Del voto e della liberaldemocrazia

Ex-Kathedra

di Giorgio Arfaras,

La maggioranza dei cittadini è presa dalla propria vita, e non ha alcuna esperienza diretta di politica e/o di pubblica amministrazione. Come può questa maggioranza definire delle preferenze politiche per scegliere un candidato che non incarni la versione edificante delle proprie opinioni?

La credibilità della democrazia centrata sul giudizio del popolo – e quindi sulla sovranità di quest’ultimo – dipende dalla risposta a questa domanda. Numerosi studi (ma anche il buon senso) mostrano come la maggior parte dei cittadini abbia uno scarso interesse per la politica. Perciò finisce che la maggioranza vota come i propri simili oppure segue le lealtà, spesso ereditarie, verso un partito politico.
Dunque, i cittadini quando votano si sbagliano? Sì, e vale per tutti i cittadini. A complicare la discussione sul comportamento effettivo degli elettori si deve tener conto che non solo l’elettorato nel suo insieme è abbastanza disinformato, ma sono proprio i membri meno informati all’interno dell’elettorato a detenere l’equilibrio critico del potere, nel senso che le alternanze nei risultati elettorali dipendono in modo sproporzionato dai cambiamenti del loro sentire.


Una doppia digressione


Delle diverse tipologie di voto (P. Martelli, Eros e Thymos)

Un nostro concittadino qualsiasi ha deciso di comprare un’automobile. Osserverà il prezzo, i consumi, le dimensioni, l’affidabilità. Il mercato automobilistico offre molti veicoli che soddisfano queste caratteristiche. A questo punto il nostro concittadino qualsiasi deve prendere una decisione. Decisione che avrà un aspetto utilitario, cioè l’automobile come strumento di spostamento, ma che avrà anche un aspetto simbolico, cioè l’automobile come simbolo sociale da mostrare. 

Questa seconda considerazione restringe il campo della scelta perché è stata presa in considerazione un’altra variabile: il prestigio sociale. Un nostro concittadino qualsiasi dovrà anche decidere per quale partito votare alle elezioni, e qui, come nel caso dell’automobile c’è un aspetto strumentale e un aspetto simbolico. Quello strumentale è capire quale partito politico o coalizione farà gli interessi del nostro. Questa sembra una situazione simile a quella dell’acquisto di un’auto. La differenza però è sostanziale: comprando un’auto il nostro concittadino qualsiasi avrà proprio l’auto che ha scelto, mentre nel caso delle elezioni non è detto che avrà quello che desidera perché il risultato delle elezioni e delle successive decisioni dipende da il voto di milioni di concittadini nonché dalle decisioni dipendenti dal potere politico che è stato appena eletto.

Il nostro concittadino qualsiasi a questo punto potrebbe pensare che basarsi su gli aspetti simbolici potrebbe dargli una certa soddisfazione. Che è come dire che siccome non è detto che i vantaggi strumentali siano quelli che lui desidera almeno provare una qualche utilità sui simboli è meglio che niente. Accade però che i costi dell’informazione sulla posta in gioco strumentale delle elezioni e i costi di informazione sulla posta in gioco simbolica delle elezioni richiedano troppo tempo e troppo impegno. Ecco allora che il nostro concittadino qualsiasi può preferire scegliere sulla base delle caratteristiche personali dei politici così come dalle promesse che questi possono fare che vengono credute.

Col termine Liberalismo, possiamo affermare che quello britannico del Seicento e del Settecento teorizzava il perseguimento di un interesse personale <razionale>. Meglio, abbiamo la ragione (logos) che governa il desiderio (eros) di disporre ciò che desideriamo, con la parte passionale (thymos) che non ha importanza.

Si ha un altro tipo di liberalismo, in cui la parte passionale non è residuale, che possiamo ricavare dall’analisi di Georg Hegel, per come è interpretato da Alexandre Kojeve. Laddove si sostiene che l’umano persegue essenzialmente il <riconoscimento> da parte dei propri simili. Abbiamo due tipi di riconoscimento. Il riconoscimento uguale che possiamo chiamare <isotimico>, che chiede dignità e rispetto. Abbiamo un secondo riconoscimento che pretende di essere un riconoscimento superiore che possiamo chiamare <megalotimico>. Quest’ultimo coinvolge le passioni più forti quali l’orgoglio e la volontà.

Si può pensare che il futuro possa diventare quello degli uomini che vivono al sicuro assorbiti dai propri interessi personali e della comunità. Un mondo abitato da isotimici, ricco e irenico, che potremmo interpretare come quello della <fine della storia>, perché i conflitti sono scomparsi. Un mondo, se abitato dal borghese di Zurigo, ricco, civile, pacifico, non ha <storia>, perché l’evoluzione c’è già stata ed ha portato proprio dove ci si trova, nella società <cristiano borghese>.

