Diario elettorale. Parte II

La campagna elettorale più squallida della storia repubblicana si evolve rapidamente e merita alcuni commenti ulteriori.

Questa seconda noterella di campagna elettorale ha due parti: la prima, in stile colloquiale, vuole riassumere l’ovvio e divertirmi un po’; la seconda cerca di essere un po’ più analitica e, se volete, propositiva. 

Cosa è successo di rilevante negli ultimi dieci giorni? Non sono un osservatore particolarmente attento, quindi mi scuso in anticipo se ho mancato qualche aspetto importante. Personalmente, i fatti rilevanti mi sembrano questi.

  1. La coalizione di centro-destra si è abilmente divisa i segmenti elettorali dove cercare voti. Lo hanno fatto in modo tale da coprire quasi tutta quell’Italia che – senza voler caricare sul termine un giudizio di valore – mi sembra ragionevole definire “culturalmente, economicamente e tecnologicamente arretrata”. Forza Italia cerca voti fra gli anziani e il gruppo sociale dei/delle “casalinghi/e”; la Lega cerca voti nel mondo del lavoro autonomo, fra pensionandi o pensionati dell’industria del Centro-Nord, nel mondo dell’evasione fiscale “per necessità” (chissà quando mai teorizzeranno l’esproprio proletario per necessità, noto anche come furto) e del filo-putinismo più o meno dichiarato; Fratelli d’Italia ha gettato una rete molto più ampia che vuole aggregare al tuo tradizionale elettorato “ideologicamente reazionario” anche gli “atlantisti di destra”, i teorici del “tutto si risolve imponendo un po’ di disciplina nelle scuole, nelle strade e nei luoghi di lavoro” e, generalmente, la piccola borghesia provinciale timorosa di non ben definiti sconquassi a venire. Almeno ¾ dell’elettorato italiano ricade in una di queste categorie ragione per cui, assumendo siano in grado di attrarne poco meno di due su tre, il gioco per loro sembra fatto.
  2. Il conflitto su chi sarà il loro candidato a Primo Ministro continua, con BS che lancia il fedele portaborse Tajani (un po’ come Putin fece finta di dare il potere a Medvedev) mentre Salvini non sa che pesci pigliare quindi va in gita a Lampedusa. Non può nemmeno tirar fuori Voltremont dal cornuto casco perché l’astuto Giulio si è piazzato da tempo a disposizione di Giorgia, facendo in anticipo quello che nel 1994 dovette fare a fatica dopo che l’uomo su cui aveva puntato, Mario Segni, uscì mal ridotto dalle urne. Al momento la persona più credibile – in tutti i sensi, aggiungo – sembra Giorgia Meloni per cui continuo a riflettere sul futuro con quell’ipotesi in mente. Se poi cambieranno i fatti sul terreno cambieremo ipotesi.
  3. L’altro 50% d’Italia potenzialmente votante continua, per una buona metà, a non sapere che pesci pigliare. Conte riesce, almeno nei sondaggi, a mantenere un miracoloso 10-12% e sembra aver sofferto ben poco la scissione Di Maio. Questo gli ha permesso negli ultimi giorni, a seguito del patto “Letta-Calenda” di diventare un polo di attrazione potenziale per la sinistra “storica”, quella dei verdi e dei residuati PCI. Se quell’aggregazione avvenisse avremmo un blocco capace di un potenziale 15% e collocato su posizioni decisamente “interessanti”. 
  4. L’aspetto più rilevante dell’accordo Letta-Calenda è quello di aver costretto Matteo Renzi ad una scelta drastica. Questo, a mio avviso, è un gran bene ma questa è la parte interessante delle riflessioni di oggi, quindi ne parliamo separatamente. Gli aspetti secondari sono anch’essi interessanti: (i) ha fatto evaporare la coppia Di Maio-Tabacci: nell’emergenza i maneggioni diventano spendibili, (ii) ha confermato che il tira e molla oramai quasi decennale di Calenda con il PD ha un obiettivo principale (garantirgli un posto) ed uno opzionale (fare il takeover del PD), (iii) ha rivelato l’irrilevanza delle mille sigle libberali che erano spuntate in questi mesi candidandosi  di passare in un baleno dai salotti buoni degli avvocati d’affari alla guida del paese. Sic transit gloria mundi, diceva qualcuno.
  5. La sinistra, quindi, si presenta alle elezioni in formazione completa: una componente insurrezional-velleitaria-populista ed una classicamente socialista o socialdemocratica. Quest’ultima, avendo governato il paese per la maggior parte dei 30 anni che ci separano dalla fatidica crisi del 1992 (quella che segnalò a chiunque non fosse cieco o in mala fede che l’Italia da bere degli anni ’80 si era bevuta il cervello) è giustamente la rappresentazione plastica del declino e ripete stancamente le stesse vuote manfrine da burocrate ministeriale romano che già sciorinava allora. Roba inutile che mai arresterà un declino che costoro, dopo averlo causato, nemmeno hanno la dignità intellettuale di riconoscere. 

