Negli Stati Uniti il quadro si fa più instabile. Sul piano geopolitico, Trump parla di possibile de-escalation, ma i fatti raccontano altro: Washington rafforza la presenza militare nel Golfo, l’Iran continua a colpire infrastrutture energetiche e il petrolio resta sopra i 119 dollari al barile, con lo Stretto di Hormuz ancora al centro del rischio globale. Questo contesto complica la posizione della Fed, che ha lasciato i tassi fermi attorno al 3,6% e continua a descrivere lo shock come in larga parte temporaneo, pur stimando inflazione al 2,9% a fine anno, core inflation al 2,8%, disoccupazione al 4,4% e crescita del PIL al 2,4%. Il mercato però dubita sempre più dei tagli nel 2026, anche perché attorno a Powell crescono tensioni politiche e dissensi interni. Intanto l’economia reale manda segnali misti: la manifattura di New York è tornata in contrazione e il settore immobiliare resta debole, con fiducia dei costruttori ancora sotto quota 50. Sullo sfondo restano anche i colloqui con la Cina, chiusi a Parigi con toni costruttivi ma ancora appesi all’incertezza energetica.
In Europa prevale una linea di attesa. BCE, Bank of England, Riksbank e SNB si orientano verso una pausa, frenate dall’incertezza legata alla guerra in Medio Oriente e dal rischio che il rincaro energetico produca insieme inflazione più alta e crescita più debole. Il continente resta però molto eterogeneo. Nel 2025 il PIL reale dell’UE è cresciuto dell’1,5%, ma con una Spagna a +2,8% e una Germania ferma a +0,2%, colpita dalla debolezza industriale, dalla concorrenza cinese e ora anche dal nuovo shock energetico. In Germania l’indice ZEW è crollato a -0,5, segnalando un forte deterioramento del sentiment. Nel Regno Unito la situazione è ancora più fragile: disoccupazione al 5,2%, salari al 3,8%e finanze pubbliche sotto pressione. Sul fronte commerciale, i rapporti con gli Stati Uniti restano profondi ma sbilanciati: gli scambi di beni hanno toccato 1,05 trilioni di dollari, mentre Bruxelles accelera anche sulla diversificazione, rilanciando l’accordo con l’Australia. In Svizzera, infine, convivono il rimbalzo dell’export di orologi e la necessità della banca centrale di contenere un franco troppo forte.
Nel resto del mondo il grande fattore destabilizzante resta il sistema energetico del Golfo. Da Kharg Island passa circa il 90% dell’export petrolifero iraniano, e gli attacchi contro South Pars, Asaluyeh e Ras Laffan hanno già spinto il Brent oltre 119 dollari e il gas europeo sopra 74 euro per MWh. In Asia le banche centrali reagiscono in modi diversi: la BoJ resta stretta tra petrolio, yen debole e crescita fragile, Taiwan ha alzato le stime d’inflazione all’1,80%, mentre l’Australia ha portato i tassi al 4,10%. La Cina parte da una base più solida, ma continua a dipendere da export e tecnologia mentre i consumi restano deboli. Il Canada vede ancora un’inflazione all’1,8%, ma il petrolio minaccia una nuova risalita dei prezzi. La Russia, invece, appare tra i pochi vincitori economici del conflitto, grazie al rialzo di petrolio e gas che rafforza entrate fiscali e profitti energetici.
