La strettoia
Il concetto di strettoia deriva dalla teoria elaborata da Daron Acemoglu e James A. Robinson, premi Nobel per l'economia nel 2024 insieme a Simon Johnson per i loro studi sulle istituzioni. La teoria viene sviluppata nel libro "La strettoia. Come le nazioni possono essere libere".
L'idea consiste in un corridoio stretto, da cui il termine strettoia, all'interno del quale può svilupparsi una società libera. In ogni nazione esistono due poteri fondamentali: da una parte quello dello Stato, dall'altra quello della società. Se prevale il potere dello Stato, la nazione rischia di precipitare nel dispotismo di un Leviatano eccessivamente forte, nel quale un apparato burocratico e coercitivo esercita il proprio potere senza incontrare efficaci contrappesi. È il caso della Prussia militarizzata, della Cina imperiale e contemporanea e dell'Unione Sovietica, esempi storici nei quali lo Stato ha assunto una posizione dominante rispetto alla società, limitandone la capacità di influenzare e controllare il potere politico.
Se invece prevale il potere della società, impedendo allo Stato di sviluppare un'autorità efficace, si rischia di finire nel Leviatano assente, dove a regolare la vita delle persone non sono tanto le leggi quanto la cosiddetta gabbia delle norme sociali, come nel caso dei Tiv in Nigeria — un popolo di agricoltori della valle del Benue, tradizionalmente organizzato in gruppi di parentela senza un’autorità politica centralizzata —, uno degli esempi utilizzati dagli autori.
Una nazione libera nasce invece dall'equilibrio dinamico tra queste due forze: il Leviatano incatenato. Lo Stato rafforza la propria capacità di governare, mentre la società aumenta il proprio potere di influenza e controllo sulle istituzioni, impedendo allo Stato di esercitare un potere illimitato. Nessuno dei due può permettersi di fermarsi. È una corsa continua che gli autori chiamano effetto Regina Rossa, ispirandosi al personaggio di Lewis Carroll che deve correre per riuscire a restare nello stesso posto.
Ma come ottiene potere la società? Attraverso associazioni, sindacati, stampa libera e voto. Attraverso la partecipazione politica e il controllo delle istituzioni.
E anche manifestando e protestando.
Proteste al Sud
In questi giorni il Mezzogiorno è attraversato da numerose proteste contro il caro carburanti e l'aumento del costo della vita, soprattutto da parte di agricoltori e autotrasportatori. All'origine delle mobilitazioni c'è il rincaro dell'energia, aggravato dalla guerra in Iran. Uno shock in larga parte esogeno rispetto alle decisioni del governo italiano, che deve comunque affrontarne le conseguenze economiche e sociali. Il problema non riguarda soltanto il prezzo alla pompa: per chi lavora nei trasporti e nell'agricoltura, il carburante rappresenta un costo di produzione fondamentale. Un suo aumento comprime i margini delle imprese e rischia di trasferirsi sui prezzi finali, alimentando ulteriormente il caro vita.
Dalla Puglia alla Calabria, dalla Campania alla Sicilia, lavoratori e imprese hanno organizzato presidi, scioperi e manifestazioni. Come documentato da ANSA, in alcuni casi sono stati bloccati o rallentati accessi autostradali, con conseguenti disagi alla circolazione. Le proteste, pur causando difficoltà, si sono sviluppate prevalentemente senza gli episodi di violenza contro persone e strutture osservati altrove. Una scintilla sembra essersi riaccesa al Sud: categorie diverse hanno trovato un motivo comune per mobilitarsi e chiedere risposte alle istituzioni, esercitando quel potere della società descritto da Acemoglu e Robinson.
I cittadini esercitano un diritto garantito dall'articolo 17 della Costituzione, che tutela la libertà di riunirsi pacificamente e senz'armi, e cercano di trasformare un disagio economico in una richiesta politica. La mobilitazione ha attirato l'attenzione dei media e portato alla convocazione di un tavolo ministeriale con gli autotrasportatori. Resta però da capire se questa attenzione si tradurrà in risposte concrete. Il Sud ha chiesto ascolto, aiuto e solidarietà, senza fare della violenza il proprio strumento di protesta. Ed è proprio questa la caratteristica che merita attenzione.
Proteste al Nord
Al Nord è scoppiato un altro tipo di scintilla. Anzi, di scintille. Di quelle vere, però.