Ma andiamo avanti e veniamo all’unico punto nuovo ed interessante: cosa farà il piccolo gruppo di Italia Viva? Come abbiamo visto del “grande centro” che potenzialmente avrebbe potuto formarsi (e di cui Calenda ed altri straparlavano per evitare si realizzasse) non rimane altro che IV. Quest’ultima, come credo di aver scritto decine di volte oramai, non ha ancora deciso se vuole essere (oltre al gruppo degli aficionados di Matteo Renzi con tanto di R rovesciata alla Roberta di Camerino come simbolo!) carne, pesce o vegetale. Mi sembra chiaro, visto da dove vengono e le loro storie politiche recenti, che loro si ritengano un partito di governo nell’area del centro-sinistra. Non vorrei farla tanto lunga quindi la farò breve: non lo sono più. 

Non sono partito di governo perché, nonostante l’indubbia intelligenza parlamentare del loro leader, sono fuori dal “governo” dal lontano 2016 e la probabilità che vi rientrino dopo il 26 settembre son vicino a zero. Non sono di centro-sinistra perché, nonostante i loro desideri e background ideologici,  la sinistra reale li ha scacciati e, letteralmente, vuole vederli sparire.

Meglio se ne rendano conto e partano da questi due fatti di base: sono un partito “non di sinistra” e sono un partito di opposizione. Devono marcare un territorio loro ed esclusivamente loro per costruire un loro elettorato non da qui al 25 settembre 2022 ma nei cinque anni che seguiranno.  Come possono farlo? Anzitutto individuando quale possa essere il loro elettorato e se l’elettorato che potrebbe essere loro coincide in buona parte con quello che loro vorrebbero avere. Questo passaggio non è per nulla ovvio: le storie personali, le ideologie, le fantasie proiettive delle persone costruiscono modelli del mondo e nell’ambiente intellettuale e politico da cui i maggiori esponenti di IV provvengono è radicata l’idea di essere un partito “generalista”, che rappresenta il cittadino medio e che, per questa ragione, fa gli interessi della nazione.

Questo modello del mondo e dell’attività politica è non solo erroneo in senso tecnico – questo è argomento accademico che ci porterebbe troppo lontano – ma, soprattutto, è drammaticamente rigettato dall’attualità politica italiana. La destra va dritta verso la vittoria perché ha scelto di rappresentare una parte d’Italia contro l’altra e questa divisione, già palese nel 2018, è diventata (purtroppo) chiarissima a seguito delle insane politiche di chiusure “anti-Covid” adottate dal governo Conte-2 e poi (ri-purtroppo) troppo lentamente alleggerite da quello Draghi. Ma il punto qui non è di rifare la storia degli ultimi tre anni bensì di riconoscere che così stan le cose.

E se la destra si rivolge anzitutto ai gruppi sociali che abbiamo detto, a cosa si rivolge la sinistra, insurrezionale o socialdemocratica che sia? I contorni qui sono più vaghi ma non invisibili: pensionati del settore industriale e di quello pubblico, impiego pubblico di livello medio in particolare nel settore dell’educazione e della sanità, dipendenti protetti della grande industria ed un po’ di gruppi intellettuali e professionali ideologicamente schierati a sinistra e residenti nelle ZTL buone. Parte di questo mondo – una parte relativamente piccola a dire il vero e temo che questo lui non l’abbia mai interamente compreso o accettato – era  rimasto affascinato dalla proposta riformatrice di Matteo Renzi leader del PD. Potrebbe esserlo ancora? Forse, ma solo in seconda battuta perché ora buona parte di quel mondo vede i barbari alle porte e, quindi, cercherà (io credo inutilmente) il voto utile per fermarli.

Cosa rimane, quindi, di “disponibile” per Italia Viva? Rimangono quei gruppi sociali che dx e sx ignorano e penalizzano, salvo poi cercare di convincerli con mancette del tipo “10mila euro di tesoretto a 18 anni” che così non è. Questi gruppi sociali corrispondono – se sbaglio correggetemi – a quelli che nella prima puntata di questo diario elettorale avevo individuato come il target privilegiato di una eventuale “alleanza di centro liberaloide”. Al tempo questa sembrava possibile dato che Calenda non aveva ancora reso chiaro a tutti che bluffava e che il suo unico obiettivo era passare da “preferita” a “unica e suprema consorte” del PD. Come calcolai allora, l’intersezione di quei gruppi – l’intersezione che potrebbe entusiasmarsi, mobilitarsi, votare e far votare per un partito “immoderato” – viaggia fra il 10% ed il 15% dell’elettorato potenziale. 