INDICATORI MACROECONOMICI
Inflazione:
Italia: +1%, dal precedente +1,2% ⬇
Eurozona: +1,7% dal precedente +2,2%. ⬇
Inghilterra: +3,0% dal precedente +3,4% ⬇
Stati Uniti: +2,4% dal precedente +2,4%
Disoccupazione:
Italia: +5,7% dal precedente +5,8% ⬇
Eurozona: +6,3% dal precedente +6,4%⬇
Inghilterra: +5,2% dal precedente +5,2%
Stati Uniti: +4,3% dal precedente +4,4% ⬇
Tassi d'interesse:
Eurozona: 2,15%
Stati Uniti: 3,75-3,5%
Inghilterra: 3,75%
PIL: Q4 2025:
Italia: 0,1%
Eurozona: +0,3%
Inghilterra: +0,1%
Stati Uniti: +1,4%
MERCATI FINANZIARI
EUR/USD: 1,15708, +1,36% questa settimana, –1,45% da inizio anno
DXY: 99,69, +0,69% questa settimana, +1,43% da inizio anno
S&P 500: 6.506,49, –1,90% questa settimana, –5,40% da inizio anno
NASDAQ: 21.647,62, –2,07% questa settimana, –7,81% da inizio anno
FTSE MIB: 42.840,90, –3,33% questa settimana, –4,80% da inizio anno
STOXX 600: 595,85, –0,47% questa settimana, +0,62% da inizio anno
DAX: 23.447,29, –0,61% questa settimana, –4,26% da inizio anno
CAC 40: 7.911,53, –1,03% questa settimana, –2,92% da inizio anno
IBEX 35: 17.059,30, –0,09% questa settimana, –1,44% da inizio anno
US10Y: 4,38%, +10,1 bps questa settimana, 19 bps da inizio anno
US02Y: 3,73%, +17 bps questa settimana, +24,7 bps da inizio anno
US10Y – US02Y: 0,55%, –4 bps questa settimana, –9,3 bps da inizio anno
IT10Y: 3,80%, +16,5 bps questa settimana, +25,2 bps da inizio anno
Spread BTP–Bund: 91,34 bps, +10,380 bps questa settimana, 30,8 bps da inizio anno
BTC/USD: $70.628,00, –3,05% questa settimana, –19,30% da inizio anno
VIX: 26,77, –1,51% questa settimana, +80,27% da inizio anno
FOCUS DELLA SETTIMANA
STATI UNITI
Trump parla di possibile de-escalation, ma il Golfo resta sotto attacco e il petrolio sale ancora
Donald Trump ha evocato una possibile riduzione delle operazioni militari in Medio Oriente, ma sul terreno i segnali restano opposti: gli Stati Uniti stanno rafforzando la presenza militare nella regione mentre l’Iran continua a colpire infrastrutture energetiche nel Golfo. Il petrolio resta sopra i 119 dollari al barile, spinto dai timori su nuovi attacchi a siti strategici come Kharg Island, cruciale per l’export iraniano, e dallo stallo nello Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20% del commercio mondiale di greggio. Il messaggio dei mercati è chiaro: la guerra non sta rallentando e il rischio energetico globale resta altissimo.
Fed tra inflazione, guerra e tensioni politiche: i tagli del 2026 non sono più scontati
La Federal Reserve arriva a questo passaggio in un contesto molto più fragile. La guerra in Medio Oriente ha riacceso i timori su energia e commodity, complicando un quadro in cui l’inflazione americana aveva già smesso di migliorare con continuità. La Fed ha lasciato i tassi fermi attorno al 3,6% e continua a considerare lo shock come in larga parte temporaneo, con inflazione vista al 2,9% a fine anno, core inflation al 2,8%, disoccupazione al 4,4% e crescita del PIL al 2,4%. Ma il mercato guarda con crescente scetticismo all’ipotesi di un taglio nel 2026. A rendere tutto più delicato c’è anche il fronte politico: Powell non intende lasciare finché l’indagine del Dipartimento di Giustizia non sarà chiusa, mentre aumentano i dissensi interni tra i governatori nominati da Trump. Il rischio è che la Fed appaia meno compatta e più esposta a pressioni istituzionali.
Usa e Cina chiudono i colloqui di Parigi, ora il mercato guarda al vertice Trump-Xi
I colloqui economici tra Stati Uniti e Cina a Parigi si sono chiusi con toni definiti “molto buoni” dal segretario al Tesoro Scott Bessent, in vista del vertice tra Trump e Xi Jinping previsto tra il 31 marzo e 2 aprile a Pechino. Washington spinge per maggiori acquisti cinesi di aerei Boeing, carbone, petrolio e gas naturale, mentre Pechino si dice aperta anche su prodotti agricoli americani. Sul tavolo anche terre rare e nuovi canali di cooperazione commerciale. Resta però l’ombra geopolitica della guerra con l’Iran e della crisi nello Stretto di Hormuz, cruciale per l’energia cinese.
