altri generi di interazioni o, meglio, relazioni tra attività mentale ed eventi fisici. Tradizionalmente, come ho già accennato, al dualismo è stata associata la tesi che gli stati mentali o le persone possano esistere anche senza un corpo o, per dirla in modo più classico, che le persone abbiano anime immortali o siano esse stesse anime immortali. L’idea era che se una cosa non è identica a un oggetto fisico, allora è separabile da esso. Ho mostrato che questo non è il caso per le persone e i corpi se si adotta un dualismo delle sostanze non cartesiano, ma lo stesso discorso può essere fatto per il dualismo delle proprietà. È perfettamente possibile sostenere che, anche se l’attività mentale non è identica all’attività del cervello o ad altre attività fisiche, essa richieda una certa attività fisica, o per lo meno un certo supporto fisico, per poter avvenire. Per fare un’analogia con altre proprietà, così come per essere cittadini si deve essere organismi viventi (ed essere cittadini evidentemente non è la stessa cosa che essere organismi viventi), allo stesso modo per pensare devono essere in atto una serie di processi biologici (o simili), cessati i quali cessa anche l’attività mentale. Questo tipo di relazione, si noti, non è una relazione causale. Non è che essere organismi viventi causi l’essere cittadini. Piuttosto, non si può essere cittadini senza essere organismi viventi. Questa relazione, per cui un oggetto non può avere certe proprietà se non ne ha certe altre, o non può esistere se non ne esistono certi altri, è ciò che spesso i filosofi contemporanei chiamano dipendenza ontologica(25). E se uniamo la non identità alla dipendenza ontologica, ciò che otteniamo è una relazione che si può chiamare emergenza. Negli ultimi decenni si è parlato moltissimo di proprietà emergenti o fenomeni emergenti, ma confesso che ho sempre trovato poco chiare queste espressioni, specie quando non si tratta semplicemente di dire che ci sono cose che non riusciamo a studiare analizzandone solo le parti (quella che potremmo chiamare emergenza epistemica), ma si sostiene che ci sono “nuovi fenomeni” o che “gli interi non sono riducibili alle parti” (che potremmo chiamare emergenza metafisica). Non è chiaro come vadano intese queste nozioni di “novità” e “riducibilità”, e in filosofia c’è molto dibattito in proposito(26). In questa sede mi limito a dire che c’è almeno un senso piuttosto chiaro di emergenza, che è appunto la relazione tale che un oggetto A emerge da un oggetto B se e solo se A è distinto da B e A può esistere o avere certe proprietà solo se B (o qualcosa di simile) esiste o ha certe proprietà. Questa relazione, come mostrano gli esempi che ho fatto, può essere trovata in fenomeni molto diversi tra loro: statue e pezzi di marmo, essere cittadini ed essere organismi viventi, processi biologici e processi chimici, pensieri e soggetti di quei pensieri, eccetera. Se la relazione che c’è tra me e/o la mia attività mentale e il mio corpo è di questo tipo, allora non si tratta di nulla di esotico o specifico del rapporto mente-corpo. È solo un’altra delle relazioni tra due strati della realtà(27).

 

