AfD: un dilemma tedesco

Striscione a una manifestazione dell'Alternativa per la Germania (AfD) a Geretsried. Fonte:Wikimedia Commons

Estero

di Mario Trabalza,

Il partito tedesco Alternative für Deutschland (AfD) è di estrema destra? A tal punto da giustificarne addirittura la messa al bando? Oppure sarebbe politicamente più saggio che le altre forze politiche iniziassero a cercare un dialogo con l’AfD invece di osteggiarlo a oltranza? Il dilemma è di difficilissima soluzione. Aspettando una soluzione politica, intanto, la palla è passata ai tribunali e ci vorranno anni prima di arrivare a una conclusione.

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Partiamo dalla cronaca. Lo scorso 2 maggio dopo circa tre anni di indagini il partito AfD (Alternative für Deutschland) è stato definito un'organizzazione estremista di destra a livello nazionale dal Bundesamt für Verfassungsschutz (BfV)/(Ufficio federale per la protezione della Costituzione). 

Nancy Faeser (Spd), Ministra degli Interni del precedente governo (dal 7 maggio è in carica il Governo guidato dal Cancelliere Friedrich Merz), nel citare il rapporto lungo 1100 pagine, ha parlato dell’AfD come di una forza politica che ha finalità estremiste di destra e che discrimina i cittadini con passaporto tedesco provenienti da un contesto di migrazione e quelli di religione musulmana, entrambi trattati come cittadini tedeschi di seconda classe in violazione dell'articolo 1 della Costituzione, che garantisce la dignità umana. Innanzitutto è fondamentale precisare che il BfV non è un tribunale e che il suo rapporto non ha alcun valore giuridico e non innesca nessun automatismo per la messa al bando dell’AfD. La funzione di quest’organo alle dirette dipendenze del dicastero degli Interni è quella di osservare, documentare e valutare gli atteggiamenti e la retorica dei partiti allo scopo di segnalare la pericolosità degli stessi per il sistema democratico liberale. È ciò che è successo con l’AfD, di cui sono state raccolte le dichiarazioni estremiste dei leader rilasciate pubblicamente e quelle apparse sui social media, ma anche le conversazioni svoltesi dietro le quinte, carpite dagli informatori dei servizi segreti che hanno indagato sul partito. 

Il ricorso dell’AfD

Come annunciato, l’AfD è subito ricorso in giudizio presso il Tribunale amministrativo di Colonia, che è competente territorialmente, agendo parallelamente su due piani. Da una parte l’AfD ha presentato “una richiesta urgente” al Tribunale per velocizzare la procedura allo scopo di ottenere nel tempo più breve possibile la revoca dalla classificazione a “partito estremista di destra”. A questo punto lo stesso Tribunale ha dato tempo (almeno tre settimane) al BfV per presentare maggiori dettagli, necessari per poter decidere con maggiori elementi l’ammissibilità o meno della “richiesta urgente”. Contemporaneamente, visti i tempi lunghi dell’iter giudiziale, l’AfD ha altresì presentato un “ordine di sospensione” della classificazione di “estremismo di destra” per sospenderla appunto fino alla sentenza definitiva e ritornare quindi alla classificazione di “sospetto partito di estrema destra”. 

Il BfV si è però mosso autonomamente e ha deciso anticipatamente di sospendere la “certezza” ritornando così alla precedente classificazione dell’AfD, definito nel 2022 partito “sospetto di estremismo di destra”. Questa decisione del BfV non è l’ammissione di un errore da parte dello stesso, non riguarda il contenuto del rapporto e non muta il giudizio sull’AfD, ma è una prassi normale che non revoca ma sospende appunto la classificazione a “partito di estrema destra” fino al pronunciamento del Tribunale amministrativo. Quindi da ora, sino alle sentenze e a eventuale ricorso dell’AfD presso la Corte d’appello amministrativa di Münster, l’Alternative für Deutschland non potrà essere definito “partito di estrema destra”.

Questa sospensione, che i vertici dell’AfD hanno in modo propagandistico festeggiato come una mezza vittoria, non è affatto una vittoria, ma lo sottrae, momentaneamente, dall’attenzione dell’opinione pubblica e gli evita controlli più serrati e approfonditi da parte dei servizi segreti, come ad esempio le intercettazioni ambientali dei membri più influenti del partito che ci sarebbero invece state nel caso non ci fosse stata la sospensione.