Le manifestazioni del 17 ottobre, in particolare a Milano, Torino e Bologna, hanno registrato violenti scontri tra alcuni gruppi di contestatori e le forze dell'ordine, con lanci di oggetti, danneggiamenti e interventi della polizia. I numeri descrivono la gravità della situazione: secondo il bilancio diffuso dal Dipartimento della Pubblica sicurezza e riportato da RaiNews il 18 ottobre, al termine delle manifestazioni del movimento Italia in piazza del 17 ottobre si contano 197 persone identificate e accompagnate negli uffici di polizia, 28 arresti e 43 denunce, oltre a 141 feriti tra le forze dell'ordine.
Le ragioni della mobilitazione sono molteplici: dal caro vita alle condizioni della scuola, dall'opposizione al governo Meloni al riarmo e ai conflitti internazionali. Alcune rivendicazioni coincidono con quelle del Sud, altre riflettono questioni politiche e sociali differenti. Ma ciò che distingue gli episodi più gravi è soprattutto la modalità di protesta. A Milano sono state danneggiate vetrine e attività commerciali, mentre a Bologna gruppi di contestatori hanno lanciato oggetti contro le forze dell'ordine. A Torino si sono registrati scontri e danneggiamenti, anche all'interno della libreria Feltrinelli presso la stazione di Porta Nuova.
È necessario fare una distinzione: migliaia di studenti e manifestanti hanno esercitato pacificamente un proprio diritto, mentre una minoranza ha scelto la violenza. Ma è proprio questa minoranza a finire per danneggiare le rivendicazioni di tutti gli altri. Manifestare contro il governo, il riarmo o le politiche economiche è legittimo; aggredire gli agenti, distruggere negozi e danneggiare beni pubblici e privati non lo è. La libertà di manifestare non concede un diritto alla violenza, né trasforma il dissenso politico in una giustificazione per la devastazione delle città.
Il danno maggiore, tuttavia, è politico prima ancora che materiale. Una minoranza violenta finisce per compromettere la credibilità di una mobilitazione molto più ampia, trasformando una protesta collettiva in un problema di ordine pubblico. Chi scende pacificamente in piazza per denunciare il caro vita, chiedere maggiori risorse alla scuola o contestare le scelte del governo vede le proprie rivendicazioni oscurate dalle immagini degli scontri. Nel frattempo, i danneggiamenti e gli interventi straordinari delle forze dell'ordine generano ulteriori costi per la collettività. Il risultato è paradossale: le telecamere arrivano, i politici intervengono e il dibattito nazionale si accende, ma le ragioni della protesta finiscono in secondo piano.
I risultati
Due piazze, modalità differenti e una stessa richiesta di fondo: essere ascoltati.
Il paradosso è servito: la protesta pacifica rischia di ottenere meno attenzione di quella violenta, mentre quest'ultima conquista le telecamere proprio attraverso i disordini che produce. Ma visibilità e risultati non sono necessariamente la stessa cosa. Anzi, la ricerca suggerisce che il ricorso alla violenza possa rivelarsi controproducente.
Le politologhe Erica Chenoweth e Maria J. Stephan, nel loro studio Why Civil Resistance Works: The Strategic Logic of Nonviolent Conflict (2008), successivamente sviluppato nell'omonimo libro del 2011, hanno analizzato le grandi campagne di resistenza civile tra il 1900 e il 2006. I risultati mostrano che le campagne non violente hanno raggiunto i propri obiettivi più del doppio delle volte rispetto a quelle violente. La ricerca riguarda soprattutto campagne per il cambiamento di regime, l'autodeterminazione e la fine delle occupazioni, dunque non è direttamente sovrapponibile alle manifestazioni italiane. Tuttavia, dimostra come la nonviolenza possa favorire una partecipazione sociale più ampia e aumentare le probabilità di successo di un movimento.
Un risultato ancora più vicino alla nostra riflessione arriva da Omar Wasow. Nello studio Agenda Seeding: How 1960s Black Protests Moved Elites, Public Opinion and Voting (2020), pubblicato sull'American Political Science Review, Wasow ha analizzato l'impatto delle proteste per i diritti civili negli Stati Uniti degli anni Sessanta. Le mobilitazioni nonviolente, soprattutto quando represse, hanno contribuito a spostare l'attenzione dei media e dell'opinione pubblica verso i diritti civili. Le proteste violente, al contrario, hanno favorito un dibattito incentrato sull'ordine pubblico, contribuendo nel 1968 allo spostamento di una parte dell'elettorato bianco verso i repubblicani di Richard Nixon.
A questo punto sorge una domanda: le recenti mobilitazioni rappresentano un segnale dell'incanalamento dell'Italia nella strettoia?