New York, manifattura in frenata a marzo ma resta fiducia sul semestre
L’attività manifatturiera nello Stato di New York è tornata in contrazione a marzo: l’indice della Fed di New York è sceso a -0,2 da 7,1 di febbraio, ben sotto le attese di 4,1. I nuovi ordini sono cresciuti solo moderatamente, mentre le spedizioni sono calate. Sul fronte prezzi, i costi degli input rallentano ma restano elevati. Il quadro di breve periodo si indebolisce, ma le imprese mantengono un tono più fiducioso sul semestre: l’indice sulle condizioni future è salito a 31,0 e i piani di investimento restano solidi.
Fiducia dei costruttori Usa in lieve risalita, ma accessibilità ancora sotto pressione
La fiducia dei costruttori di case negli Stati Uniti è salita appena a 38 in marzo da 37 in febbraio, restando però sotto la soglia di 50 che segnala un sentiment negativo. Il settore continua a fare i conti con costi elevati di terreni, lavoro e costruzione, mentre il 37% dei builder ha tagliato i prezzi e il 64% offre ancora incentivi di vendita. Il calo dei mutui trentennali al 6,05% ha aiutato, ma incertezza geopolitica e prezzi del petrolio restano ostacoli rilevanti.
EUROPA
Banche centrali europee in attesa, guerra e Hormuz congelano le scelte
Le principali banche centrali europee si avviano a lasciare i tassi invariati, frenate dall’incertezza legata alla guerra in Medio Oriente e alla chiusura dello Stretto di Hormuz. Per la BCE il rischio è una combinazione di crescita più debole e inflazione più alta, mentre la Bank of England, che prima del conflitto poteva tagliare al 3,5% dal 3,75%, ora appare orientata a una pausa. Anche Svezia e Svizzera dovrebbero restare ferme. Il messaggio comune è prudenza: nessuna banca centrale vuole impegnarsi su un sentiero dei tassi finché il quadro geopolitico resterà così instabile.
Spagna guida la crescita europea, Germania in coda tra i grandi Paesi
Nel 2025 il PIL reale dell’UE è cresciuto dell’1,5%, ma con forti divergenze nazionali. Tra le grandi economie, la Spagna ha registrato la performance migliore con +2,8%, davanti a Francia (+0,8%) e Italia (+0,5%), mentre la Germania si è fermata a +0,2%, penalizzata dal nuovo shock competitivo legato all’export cinese. Fuori scala l’Irlanda con +12,3%, dato però trainato soprattutto dalle multinazionali. La crescita spagnola riflette turismo, immigrazione e maggiore dinamica occupazionale, ma non si traduce automaticamente in più benessere individuale: la produttività resta debole e il PIL pro capite racconta una realtà meno brillante.
Usa-UE, commercio record ma l’intesa resta sbilanciata
Nel 2025 gli scambi di beni tra Stati Uniti e Unione Europea hanno toccato il record di 1,05 trilioni di dollari, segnale di un legame economico ancora molto forte nonostante le tensioni commerciali. I dazi americani hanno ridotto solo marginalmente il deficit Usa verso l’UE, sceso del 7% da 236 a 219 miliardi di dollari, mentre includendo i servizi il saldo negativo si restringe a circa 150 miliardi. Intanto Bruxelles si avvicina all’attuazione dell’accordo commerciale con Washington, con il voto favorevole della commissione commercio del Parlamento europeo all’azzeramento dei dazi europei. Resta però un’intesa politicamente fragile, perché mantiene tariffe Usa al 15% sui beni europei e potrebbe essere vincolata a nuove clausole di salvaguardia.
L’UE accelera sull’Australia, nuovo tassello nella strategia di diversificazione commerciale
La Commissione europea punta a chiudere un accordo di libero scambio con l’Australia, con Ursula von der Leyen attesa tra 23 e 25 marzo per il possibile sprint finale. Dopo il fallimento dei negoziati nel 2023, il ritorno delle tensioni commerciali globali ha riaperto lo spazio per un’intesa. Il nodo resta l’agricoltura, soprattutto l’accesso al mercato europeo per la carne australiana, ma Bruxelles vede nell’accordo anche un valore strategico: maggiore accesso a materie prime critiche come litio, cobalto, terre rare e idrogeno, oltre a una presenza più forte nell’Indo-Pacifico.