La narrativa dell’AfD

Dinanzi alle accuse di estremismo di destra che si ripetono e si intensificano da anni, la reazione dell’AfD è sempre la stessa: il vittimismo. Anche stavolta dinanzi al nuovo rapporto del BfV i due leader Alice Weidel e Tino Chrupalla hanno parlato di “un duro colpo alla democrazia tedesca” e hanno criticato il BfV, contestandone l’imparzialità visto che è alle dipendenze del Ministero degli Interni e parlando di “giudizio politicamente motivato”. La narrazione è la seguente: i partiti tradizionali, ormai incapaci di rappresentare gli elettori, reagiscono all’ascesa dell’AfD demonizzandola e diffamandola. Senza alcun dubbio il ruolo di vittima ha dato i suoi frutti, portando il partito a diventare la seconda forza del paese alle ultime elezioni del 23 febbraio scorso e, secondo tutti i sondaggi che circolano a cadenza settimanale, ne ha rafforzato il consenso di 3-5 punti percentuali rispetto alle ultime elezioni, quando aveva raggiunto il 20,8% dei voti. In altre parole l’AfD, questa la narrativa, non è estremista ma viene classificato come tale dagli avversari politici per impaurire l’opinione pubblica che però non abbocca e lo vota soprattutto nei Länder dell’est della ex Germania comunista, dove l’AfD ha raggiunto percentuali intorno al 30%.

La Brandmauer

Matthias Quent, ricercatore sull'estremismo di destra e considerato tra i maggiori esperti in materia, non ha dubbi sulla natura eversiva del partito: “l'AfD è la più grande minaccia per la democrazia”. La percezione di avere a che fare con un soggetto politico estremista di destra, razzista, ultranazionalista, illiberale e antidemocratico è largamente diffusa. A tale minaccia la società civile e gli altri partiti hanno reagito innalzando la cosiddetta “Brandmauer”, il muro di fuoco per contenerlo chiudendo così qualsiasi possibilità di dialogo e di collaborazione a livello nazionale e regionale. Ma è veramente giustificato tale ostracismo? Non rischia invece di fare il gioco dell’AfD, che così può continuare ad approfittare dell’immagine di partito di massa voluto dal popolo, perseguitato dai partiti di un sistema diventato illiberale e antidemocratico? E si aggiunga, quanto a lungo si potrà sistematicamente escludere il maggiore partito d’opposizione dalla normale dialettica democratica?

Messa al bando o normalizzazione?

Questi interrogativi mettono le forze politiche di fronte a un dilemma. Insistere sulla linea dura e agire per attivare la procedura di messa al bando dell’AfD presso la Corte Costituzionale Federale o cercare di “normalizzarlo” dialogandoci? La prima strada è lunga, incerta e pericolosa per diverse ragioni. Innanzitutto l’avvio del procedimento, la cui iniziativa può essere promossa da Governo, Bundestag (Camera dei Deputati) e Bundesrat (Camera dei Länder) metterebbe l’AfD ancor più nel comodo ruolo di martire. Martire, che, se fallisse la messa al bando davanti alla Suprema Corte di Karlsruhe, finirebbe per rafforzare l’AfD, che si presenterebbe con le stimmate del perseguitato politico che ha infine trionfato sulle “ingiuste accuse”. Se invece venisse condannato, l’AfD attaccherebbe comunque la legittimità della Corte Costituzionale Federale, come ha già fatto in altre occasioni, accusandola di aver inflitto una condanna politica non motivata dai fatti. Inoltre, riuscire a mettere al bando un partito in Germania è estremamente difficile e complicato, visto il passato. L’esempio è quello del regime nazista che eliminò dalla competizione tutte le forze politiche concorrenti. Per evitare il ripetersi di un tale scenario i Costituenti hanno giustamente introdotto elevate garanzie e protezioni per tutelare l’integrità dei partiti. Per la messa al bando devono esserci quindi prove schiaccianti che attestino che il partito compie azioni concrete e violente tese a distruggere l’ordine costituzionale e democratico e che inoltre ne abbia la forza e le potenzialità. In altre parole, essere un partito dichiaratamente di estrema destra e voler distruggere l’ordine democratico non bastano per la messa al bando. Occorre che ne abbia anche la forza, i numeri, in altre parole le potenzialità. Nella storia della Repubblica Federale la messa al bando si è verificata negli Anni Cinquanta, solo in due occasioni: nei confronti del Partito Socialista del Reich (SRP), di orientamento nazista, e del Partito Comunista Stalinista di Germania (KPD).