Quante di queste persone possono essere attratte da Italia Viva entro il 25 settembre? Complicato, perché dipende da molte cose che provo telegraficamente ad illustrare in chiusura, lasciando per la terza puntata un’analisi più attenta (che potrà così basarsi sulle scelte che IV farà nei prossimi cinque o sei giorni). Prima, però, una riflessione strategica. 

Renzi ed il suo partito hanno l’opportunità di proporsi come l’asse attorno a cui costruire il partito immoderato solo perché sono stati messi nell’angolo dall’eccesso di tatticismo a cui hanno contribuito e dalla convinzione, infondata, di essere destinati ad essere quelli alla cui porta alla fine tutti bussano. Così non è: ogni scelta politica che non parta da questo atto di umile riconoscimento dei fatti (e degli errori) li perderà. SE, maiuscolo, DAVVERO credono che sia un bene provare a realizzare la versione “immoderata” del programma Draghi del 17/2/21 ALLORA è importante capiscano che la prossima legislatura non sarà quella in cui questo può avvenire. La prossima legislatura è persa, devono accettare che governerà la destra o almeno qualcosa dominato da Fratelli d’Italia e che questo è un passaggio NECESSARIO della storia nazionale. Non c’è uscita dal declino senza questo passaggio. Si tratta di portare in parlamento un nucleo di persone capaci e rappresentative che, dall’opposizione, usi la prossima legislatura per costruire un partito immoderato di massa. Occhio: “massa” qui vuol dire, 15-20% max, non pensate a numeri maggioritari: l’avenir dure longtemps. 

La parola chiave, qui, è “costruendolo” non pensando di poterselo prendere con un abile takeover o attirando parlamentari scontenti da qui e da lì. Costruendolo nel dibattito pubblico, nei social, nelle sezioni, nei militanti, nei tecnici, nei programmi, nelle battaglie politiche, nel disegno di un’Italia non più in declino ma capace di offrire un futuro migliore a chi oggi ha 40 anni o meno. Sopravvivere e conquistare con 4-5-6% un fortino parlamentare da cui poi costruire l’esercito per la battaglia elettorale del 2027 e per quelle intermedie. Questa, a mio avviso, la scelta strategica fondamentale che IV può scegliere di fare o non fare: se non la fa, suggerirei bussare a piedi nudi alla porta del PD ed accettare il pane senza sale che quel convento di funzionari ministeriali passerà dal pertugio.

Fattori chiave, telegraficamente
1) Renzi ma non solo Renzi. I nomi non devo farli io ma sant’iddio, ne hanno e ce ne sono nel paese. E togliete quell’orrenda R della Roberta di Camerino.

2) Fare autocritica per diventare credibili. Che vedano quanta il loro orgoglio gli fa digerire (ho apprezzato Marattin da Ivan Grieco l’altro ieri, anche se continua a tirarsi indietro nelle aree che ritiene, erroneamente sue: nelle università mediocri italiane, ovvero nell’80%, vi odiano) ma che la facciano e cerchino di parlare, come dire, come mangiano. Semplicemente e pragmaticamente.

3) Decidano per una volta di smetterla di voler fare i socialdemocratici. Con chi debbano stare in Europa non lo so, anche io personalmente preferisco PPE a PSE, ma per favore non un altro ambiguo e privo di senso “social-liberalismo-democratico-conduegoccedangostura”!

4) Dire esplicitamente che l’obiettivo è governare dal 2025 (in qualche regione) e dal 2027 (a livello nazionale) non ora. Ora si tratta di opporsi ai partiti del declino ed ai loro programmi alle loro folli narrative. 

5)  Fare una campagna elettorale che proponga un modello di paese alternativo a quello decadente, parassitico, autarchico, corporativo, triste, improduttivo e, alla fine, popolato da ladruncoli e furboni, che PD e Fd’It propongono. Questo si fa solo se si è convinti che l’Italia possa smettere di declinare e ritornare a crescere, ridiventando un paese guida dell’UE. Io nel 2012 ci credevo, ora non ne sono più certo ma spero qualcuno di loro lo sia per davvero. Perché, quando diventa tutta una messinscena, poi qualcosa succede che fa crollare il palco. 
 

 

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