Immaginiamo ora il sistema politico che potremmo avere con la <fine della storia>. L’individuo e il parlamento liberale da una parte, e le masse dall’altra, non si fronteggiano come avversari: il popolo - il titolare della sovranità, non è più pensato come un’entità totale in cerca di nemici, ma neppure come la classe dei lavoratori in lotta contro la borghesia, è invece concepito come l’insieme di tutti gli individui, tutti portati alla condizione di cittadini, all’interno di una forma politica la cui sovranità si esercita a sua volta, secondo il principio liberale, attraverso poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) distinti e bilanciati.

Tutto bene. Ma c’è il pericolo opposto. Potremmo veder agire degli uomini, i <megalotimici>, impegnati in sanguinose lotte per il prestigio, per di più con armi moderne. Un mondo che non potremmo più interpretare come quello della <fine della storia>.

Un’analisi sulla natura dell’elettorato (P. Brennan, Against Democracy)…

… è quella che lo divide in <ignavi>, <tifosi> e <informati>. Tenendo presente che la regola in vigore della maggioranza si basa sul numero dei votanti e non su quali individui stanno votando, e quindi tratta tutti i votanti allo stesso modo. E tenendo, infine, presente che vince la maggioranza dei votanti e non la <volontà del popolo>.

Poniamo che gli informati (dei sapientoni che capiscono le ragioni dell’avversario) si sian equamente divisi nel referendum. Poniamo che gli ignavi (pensano solo al privato e quindi ignorano la politica) non siano andati a votare. Restano i tifosi, quelli che non capiscono le argomentazioni degli altri e che votano per partito preso. Poniamo che questi si siano equamente divisi fra campo largo e centro destra.


La Democrazia va quindi rigettata?


Vantaggi della Democrazia (C.H. Achen, L.M. Barateli, Democracy for realists)


Vale in prima battuta la definizione di Winston Churchill che la democrazia, per quanto lasci scettici, è meglio delle sue alternative. Vale in prima battuta, ma in seconda vale ancora? Sì. Il vantaggio delle elezioni democratiche, ossia trasparenti e non manipolate, non è quello di
conoscere il giudizio razionale dell’elettorato, perché quest’ultimo è insondabile.

Un primo vantaggio, sapendo che il giudizio dell’elettorato su che cosa fare non ha un gransenso, è che le elezioni danno origine a un accordo autorevole e accettato su chi governerà.
Insomma, rende legittimo il potere politico. Un secondo vantaggio (sempre considerando che il giudizio dell’elettorato su che cosa fare non ha un gran senso) è il ricambio: gli elettori sono propensi a rifiutare il partito in carica quanto più a lungo è in carica. Si rafforza così la tendenza al passaggio di mano del potere governativo. Questo avvicendarsi è un indicatore della salute e della stabilità democratica, perché implica che nessun gruppo o
coalizione possa trincerarsi al potere, a differenza delle dittature o degli stati a partito unico in cui il potere è esercitato in modo persistente da un singolo.


Combinazioni per lo sviluppo


– I neoliberali giudicano la democrazia come una fonte di richieste di spesa pubblica eccessiva e di intervento distorsivo nel mercato; quindi, la democrazia è una minaccia per il capitalismo. Spostando a oggi quanto sosteneva Benjamin Constant, si può affermare che, nel caso dei neoliberali, si vuole che la libertà sia radicata nel godimento pacifico
dell’indipendenza privata.

– La sinistra sostiene il punto di vista opposto, vale a dire che il capitalismo, rendendo la base imponibile sfuggente e la distribuzione del reddito troppo disuguale, minaccia la stabilità della democrazia; quindi, è il capitalismo a costituire una minaccia per la democrazia. Secondo quanto sosteneva Constant, si può affermare che, nel caso della sinistra, il popolo è davvero libero se i cittadini sono assoggettati nel percorso collettivo di
liberazione.


Stato e Mercato (T. Iversen, D. Soskice, Democracy and Prosperity)


Per altri ancora questi due punti di vista che sottolineano un contrasto insanabile non tengono nel dovuto conto che la democrazia e l’economia di mercato possono essere simbiotici. Ecco la loro tesi che ruota intorno a tre elementi:

1) Lo Stato è centrale. In un’economia avanzata, il governo deve garantire che le imprese siano soggette alla concorrenza, i lavoratori siano cooperativi, la popolazione sia adeguatamente istruita e formata, la ricerca che guida il progresso tecnologico sia finanziata, e l’infrastruttura da cui dipende l’economia sia costruita. Ciò si ottiene sia con il mercato sia
con lo Stato. 

2) In un’economia avanzata, le persone istruite sono un gruppo sociale ampio e politicamente impegnato. Costoro tenderanno a votare per partiti e persone che considerano economicamente competenti.

3) Le competenze da cui dipendono le imprese avanzate, e quindi le economie avanzate, sono incorporate in reti di persone che vivono in luoghi specifici. Le aziende sono, di conseguenza, piuttosto immobili. Solo le parti meno qualificate delle loro operazioni sono libere di muoversi. La conseguenza è che la democrazia è stabile finché i partiti al governo
sono in grado di soddisfare i bisogni della classe media che ruota intorno alle succitate simbiosi.

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