Nessuna normalizzazione, almeno per ora

Mentre il dibattito sull’AfD prosegue e proseguirà per i prossimi anni i partiti in Parlamento hanno confermato la volontà di non collaborarvi. Il Bundestag appena insediato, infatti, lo scorso maggio ha eletto le presidenze delle diverse commissioni parlamentari. Non essendoci nessun obbligo costituzionale che prevede il diritto della maggiore forza d’opposizione a rivestire cariche istituzionali, gli altri partiti non hanno eletto i candidati alla presidenza delle commissioni proposti dall’AfD motivandone il rifiuto proprio con la natura antidemocratica del partito. La strada della normalizzazione è dunque pericolosa e piena di trappole. Il dilemma attanaglia maggiormente il centrodestra moderato (CDU/CSU), lo schieramento a cui l’AfD ha sottratto i voti. I leader dei due partiti gemelli, Friedrich Merz (CDU) e il bavarese Markus Söder (CSU), hanno ben chiaro e a ragione, che lo scopo ultimo dell’AfD è quello di distruggere il centrodestra moderato che ha fatto la storia della Repubblica Federale dal dopoguerra con politici del calibro di Konrad Adenauer, Helmut Kohl e Angela Merkel. La consegna è quindi non aprire la porta all’AfD, anche se più di un politico cristianodemocratico ha paventato la possibilità di iniziare a trattare l’AfD come un normale partito. Ad aprire il dibattito è stato qualche mese fa Jens Spahn, capogruppo parlamentare al Bundestag (CDU/CSU) che ha posto la questione AfD scatenando svariate reazioni, alcune favorevoli ma in maggioranza fortemente contrarie. A riconfermare il muro contro l’AfD dopo il giudizio del BfV e a stroncare l’apertura di Spahn è stato Markus Söder (CSU), Governatore della Baviera e Presidente dei cristianosociali, il quale ha sentenziato “Nessuna tolleranza per i nemici della democrazia”. 

Conclusioni

Tralasciando per un attimo l’AfD, nel dibattito politico tedesco, a esser sinceri, è mancata una seria, lucida e onesta autocritica da parte dei partiti sui motivi dell’ascesa dell’AfD. Qualche autocritica c’è stata in realtà, tra cui quella dello stesso neo-cancelliere Friedrich Merz, che in diverse occasioni ha chiamato in causa, pur senza nominarla, Angela Merkel in relazione alla sua politica sull’immigrazione troppo liberale che ha stravolto l’identità della CDU lasciando costernati molti elettori, che hanno così votato AfD. A condividere la tesi di Merz, e cioè che a far grande l’AfD sia stata soprattutto Angela Merkel, sono gli esponenti del partito gemello bavarese. Sul tema immigrazione la CSU aveva sfiorato la rottura con la Cancelliera dopo che il 4 settembre 2015 la Merkel aveva aperto le frontiere ai profughi provenienti dalla Siria. Se a destra un po’ di autocritica è stata almeno fatta, a sinistra invece si è completamente sottovalutato l’impatto del fenomeno migratorio sull’opinione pubblica. Stigmatizzare, sottovalutare o snobbare le istanze e i timori della popolazione, anche se si è trattato talvolta di reazioni e paure esagerate, è stato un errore fatale “frutto di arroganza e di ignoranza”, come ha sottolineato il politologo, Professor Werner Patzelt. Errore fatale che il neo-cancelliere Friedrich Merz sta cercando in tutti i modi di non ripetere visto che ha messo in cima alla lista della sua agenda politica la chiusura delle frontiere della Germania, iniziata dopo appena un giorno dopo il suo insediamento a Cancelliere dal ministro degli Interni Alexander Dobrindt (CSU).

Il Cancelliere e i suoi alleati socialdemocratici sanno benissimo che solo una drastica ed efficace riduzione del fenomeno migratorio potrà, forse, contenere l’ascesa dell’AfD. Gli interrogativi restano e accompagneranno la nuova coalizione di Governo Spd e CDU/CSU per i prossimi quattro anni. E a seguire, riuscirà un buon Governo a erodere voti all’AfD a tal punto da dimezzarne la forza parlamentare come si è proposto il neo-Cancelliere? Oppure, guardando l’evoluzione del partito repubblicano statunitense e delle destre populiste nel Vecchio Continente, siamo dinanzi a un cambiamento epocale delle destre tanto pericoloso quanto inarrestabile? La questione è complessa e solo il tempo ci darà la risposta. Una cosa è comunque certa: dell’AfD non ci si libererà così facilmente.

Tag: GermaniaAfDMerkelMerz

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