Forse. Ma una società mobilitata non è necessariamente una società capace di difendere la libertà. Un esempio storico è rappresentato dalla Germania di Weimar, caratterizzata da una società civile attiva, ma profondamente frammentata e polarizzata. Come evidenziato da Sheri Berman nello studio Civil Society and the Collapse of the Weimar Republic (1997), l'associazionismo e la mobilitazione sociale non contribuirono necessariamente al consolidamento democratico: in un contesto di crisi economica e politica, le organizzazioni della società civile finirono anche per favorire la frammentazione e l'affermazione delle forze autoritarie. La partecipazione, quindi, non basta: conta come ci si mobilita e soprattutto quali obiettivi si perseguono.
Ma c'è un altro elemento fondamentale: l'altra metà della strettoia è lo Stato. Ogni episodio di violenza può offrire ulteriori argomenti a favore di un rafforzamento degli strumenti repressivi. Il decreto sicurezza del 2025, ad esempio, ha nuovamente introdotto sanzioni penali per alcune forme di blocco stradale realizzate con il proprio corpo. Una misura che solleva una questione delicata: fino a che punto può rafforzarsi il potere dello Stato senza comprimere eccessivamente quello della società?
Occorre distinguere tra manifestazioni pacifiche, disobbedienza civile e atti di violenza. Impedire temporaneamente la circolazione non equivale ad aggredire una persona o distruggere un negozio, anche quando una determinata condotta integra un illecito. Allo stesso modo, condannare gli scontri non significa delegittimare il diritto alla protesta. Uno Stato capace di garantire l'ordine pubblico è necessario, ma deve esserlo anche una società libera di contestarne le decisioni. Il problema nasce quando il rafforzamento dell'uno avviene a discapito delle libertà dell'altra.
Qualcosa, però, sembra essersi riacceso in Italia: la volontà di mobilitarsi collettivamente per rivendicare i propri interessi. Non è necessariamente una nuova frattura Nord-Sud, ma l'espressione di modalità differenti attraverso cui la società cerca di esercitare il proprio potere.
La vera domanda non è chi protesta di più, ma chi riesce a trasformare la protesta in un cambiamento concreto, senza compromettere le libertà che intende difendere. La forza della società non si misura dal numero di vetrine distrutte o dagli agenti feriti, ma dalla sua capacità di organizzarsi, influenzare le istituzioni e limitarne il potere.
È questa l'essenza del Leviatano incatenato. Non uno Stato debole e incapace di garantire l'ordine, né una società che pretende di imporsi attraverso la violenza, ma due poteri che si rafforzano e si controllano reciprocamente.
Resta dunque da capire se lo Stato saprà ascoltare chi protesta senza rompere nulla, oppure se continuerà a sentire soltanto chi fa più rumore.
Acemoglu, D., Robinson, J. A. (2020). La strettoia. Come le nazioni possono essere libere. Milano: il Saggiatore. Edizione originale: The Narrow Corridor: States, Societies, and the Fate of Liberty, New York: Penguin Press, 2019. Scheda dell'editore.
Chenoweth, E., Stephan, M. J. (2008). “Why Civil Resistance Works: The Strategic Logic of Nonviolent Conflict”. International Security, 33(1), 7–44. DOI: 10.1162/isec.2008.33.1.7.
Chenoweth, E., Stephan, M. J. (2011). Why Civil Resistance Works: The Strategic Logic of Nonviolent Conflict. New York: Columbia University Press. Scheda dell'editore.
Wasow, O. (2020). “Agenda Seeding: How 1960s Black Protests Moved Elites, Public Opinion and Voting”. American Political Science Review, 114(3), 638–659. DOI: 10.1017/S000305542000009X.
Berman, S. (1997). “Civil Society and the Collapse of the Weimar Republic”. World Politics, 49(3), 401–429. DOI: 10.1353/wp.1997.0008.
ANSA (16 ottobre 2026). “Protesta camionisti per caro carburante su A1 e A30, disagi anche in Calabria”.
RaiNews (ottobre 2026). “Il Sud bloccato dalla protesta degli autotrasportatori, il Governo convoca un tavolo”.
RaiNews (18 ottobre 2026). “Milano, nuove tensioni in zona Duomo: vetrine sfondate e negozi assaltati”.
Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 17, libertà di riunione. Senato della Repubblica.
Decreto-legge 11 aprile 2025, n. 48, articolo 14, convertito dalla legge 9 giugno 2025, n. 80. Disposizioni in materia di blocco stradale e ferroviario. Normattiva.