Regno Unito stretto tra mercato del lavoro fragile, conti pubblici e shock energetico
Il Regno Unito affronta una fase sempre più delicata. La disoccupazione resta al 5,2%, massimo da quasi cinque anni, mentre la crescita dei salari rallenta al 3,8%, confermando l’indebolimento del mercato del lavoro in un’economia già stagnante. Per la Bank of England il dilemma si complica: sostenere l’attività con tagli dei tassi oppure mantenere una linea restrittiva per arginare l’inflazione energetica alimentata dalla guerra in Medio Oriente. Anche sul fronte fiscale il quadro si fa più fragile: a febbraio il governo ha preso in prestito 14,3 miliardi di sterline, con il peso degli interessi sul debito ai massimi. Il rischio è che prezzi energetici più alti frenino crescita, entrate fiscali e spazio di bilancio.
Germania, fiducia degli investitori in caduta libera per shock energetico e guerra
La fiducia degli investitori tedeschi è crollata a marzo: l’indice ZEW è sceso a -0,5 da 58,3 di febbraio, ben sotto le attese di 38,5 e al primo valore negativo da quasi un anno. A pesare è il nuovo shock dei prezzi energetici legato al conflitto in Medio Oriente, che colpisce soprattutto i settori energy intensive come auto, chimica, farmaceutica e meccanica. Il colpo arriva in un momento delicato: la ripresa tedesca era già fragile e ora rischia di essere ulteriormente frenata da inflazione, tassi alti e debolezza industriale.
Svezia, tassi fermi ma la guerra riapre il rischio inflazione
La banca centrale svedese ha lasciato il tasso di riferimento all’1,75%, confermando una linea prudente dopo quattro riunioni consecutive senza cambiamenti. Il messaggio però resta vigile: il conflitto in Medio Oriente, con il rialzo dei prezzi energetici e la volatilità dei mercati, potrebbe frenare la crescita e riaccendere l’inflazione. Per ora la Riksbankvede effetti solo moderati e mantiene invariato lo scenario sui tassi, ma sottolinea di essere pronta a intervenire se il quadro macroeconomico dovesse peggiorare.
Svizzera tra lusso, franco forte e rischi geopolitici
La Svizzera mostra segnali contrastanti. Da un lato, le esportazioni di orologi sono rimbalzate a febbraio del 9,2% annuo a 2,2 miliardi di franchi, trainate soprattutto dagli Stati Uniti, con spedizioni in aumento di quasi 27%. Dall’altro, restano deboli Hong Kong e Cina, mentre i rischi legati a dazi e guerra nel Golfo Persico minacciano la domanda globale di beni di lusso. Sul fronte monetario, la SNB ha lasciato i tassi allo 0%, ma si dice pronta a intervenire per frenare un eccessivo rafforzamento del franco svizzero, bene rifugio in tempi di crisi. Il rischio è che un cambio troppo forte penalizzi export e dinamica dei prezzi.
RESTO DEL MONDO
Il cuore energetico del Golfo diventa il nuovo fronte del rischio globale
La crisi in Medio Oriente ha spostato il focus dei mercati su Kharg Island, da cui passa circa il 90% dell’export petrolifero iraniano: un attacco potrebbe togliere dal mercato fino a 1,5-2 milioni di barili al giorno, aggravando una situazione già tesa per la chiusura dello Stretto di Hormuz. Intanto gli attacchi reciproci contro South Pars, Asaluyeh e Ras Laffan hanno spinto il Brent prima a 110 dollari, poi oltre 119 dollari, mentre il WTI si è mosso tra 96 e 98 dollari. In forte rialzo anche il gas europeo, salito oltre 74 euro per MWh. Il timore è che il conflitto si allarghi ad altre infrastrutture chiave di Qatar, Arabia Saudita ed Emirati, con effetti pesanti su inflazione, crescita globale e sicurezza energetica.