  1. Bloom, P. [YaleCourses] (2008, 30 settembre), 2. Foundations: This Is Your Brain [Video], YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=vg01Q1BI4WM
  2. È possibile combinare dualismo delle proprietà e negazione del dualismo delle sostanze anche per altri motivi, ad esempio perché si può sostenere, insieme al dualismo delle proprietà, che le persone non sono sostanze o, addirittura, che le persone non esistono affatto. Qui però non considererò queste opzioni. Un filosofo contemporaneo che le ha esplorate è Derek Parfit, ad esempio in Parfit, D. (1984), Reasons and Persons, Clarendon Press, Oxford.
  3. Si veda Descartes, R. (1641), Meditazioni di filosofia prima, in Opere 1637-1649, Bompiani, Milano, 2009, pp. 717-719.
  4. Si veda Descartes, R. (1970), Philosophical Letters, University of Minnesota Press, Minneapolis, pp. 137-143.
  5. In proposito si veda Chisholm, R. (1978), "Is There A Mind-Body Problem?", in Philosophic Exchange, 9(1), pp. 25-34.
  6. Si tenga presente, comunque, che è oggetto di dibattito se il caso della statua vada analizzato in questo modo. Per approfondimenti si veda Wasserman, R. (primavera 2026), "Material Constitution", in E. N. Zalta (a cura di), The Stanford Encyclopedia of Philosophy: https://plato.stanford.edu/entries/material-constitution/
  7. Per la verità, questi nomi non sono sempre associati alla stessa tesi, ma il nucleo teorico che qui ci interessa è il medesimo, perciò non serve operare questa ulteriore distinzione. Per due esponenti di queste teorie si vedano Baker, L. R. (2010), Persone e corpi. Un'alternativa al dualismo cartesiano e al riduzionismo animalista, Bruno Mondadori, Milano; Lowe, E. J. (1996), Subjects of Experience, Cambridge University Press, Cambridge.
  8. Il testo citato nella nota 2 contiene una difesa di questa posizione.
  9. Si noti però che se si sceglie di adottare un dualismo delle sostanze, cartesiano o non, questo tipo di dualismo delle proprietà risulta certamente molto plausibile.
  10. Questo problema è noto come "dilemma di Hempel", dal nome del filosofo Carl G. Hempel, anche se la sua formulazione esplicita è dovuta a Crane, T., Mellor, D. H. (1990), "There is No Question of Physicalism", in Mind, 99(394), pp. 185-206.
  11. Si noti che anche delle entità fisiche fondamentali abbiamo solo una conoscenza indiretta, per inferenza dai loro effetti.
  12. Alcuni filosofi, come Gottfried Leibniz, parlavano di "armonia prestabilita", una sorta di sincronia tra gli eventi frutto dell'intervento divino, per spiegare questa corrispondenza. Questa è però un'aggiunta non essenziale al parallelismo psicofisico.
  13. Si tenga presente che questo è solo uno dei sensi dell'espressione "meccanicismo", che nel corso della storia della filosofia e della scienza è stata usata per tesi molto differenti tra loro.
  14. Descartes, R. (1649), Le passioni dell'anima, in Opere 1637-1649, Bompiani, Milano, pp. 2361-2363.
  15. Ivi, p. 2365.
  16. Ivi, pp. 2341-2343.
  17. Ivi, p. 2365.
  18. Per una presentazione della teoria cartesiana del movimento negli animali e di alcuni sviluppi successivi,, si veda Cobb, M. (2002), "Exorcizing the animal spirits: Jan Swammerdam on nerve function", in Nat Rev Neurosci, 3, pp. 395-400.
  19. Hume, D. (1739-40), Trattato sulla natura umana, Milano, Bompiani, 2001, p. 351.
  20. Si veda Lewis, D. (1973), "Causation", in The Journal of Philosophy, 70(17), pp. 556-567.
  21. Per una panoramica delle teorie contemporanee della causalità si veda Campaner, R. (2012), La causalità tra filosofia e scienza, Bologna, Clueb.
  22. Motivo per cui è preclusa al parallelista, che però può comunque sfruttare la corrispondenza tra stati mentali e stati fisici per ottenere conoscenza sui primi.
  23. Si veda Gallagher, S., Zahavi, D. (2022), La mente fenomenologica. Filosofia della mente e scienze cognitive, Raffaello Cortina, Milano, pp. 35-43.
  24. Per ragioni simili, le neuroscienze non possono fare a meno della psicologia, né quest'ultima può fare a meno della cosiddetta "folk psychology", cioè di concetti come quelli di credenza, desiderio, sensazione, eccetera. Si veda in proposito Baker, L. R. (1987), Saving Belief. A Critique of Physicalism, Princeton University Press, Princeton.
  25. Si veda Tahko, T., Lowe, E. J. (estate 2025), "Ontological Dependence", in E. N. Zalta (a cura di), The Stanford Encyclopedia of Philosophy: https://plato.stanford.edu/archives/sum2025/entries/dependence-ontological/
  26. Per una panoramica si veda Onnis, E. (2021), Metafisica dell'emergenza, Rosenberg & Sellier, Torino.[cite: 11]
  27. Per un'introduzione alla filosofia della mente che affronta in modo ampio il tema del dualismo, oltre a molti altri temi, consiglio la lettura di Lowe, E. J. (2000), An Introduction to the Philosophy of Mind, Cambridge University Press, Cambridge. Per una raccolta di contributi contemporanei in difesa del dualismo, si veda Lavazza, A. (2008) (a cura di), L'uomo a due dimensioni. Il dualismo mente-corpo oggi, Mondadori, Milano.[cite: 11]

Tag: Mente • Corpo • Neuroscienze • Dualismo • Cartesio

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