BoJ stretta tra petrolio, yen debole e crescita fragile
La Bank of Japan si trova davanti a un dilemma noto: tenere i tassi fermi per proteggere crescita e consumi, oppure continuare verso un rialzo per evitare che inflazione importata e yen debole alimentino nuove pressioni sui prezzi. Il rincaro del petrolio legato al conflitto in Iran spinge l’inflazione headline, ma rischia anche di colpire famiglie e piccole imprese. I mercati escludono quasi del tutto un rialzo questa settimana, ma iniziano a guardare ad aprile. Per Tokyo, il rischio è restare behind the curve proprio mentre le aspettative di inflazione iniziano finalmente a consolidarsi.
Cina, avvio d’anno solido ma i consumi restano il vero nodo
L’economia cinese ha iniziato il 2026 con segnali stabili: tra gennaio e febbraio le vendite al dettaglio sono salite del 2,8%, la produzione industriale del 6,3% e gli investimenti fissi dell’1,8%. Pechino guadagna così margine per spostare il modello di crescita verso i consumi dopo aver abbassato il target al 4,5%-5%. Resta però debole il settore immobiliare: investimenti immobiliari -11% e vendite di case -22%. Senza nuovi stimoli, export e tecnologia restano i principali motori della crescita.
Canada, inflazione sotto il 2% ma il petrolio minaccia una nuova risalita
L’inflazione canadese è scesa a febbraio all’1,8%, minimo da nove mesi e sotto il target del 2% della Bank of Canada. Anche le misure core hanno mostrato un raffreddamento, segnalando pressioni sui prezzi più contenute prima dello shock energetico. Il sollievo però potrebbe durare poco: la guerra in Medio Oriente e il rialzo del petrolio rischiano di spingere di nuovo l’inflazione oltre il 3% nei prossimi mesi. Per questo la banca centrale, nonostante un’economia debole, dovrebbe mantenere i tassi invariati nella riunione di mercoledì.
Russia taglia ancora i tassi, ma il petrolio da guerra cambia il quadro
La banca centrale russa ha tagliato il tasso di riferimento al 15% dal 15,5%, settimo ribasso consecutivo dopo il picco del 21% nel 2025, segnalando un’economia che stava rallentando e un’inflazione in graduale raffreddamento. Ma il nuovo shock geopolitico rischia di alterare il quadro: il rialzo di petrolio e gas dopo l’attacco a Iran favorisce direttamente la Russia, aumentando profitti energetici, entrate fiscali e capacità di finanziare la guerra in Ucraina. Mosca resta quindi tra i pochi vincitori economici del conflitto, anche se la banca centrale avverte che le nuove tensioni globali possono riaccendere le pressioni inflazionistiche.
Taiwan lascia i tassi fermi, ma alza le stime d’inflazione
La banca centrale di Taiwan ha mantenuto il tasso di riferimento al 2,0% per l’ottava riunione consecutiva, ma ha rivisto al rialzo le previsioni d’inflazione al 1,80% per il 2026 dal precedente 1,63%. A pesare è lo shock energetico legato al conflitto in Medio Oriente, particolarmente rilevante per un’economia molto dipendente dalle importazioni di GNL. Nonostante il rischio prezzi, la crescita resta solida grazie a chip, elettronica e domanda legata all’AI.
Australia alza i tassi, il petrolio rimette l’inflazione sotto pressione
La banca centrale australiana ha alzato il tasso ufficiale al 4,10% dal 3,85%, secondo rialzo del 2026, segnalando timori crescenti su un’inflazione che potrebbe restare sopra target più a lungo. Il conflitto in Medio Oriente e la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz stanno spingendo l’energia al rialzo, colpendo un Paese fortemente dipendente dalle importazioni di petrolio. Con l’inflazione già al 3,8%, sopra il target 2%-3%, i mercati iniziano a prezzare un nuovo rialzo a maggio.
PROSPETTIVE
La nuova fase dei mercati globali nasce dall’intreccio tra geopolitica, energia e politica economica. Da un lato, la Banca Mondiale ha compiuto una svolta significativa, ammettendo che la politica industriale non è necessariamente un “fallimento costoso”, ma può sostenere crescita e trasformazione strutturale se costruita con strumenti mirati come formazione, competenze e parchi industriali, invece che con soli dazi e sussidi generalizzati. Dall’altro lato, l’escalation in Medio Oriente ha spinto il Brent oltre 113 dollari, il gas europeo in forte rialzo e le principali Borse globali in territorio negativo, mentre le banche centrali diventano più caute e le condizioni finanziarie si irrigidiscono.
In questo quadro, cresce anche la fragilità americana. Il modello di Moody’s Analytics vede la probabilità di recessione negli Stati Uniti al 49% nei prossimi dodici mesi, un livello che riflette non solo il rialzo del petrolio, ma soprattutto un mercato del lavoro meno solido del previsto. Il rischio è che prezzi energetici più alti comprimano i consumi prima che possano stimolare nuova produzione interna. Anche in Asia prevale la prudenza: Giappone, Indonesia e Taiwan hanno lasciato i tassi invariati, mentre l’Australia ha già alzato il costo del denaro. Il messaggio è chiaro: di fronte a uno shock da offerta, la politica monetaria può fare poco e i governi sono costretti a intervenire con sussidi e misure fiscali.
Per questo la prossima settimana sarà cruciale. I mercati avranno i primi veri test macroeconomici dopo l’esplosione del conflitto. L’attenzione sarà rivolta soprattutto ai PMI preliminari di marzo in Stati Uniti ed Europa, tra i primi indicatori in grado di mostrare quanto guerra, rincari di petrolio e gas e aumento dell’incertezza stiano già colpendo fiducia e attività economica. In Europa il focus sarà su Germania, Francia ed Eurozona, con l’industria particolarmente esposta allo shock energetico. Negli Usa conteranno anche sussidi di disoccupazione, fiducia dei consumatori e aste del Treasury. In Regno Unito saranno decisivi inflazione, PMI e vendite al dettaglio, mentre in Asia peseranno i salari giapponesi dello shunto, l’inflazione australiana e i profitti industriali cinesi. Il punto centrale non è più solo dove andranno i tassi, ma quanto rapidamente lo shock energetico potrà contaminare crescita, inflazione e sentiment globale.
Stati Uniti:
The Fed Keeps Getting Hit With New Shocks in Its Yearslong Inflation Fight - WSJ
U.S. Home Builder Sentiment Inches Higher But Affordability Concerns Persist - WSJ
Trump Wants Powell Out. Powell Is Digging In. - WSJ
Powell’s Second-to-Last Meeting Previews an Increasingly Divided Fed - WSJ
US: Fed projects one rate cut, sees limited Iran war impact
Federal Reserve could signal pause in rate cuts as Iran war stokes inflation
Europa:
ECB and Bank of England to Stand Pat as Iran Conflict Upends Forecasts - WSJ
Real GDP growth in Europe: Which countries grew the most in 2025?
EU-US trade remains strong despite tariff pressure, study finds
U.K. Jobless Rate Remains Near Five-Year High - WSJ
German Financial Sentiment Plummets on Iran War - WSJ
Swiss Watch Sector Posts Uptick in Exports as Geopolitical Upheaval Mounts - WSJ
Sweden’s Central Bank Holds Key Rate as Middle East Conflict Raises Uncertainty - WSJ
Swiss National Bank Holds Key Rate as Franc Appreciation Concerns Persist - WSJ
MEPs clear path for full adoption of EU–US trade deal
Von der Leyen to visit Australia as trade deal nears finish line
U.K. Government Borrowing Rose in February - WSJ
Resto del Mondo:
China’s Economy Off to Steady Start in 2026 Amid Lowered Expectations - WSJ
Australia’s RBA Raises Rates in Split Decision as Inflation Fears Intensify - WSJ
Canada Inflation Cooled in February - WSJ
Bank of Japan Faces Familiar Dilemma as Iran Conflict Stirs Inflation - WSJ
Explainer: Why Kharg Island is vital to Iran and the global economy
Oil surges to $110 a barrel after Israel strikes Iran's energy facilities
Taiwan Central Bank Holds Rates Again, Raises Inflation Forecast - WSJ
Bank of Japan Holds Steady as Middle East Tensions Raise Uncertainty - WSJ
Brent crude oil briefly crosses $119 after Iran hit largest Qatari energy site
Russia Central Bank Lowers Key Rate Despite Oil-Price Boost - WSJ
